Dal familismo amorale al familismo immorale. Famiglie italiane e società civile
Quel che fa impressione nell’Italia di oggi è il prevalere dell’organizzazione verticale tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini.
In un’Italia in cui abbondano i “bamboccioni” e in cui emerge una tendenza ad “ereditare” anche gli incarichi pubblici tornano in auge le riflessioni sull’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella sfera pubblica. Ad un familismo che avrebbe ormai assunto i caratteri dell’amoralità – se non dell’immoralità – viene imputato il mancato radicamento dell’etica pubblica nel nostro paese. Quanta realtà e quanta mistificazione vi sono nel delineare questa presunta antitesi fra familismo e civismo?
Periodicamente la famiglia torna sotto i riflettori dell’opinione pubblica,
indagata come possibile matrice dei mali del “bel Paese”, scrutata come
depositaria e riproduttrice delle virtù e, più spesso, dei vizi del carattere
nazionale. In una recente intervista a “La Repubblica”,[1] in cui vengono sintetizzati i risultati
di una ricerca storica collettiva dedicata alle famiglie italiane nel
Novecento,[2] Paul Ginsborg ha riproposto nuovamente il
tema del familismo come una possibile chiave di lettura della realtà italiana
contemporanea.[3] In un’Italia ripiegata su se stessa, in
cui le giovani generazioni faticano a staccarsi dalle mura domestiche per
progettare un futuro autonomo (i bamboccioni del ministro Brunetta), in cui
ruoli politici e candidature passano disinvoltamente di generazione in
generazione come fossero ereditarie (il figlio del ministro Bossi), e in cui
recenti scandali coinvolgono responsabilità genitoriali (la «casa per la
figlia» del ministro Scajola), conviene interrogarsi ancora – sostiene lo
storico inglese naturalizzato italiano – sul concetto di familismo.
Familismo è un’espressione famosa nel lessico delle scienze
sociali, soprattutto dopo che nel 1958 lo studioso statunitense Edward Banfield
ebbe coniato il concetto di «familismo amorale» per designare i comportamenti,
descritti come angustamente individualistici, della gente di Montegrano (in
realtà Chiaromonte, un isolato villaggio lucano).[4] Lo studio di Banfield ha avuto una larga
eco nel dibattito pubblico sulla questione meridionale, divenendo per alcuni
(ma in modo assai contestato) una delle possibili spiegazioni delle carenze
dello spirito pubblico nel Sud del paese. Successivamente, da Carlo Tullio
Altan a Robert Putnam,[5] è stato una ricorrente fonte di
ispirazione per tutti coloro che si sono impegnati in schemi dualistici di
raffigurazione della storia italiana. Ora Ginsborg lo recupera e, pur
criticandolo, ne allarga la portata, fino ad usarlo per descrivere l’intero
atteggiamento del “paese Italia”: anzi, richiamando il ben noto detto del
«tengo famiglia» – e definito sorprendentemente non uno stereotipo ma la
sintesi di «una filosofia antica e tipicamente italiana» – egli attribuisce al
familismo, non più solo amorale ma ormai scopertamente immorale, il mancato
radicamento di un’etica pubblica, di quel senso della collettività che è
invalso nelle scienze sociali chiamare civicness.
La tesi di Ginsborg, modellata sugli schemi dicotomici cari a tanta sociologia
classica, è a prima vista suadente, e sembra anzi farsi forza di una sorta di
riconoscimento immediato, un asseverarsi intuitivo che si nutre di evidenze: in
Italia oggi saremmo di fronte alla ricorrente tendenza al tradimento della fedeltà
allo Stato per arricchire parenti e consanguinei. Il familismo amorale,
tracimando, si mescolerebbe così con l’uso delle risorse pubbliche per
interessi privati, con il clientelismo. Può essere interessante rilevare –
osserva Ginsborg – come nell’Europa mediterranea «questi fenomeni antichi non
muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa
impressione nell’Italia di oggi è il prevalere dell’organizzazione verticale
tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del
mercato del lavoro diventa fondamentale la relazione con il potente che
garantisce determinati accessi per te e per i tuoi figli, da qui un legame di
gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con
cittadinanza, diritti e democrazia».[6]
Al fondo starebbe dunque una verità nascosta: insieme alla tardiva formazione
dello Stato democratico, la chiave di volta dell’eccezione italiana, quel
qualcosa che impedisce alla nazione di essere un paese normale, sarebbe il
familismo, e cioè l’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella società e
nella sfera pubblica italiane. Il familismo svolge così nella visione di
Ginsborg quel ruolo che un tempo era assegnato dalla retorica nazionalista al
«particolarismo», un principio distruttivo e disgregatore di più ampie e morali
solidarietà. La contrapposizione non potrebbe essere più netta: da una parte
l’individualismo egoista nutrito nella culla familista e dall’altra l’etica
pubblica solidaristica, cresciuta nell’alveo della società civile; da un lato
una ricorrente tentazione alla gretta chiusura familistica e dall’altro una
società civile colta, indipendente, reattiva, pronta ad organizzarsi e ad
esprimere valori universalistici di partecipazione e di associazione; e ancora,
per un verso un assetto sociale in cui il rapporto dominante è quello tra
l’individuo e la famiglia, per l’altro compagini in cui al centro della vita
individuale sta la relazione, variamente disposta, con lo Stato.[7]
A questa contrapposizione idealtipica corrisponde puntualmente una
distribuzione geografica, o meglio una geopolitica dei valori. Secondo Ginsborg
sarebbe familista l’Europa mediterranea: un insieme variegato e composito
formato in buona sostanza dall’area dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia,
Grecia e Spagna) più i paesi mediorientali di tradizione islamica, descritti –
questi ultimi – come comunità endogamiche, use al frequente matrimonio tra
cugini primi e alla coabitazione delle coppie sposate coi genitori del maschio:
tratti familiari che, uniti alla strutturazione clanica, avrebbe condizionato
in senso negativo la crescita della società civile. In buona sostanza,
l’accostamento di regioni così diverse funziona solo in negativo: esse
sarebbero tutte segnate da una debole civicness a causa di strutture
familiari troppo forti; sorta di controprova del successo del core
nordeuropeo dello sviluppo economico (e insieme morale). In questa parte
privilegiata del mondo (Inghilterra, Olanda e Scandinavia, più alcune aree
della Germania e degli Stati Uniti) l’esistenza di famiglie più deboli e meno
gerarchiche avrebbe permesso agli individui la libertà, gli spazi e i tempi per
la partecipazione alla vita pubblica, da Ginsborg identificata con «la
possibilità di sperimentare ed esplorare liberamente il variopinto mondo
dell’associazionismo».[8]
La tesi della contrapposizione tra famiglie forti e famiglie deboli si può
dimostrare, sostiene Ginsborg – che riprende qui tesi avanzate dal demografo
David Reher – grazie all’analisi di tre piani distinti: quello delle strutture
di coresidenza, dei sistemi demografici familiari e dei valori casalinghi.
L’analisi comparativa delle strutture familiari di coresidenza è stata
introdotta nel dibattito delle scienze sociali da Peter Laslett, uno dei padri
della moderna storia della famiglia. Nella sua visione le famiglie inglesi (ma
non irlandesi o scozzesi) e più in generale nordeuropeo-occidentali sarebbero
state caratterizzate dal Cinquecento in poi da alcune caratteristiche
specifiche: struttura nucleare, età tardiva della sposa, residenza neolocale.[9] Grazie a queste caratteristiche, la
famiglia inglese, portatrice di comportamenti virtuosi secondo l’etica
maltusiana (con un’età tardiva al matrimonio cui corrispondeva un minor numero
di figli) sarebbe stata il vero motore occulto della marxiana «accumulazione
originaria», prodromo della rivoluzione industriale. A questo idealtipo dello
sviluppo corrisponde, nella tipologia di Laslett, un idealtipo
dell’arretratezza, costituito da famiglie variamente allargate, patriarcali,
conviventi per più generazioni sotto lo stesso tetto, ordinate da strutture
gerarchiche e costrittive, modellate sulle descrizioni fornite da antropologi
anglosassoni dell’Europa meridionale e orientale: famiglie di pastori berberi o
balcanici, di mezzadri toscani, di contadini calabri, di pescatori cantabrici.
Va da sé che questi due modelli risultano – in quella visione – inscritti in un
percorso evolutivo, un processo che prevede il passaggio da forme ritenute
tradizionali o primitive ad altre reputate moderne.
Questo schema semplificato e riduttivo è stato da tempo criticato e in gran
parte abbandonato, ma la sua influenza continua ad avvertirsi nel discorso
delle scienze sociali e nel dibattito pubblico.[10] Malgrado l’evidenza, ad esempio, che in
gran parte del Mezzogiorno la famiglia nucleare sia stata storicamente
prevalente e le strutture di famiglie estese e complesse siano state invece
minoritarie, l’idea che si possa trovare nella composizione familiare la chiave
dell’arretratezza, il santo Graal della backwardness, non è stata mai
abbandonata. È accaduto così che, scoperta negli anni Ottanta la cosiddetta
Terza Italia, l’area valligiana centrosettentrionale a piccola impresa
industriale diffusa, ci si è chiesti se non fosse da cercare nella struttura
complessa, gerarchica e patriarcale della famiglia estesa mezzadrile, nella sua
abitudine alla cooperazione nell’uso delle risorse comuni (il podere) il
segreto del successo economico di questa parte del paese; laddove alla famiglia
nucleare meridionale, descritta “alla Banfield” sarebbe venuta a mancare questa
fondamentale risorsa cooperativa.[11] In breve, patriarcale o nucleare che sia
la famiglia, il risultato non cambia mai, se si continua inutilmente a porre la
struttura familiare come pietra filosofale nell’eterna ricerca alchemica delle
ragioni del sottosviluppo economico (o civico).
Il secondo piano chiamato in causa da Ginsborg è quello dei sistemi demografici
familiari. Si tratta di uno schema interpretativo elaborato a suo tempo dal
demografo John Hajnal, che aveva prospettato l’esistenza nell’Europa moderna
(dal XVI secolo in poi) di due sistemi familiari prevalenti e opposti fra loro:
il primo, quello nordoccidentale, contraddistinto da una elevata età al
matrimonio (soprattutto femminile) e strutture di residenza neolocali, e
caratterizzato dall’abitudine di abbandonare presto la casa paterna per andare
a servizio; il secondo, mediterraneo e orientale, a bassa età al matrimonio,
segnato dalla preferenza per la convivenza di più generazioni nella stessa casa
e dalla riluttanza a lasciare la famiglia d’origine. Questo schema, fuso in
vari modi col precedente e formulato ancora una volta per spiegare le ragioni
(virtuose) del primato economico nordoccidentale, divideva l’Europa secondo
un’immaginaria linea disposta tra San Pietroburgo a Trieste, sì da isolare
l’Europa nordoccidentale, vincente, e separarla dalla meno corretta, attardata
e perdente “altra Europa” meridionale e orientale. Anche in questo caso le
critiche all’impostazione di Hajnal non sono mancate, e hanno toccato sia
l’inesistenza di una correlazione tra strutture neolocali ed età al matrimonio,
sia l’inefficacia di isolare l’età al matrimonio come unica variabile
indipendente e cioè senza considerare il regime demografico (soprattutto i
tassi di mortalità) in cui è inscritta.[12] Ma se l’applicabilità dello schema di
Hajnal all’Europa preindustriale è assai dubbia, l’opportunità di isolarne solo
un tratto (come l’età di abbandono della casa dei genitori) per determinare
l’esistenza di famiglie “forti” o “deboli” oggi, a “rivoluzione demografica” da
tempo conclusasi (con la conseguente completa equiparazione di tutti gli
indicatori demografici fondamentali), appare alquanto controversa.
Il dubbio grava specialmente sull’intento di inferire dalla comparazione delle
diverse età nella fuoriuscita dalla famiglia di origine non un diverso livello
delle opportunità, una differente struttura delle chances di mobilità,
una variabile disposizione del mercato delle abitazioni, dei servizi e così via
(tutte carenze rispetto a cui le strutture familiari possono funzionare da
“ammortizzatori”) ma argomenti a sostegno di una tendenza culturale, riassumibile
nello stereotipo indimostrato dell’italiano “mammone”,[13] ovvero la predisposizione italica (ma
poi, a seconda dei casi, meridionale, mediterranea oppure orientale) a
convivere fino all’età adulta sotto lo stesso tetto dei propri genitori, una
specie di tara insita nel carattere nazionale.[14] Viceversa, la tendenza inglese di
mandare presto i figli fuori di casa, un tempo a servizio, oggi a studiare, non
viene collegata ad un sistema ereditario, quello dello one sole heir,
che prevede la possibilità per i genitori di concentrare l’asse ereditario su
un unico figlio a scelta, con la conseguente necessità di far sì che gli altri
si costruissero una propria strada fuori dalle mura domestiche; e v’è da
chiedersi se tale plurisecolare tradizione giuridica, decisamente volta alla
conservazione del patrimonio familiare in barba a principi di elementare equità
non possa con qualche ragione essere qualificata, essa sì, come “familista”.
Infine, Paul Ginsborg, sulla scorta dei suoi studi precedenti,[15] propone di dividere le famiglie in
“aperte” e “chiuse”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una
polarità. Da una parte ci sono le famiglie che «sviluppano al loro interno, nelle
loro conversazioni e tradizioni, un’apertura nei confronti della società e dei
suoi problemi, una disponibilità dei componenti ad impegnarsi in associazioni e
movimenti, un concetto della casa come spazio domestico poroso e accogliente»;
mentre dall’altra «quelle che considerano la famiglia come una fortezza e
vivono la vita familiare come un bene prezioso in costante pericolo»: queste
ultime famiglie sono autoreferenziali e non aperte, come è evidente dalle loro
case, che rifletterebbero questi atteggiamenti «sia nell’architettura sia nei
sistemi di protezione».[16] Anche in questo caso nessuna relazione è
ipotizzata tra architettura e sistemi di protezione abitativa e livelli di
reddito e di criminalità (reali o percepiti) del contesto sociale. Quest’ultima
polarità si affiancherebbe così alle prime due, anche se con modalità piuttosto
oscure, sicché non è chiaro se sia lecito aspettarsi una relazione positiva tra
una certa struttura familiare, un dato sistema familiare e determinati valori
casalinghi.
È interessante notare come questa ripresa della chiave interpretativa
familistica avvenga tuttavia in un clima intellettuale profondamente diverso da
quello in cui essa fu forgiata: durante il mezzo secolo di storia del concetto
di familismo amorale il tema cardine verso cui si è indirizzata l’analisi è
stato quello dello sviluppo economico – verso il quale esso finiva per svolgere
in negativo più o meno lo stesso ruolo che l’etica protestante svolge nella
celeberrima tesi di Max Weber relativa allo sviluppo del capitalismo. Oggi,
tuttavia, tale prospettiva appare per molti aspetti usurata. È significativo
che sia stato proprio Ginsborg a rigettare l’avventurosa affermazione formulata
da Francis Fukuyama in un suo libro intitolato “Trust”[17] secondo la quale il familismo andrebbe
in sostanza considerato un freno al dispiegarsi della fiducia collettiva e
dunque alla qualità dello sviluppo economico capitalistico, con la conseguente
classificazione delle liberaldemocrazie in più moderne e sviluppate (Germania,
Giappone, Stati Uniti) e meno moderne (Cina, Corea del Sud, Francia e Italia).
Nello stroncare tali elucubrazioni, fondate sulla ripresa di un concetto carico
di «insensato determinismo antropologico», Ginsborg ricordava giustamente come
tutta l’industria più avanzata e attiva sia in Italia, e non solo in Italia, a
base familiare.[18] È interessante in questa discussione il
ruolo che finiva per giocare il Meridione come antitipo della modernità.
Fukuyama infatti – basandosi ancora una volta su Banfield – indicava il Sud
dell’Italia come un caso estremo, come l’area limite dell’Europa progredita,
quella in cui la fiducia collettiva non poteva dispiegare i suoi benefici
effetti sull’economia a causa di un tratto culturale familista che egli
qualificava in modo assai bizzarro come «confucianesimo»: affermazione che oggi
nessuno si sentirebbe di ripetere, non perché il confucianesimo non sia stato
un credo che abbia privilegiato il ruolo della famiglia, ma perché, nel
frattempo, lo straordinario successo industriale cinese ha insinuato più di
qualche dubbio non solo sulla veridicità ma anche sulla semplice sensatezza di
queste contrapposizioni. Vi è in queste tesi un tratto evidentemente
paradossale: il comportamento degli abitanti di Montegrano, così scopertamente
orientato a massimizzare l’utile, diviene il prototipo di un’etica in fondo
anticapitalistica; e ciò dopo che – com’è stato acutamente notato[19]– sin dai filosofi morali scozzesi del
Settecento la retorica liberista ha teorizzato l’ostinato e angusto
perseguimento di fini personali come necessaria premessa al dispiegarsi del
bene collettivo, secondo la celebre palingenesi dei vizi privati in pubbliche
virtù.
Il familismo resuscitato da Ginsborg non è più dunque quello di una volta; non
costituisce più una chiave per spiegare il maggiore o minore successo
economico: egli ne opera una vistosa revisione, torcendo il concetto in senso
culturalista ed etico. Opponendosi a quelle concezioni del capitale sociale[20] che da un lato puntano a sganciarlo dal
sistema dei valori, e dall’altro a farne una base per nuove tassonomie
economiche, questa visione tende a qualificare il capitale sociale come impegno
civico, e a ribadire un nesso tra civismo e alcune pratiche associative,
distinte sul piano valoriale e, verrebbe da dire, politico. La società civile
viene infatti descritta come un essere fragile e in pericolo, assediata da mali
antichi e nuovi, che hanno il nome di clientelismo, corruzione, familismo,
nepotismo, monopolio mediatico. Si tratta, in altre parole, di un malato, per
il quale Ginsborg propone la cura della democrazia partecipativa economica,
citando l’esempio dei soviet ma sostituendo il soggetto portatore delle
speranze di rinnovamento: non più evidentemente la classe operaia ma «la
popolazione urbana istruita del Nord del mondo», solo provvisoriamente (anche
se alquanto volontariamente) «assoggettata al capitalismo consumista e
all’arricchimento personale».
Evidentemente non tutti i modi di partecipare alla vita sociale risultano, in
questa prospettiva, «civici» allo stesso modo: non lo sono i rapporti di
vicinato, una partecipazione che «non equivale al vero impegno civico», non
l’appartenenza alle associazioni di categoria, inficiate da evidenti interessi
particolaristici, non i legami comunitari e l’affiliazione a movimenti di
rivendicazione locale a base identitaria, sospetti di razzismo e xenofobia, e
non (si suppone) quel vasto mondo, alquanto elitario, di club e associazioni di
ex allievi, sorta di compagnonnage delle professioni liberali così
diffuso in quella cultura anglosassone che affida al college una parte
importante della formazione dei giovani. Ma soprattutto sembra esservi in
questa concezione del civismo uno spazio limitato per la partecipazione basata
su schemi ideologici o ideologico-religiosi: dovendosi in questo caso prendere
in considerazione non solo i dimostranti di Teheran e di Bangkok e i
partecipanti all’universo del volontariato ma evidentemente anche i membri dei
movimenti del risveglio religioso cristiano, i fanatici antisionisti, gli
iscritti a partiti che propugnano l’ineguaglianza sociale o l’esaltazione di
figure di leader telegenici dal senso civico alquanto incerto.
E dire che nella raccolta di saggi contenuti in “Famiglie del Novecento” vi
erano esempi molto diversi, in grado di allargare la visione a famiglie
cattoliche familiste ma disobbedienti ai precetti dell’enciclica “Humanae
Vitae” del 1968[21] o a famiglie comuniste fortemente coese
(entro quelle reti di vicinato e di comunità intessute di tradizione politica
costitutive delle cosiddette Regioni rosse) ma al contempo devote al partito,
controfigura e promessa dello stato socialista che verrà, e in un modo così
assoluto da fare esclamare a Marina Sereni: «Il Partito si è fuso per me con la
mia vita privata così strettamente e completamente da darmi sempre la certezza
di essere una particella di quella immensa forza che porta il mondo in avanti».[22]
Solo una visione fortemente limitata della società civile permette di opporla
specularmente al familismo, un’attitudine di cui non viene spiegato sulla base
di quali parametri possa essere indagata. Gli studi condotti in questo senso
dai sociologi mediante interviste qualitative volte a comprendere cosa la gente
pensi della propria famiglia e della società che la circonda offrono migliori
spunti di riflessione. Loredana Sciolla,[23] ad esempio, ha argomentato con forza
che, scomponendo il concetto di cultura civica nelle sue componenti diverse
(valoriale, fiduciaria, identitaria) la supposta antitesi tra familismo
(l’atteggiamento di chi ha fiducia esclusivamente nella famiglia) e civismo
risulta falsa, che gli italiani non mostrano un abnorme attaccamento alla
famiglia ma simile o anche inferiore a quello di popoli di radicata cultura
civica, che le regioni meridionali sono meno familiste della media nazionale e
più inclini ad avere fiducia nelle istituzioni. Sicché non resta che concludere
con Giulio Bollati che «ogni discorso sull’indole, la natura, il carattere di
un popolo appare come un’equivoca combinazione di conoscenza e di prescrizione,
di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si
distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si vuole debba essere».[24]
[1] S. Fiori, Familismo. Ginsborg: perché l’Italia non ha un’etica pubblica, “La Repubblica”, 8 marzo 2010, p. 37.
[2] E. Asquer, M. Casalini, A. Di Biagio, P. Ginsborg (a cura di), Famiglie del Novecento. Conflitti, culture e relazioni, Carocci, Roma 2010.
[3] Il tema è stato un filo rosso della sua ricostruzione della storia contemporanea italiana. Si vedano Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi: società e politica 1943-88, Einaudi, Torino 1989; ID, L’Italia del tempo presente: famiglia, società civile, Stato: 1980-1996, Einaudi, Torino 1998.
[4] Pubblicato nel 1958 negli Stati Uniti il libro di Banfield, presto tradotto (1961) suscitò un intenso dibattito. Esso è ora disponibile in D. De Masi (a cura di), Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna 1976. Per un inquadramento e i successivi esiti della discussione vi veda G. Gribaudi, Il paradigma del «familismo amorale», in P. Macry, A. Massafra (a cura di), Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, Il Mulino, Bologna 1994, pp. 337-354; M. C. Agodi, L’immagine del Mezzogiorno nella sociologia degli ultimi cinquant’anni, in “Meridiana”, 47-48/2003, pp. 23-64; M. Minicuci, Antropologi e Mezzogiorno, ivi, pp. 139-74; A. Blando, Il ritorno di Banfield, in “Meridiana”, 59-60/2007, pp. 307-24.
[5] C. T. Altan, La nostra Italia. Arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall’Unita ad oggi, Feltrinelli, Milano 1986; R. D.Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993; su cui si vedano le osservazioni contenute in S. Lupo, Usi e abusi del passato: le radici dell’Italia di Putnam, in “Meridiana”, 18/1993, pp. 151-68.
[6] Fiori, op. cit.
[7] Ginsborg, Scrivere la storia delle famiglie del Novecento: la connettività in un quadro comparato, in Asquer, Casalini, Di Biagio, Ginsborg (a cura di), op. cit., p. 25.
[8] Ivi, p. 29.
[9] Per una ricostruzione del tema si veda F. Benigno, Famiglia mediterranea e modelli anglosassoni, in “Meridiana”, 6/1989, pp. 29-61.
[10] M. Huysseune, Modernità e secessione. Il discorso politico della lega Nord, Carocci, Roma 2004.
[11] Macry, Rethinking a Stereotype. Territorial Differences and Family Models in the Modernization of Italy, in “The Journal of Modern Italian Studies”, 2/1997, pp. 188-214; Benigno, The Southern Family. A Comment on Paolo Macry, ivi, pp. 215-17.
[12] Benigno, Famiglia mediterranea, cit.
[13] L. Sciolla, Italiani: stereotipi di casa nostra, Il Mulino, Bologna 1997, p. 31 sgg.
[14] Ma si noti come, nel contesto italiano, i dati sulla localizzazione abitativa delle nuove coppie in prossimità dei genitori descriva una maggiore vicinanza nel Centro-Nord e una minore al Sud. Si veda a questo proposito G. A. Micheli, R. Rettaroli, Esiste una specificità demografica del Meridione?, in “Meridiana”, 61/2008, pp. 92-93.
[15] Ginsborg, Il tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana, Einaudi, Torino 2006; ID, La democrazia che non c’è, Einaudi, Torino 2006.
[16] Ginsborg, Scrivere la storia delle famiglie, cit., pp. 31-32.
[17] Pubblicato nel 1995 il saggio di Fukuyama è apparso in italiano l’anno successivo. Si veda F. Fukuyama, Fiducia, Rizzoli, Milano 1996.
[18] A. Altichieri, Fukuyama. La storia si è fermata ad Eboli, “Corriere della sera”, 12 febbraio 1996, p. 25.
[19] Sciolla, op. cit., p. 19.
[20] R. Cartocci, Mappe del tesoro. Atlante del capitale sociale in Italia, Il Mulino, Bologna 2007; su cui veda ora Lupo, Il conio del capitale sociale: La questione meridionale dopo il meridionalismo, in “Meridiana”, 61/2008, pp. 21-42.
[21] B. Bocchini Camaiani, Famiglia e sessualità nel Magistero dal concilio Vaticano II a Giovanni Paolo II, in Asquer, Casalini, Di Biagio, Ginsborg (a cura di), op. cit., pp.198-205.
[22] Casalini, Ritratti di famiglia nell’Italia degli anni Cinquanta, ivi, p. 168.
[23] N. Negri, L. Sciolla (a cura di), Il paese dei paradossi. Le basi sociali della politica in Italia, Nuova Italia Scientifica, Roma 1996; Sciolla, op. cit..
[24] G. Bollati, L’Italiano, in R. Romano, C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, vol. I, I caratteri originali, Einaudi, Torino 1972, p. 958.
Italianieuropei 3/2010 01 Luglio 2010

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