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Dai poteri dei forti ai diritti dei deboli

La drammaticità della recessione che stiamo patendo dovrebbe indurci ad una radicale revisione dei meccanismi che presiedono ad un sistema liberista e globalizzato.

 

 

Gli economisti appartengono a una categoria umana particolarissima: quasi dei moderni Centauri. Per metà filosofi e per metà negromanti.

Gelosamente conservo la definizione che mi regalò Enrico Cuccia, l’enigmatico dominus di Mediobanca: “Pretendono di conoscere il futuro; in realtà nelle loro opache sfere di cristallo leggono quel che fa comodo alle ideologie o, peggio, ai calcoli dei committenti”.

Senza la pretesa di portare sul banco degli imputati l’illustre e paludata Confraternita alla quale seppure molto marginalmente appartengo, sono portato a chiedermi, proiettandomi nel presente: 1°, perché non avevano previsto, nemmeno alla lontana, l’attuale crisi? 2° perché, di fronte all’esplosione, non hanno trovato di meglio che atteggiarsi a Cassandre, preannunciando la “morte del capitalismo” e dell’economia globalizzata?

Due errori macroscopici che ora dovrebbero consigliare di prendere con le pinze il più diffuso tra i “pronostici”. Ovvero: il peggio è alle spalle, ma la ripresa sarà lenta.

Bisogna allora chiedersi, in prima istanza, se gli “economisti” hanno saputo far tesoro degli insegnamenti della Storia, della ciclicità dei corsi e ricorsi dell’economia, o se non piuttosto “recitino a soggetto”, ispirati dagli interessi dei loro, occulti ma non troppo, sponsor: banchieri, finanzieri. Nonché i politici in auge.

Evitiamo comunque di sparare sulla Croce Rossa, passando dalle recriminazioni al concreto. Che vuol dire, al di là del “gergo iniziatico”, la prospettiva di una “ripresa lenta”? Preso atto che la congiuntura economica ha invertito la rotta nel 2008 (crac dell’immobiliare Usa), rapidamente contagiando Borsa & Finanza; e poi, nonostante le rassicuranti quanto ipocrite smentite, penalizzando l’economia reale, fisica, cioè di produzione, consumi, occupazione, c’è da chiedersi se davvero sia il caso di annunciare lo scampato pericolo. Il cessato allarme.

Innanzi al cruciale interrogativo, due scenari. In stridente contrasto. Su un versante, finanzieri e speculatori hanno ripreso le loro “pratiche”, quasi nulla fosse accaduto (rialzi borsistici, record nei prezzi dell’oro ed incomprensibili recuperi per le quotazioni delle materie prime, a cominciare dal petrolio).

Sull’altro, il calo dei redditi delle famiglie: soprattutto il dilagare della disoccupazione. Oltre l’otto per cento della forza lavoro, in Italia: un numero che fa tremare le vene dei polsi, sebbene ci venga detto che sotto altri cieli, dagli Usa alla Spagna alla Gran Bretagna, la situazione risulti ancora più critica. In mezzo, il comportamento degli imprenditori. In molti casi s’è preso spunto dalla crisi per “riorganizzare”. Valga per tutti il “caso Fiat”: continuiamo a magnificarla come campione dell’industria nazionale, sebbene produca i due terzi all’estero, in Polonia; e ha deciso di chiudere Termini Imerese, Sicilia! Risultato: calo occupazionale e moltiplicarsi della Cassa integrazione. E le banche? I governi hanno steso ogni sorta di reti di salvataggio: a spese di chi? S’abbia il coraggio di ammetterlo: dei risparmiatori, cui sono stati praticamente azzerati gli interessi sui depositi.

Un mio nonno, combattente sul Grappa nella Prima Guerra Mondiale, ridotto sul lastrico dalla Grande crisi del 1929, era solito ammonirci: “A pagare sono sempre le fanterie, le famiglie”. Quanta saggezza popolare! Come d’uso i governi, indipendentemente dal colore politico (che rileva sempre meno, dopo il crollo del comunismo), paiono succubi dei “desiderata” dell’establishment economico-finanziario. I cosiddetti Poteri Forti. Potrebbe invece essere giunto il momento in cui facciano sentire la loro voce, proteggendo i più deboli.

Non si tratta di un’invocazione retorica. La drammaticità della recessione che stiamo patendo dovrebbe indurci ad una radicale revisione dei meccanismi che presiedono ad un sistema liberista e globalizzato. Alimentato da un’ossessione: la continua crescita dei consumi. In altre parole, il consumismo quale panacea (temo illusoria) di ogni problema. Fortunatamente, vi è qualche economista che indica una strada diversa. A Parigi, incontrando Daniel Cohen, consigliere di Nicolas Sarkozy, l’ho sentito affermare: “E’ venuto il tempo d’immaginare un’economia diversa: dalla speculazione e dal profitto alla solidarietà”. Gli stessi concetti, espressi da un laico, che si ritrovano nella Dottrina Sociale della Chiesa; sin dall’enciclica “Rerum novarum”, nel 1891.

Ma quanti, anche fra i cattolici ai vertici delle istituzioni economiche, lo hanno ascoltato?

http://www.piuvoce.net 13 /1/10

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