Da Lewis Carroll a Jackson ecco i seduttori di bambini che la società non vuol vedere
Conversando con Simonetta Agnello Hornby su “Camera oscura” indagine sull’autore di «Alice». E sulla società che gli regalò vittime e perdonò le sue malefatte
Evelyn Hatch è una versione in chiave fotografica della Maya desnuda di Goya:
distesa con le braccia a cingerle la testa, e a metterle in risalto il petto,
una gamba morbidamente reclinata sull’altra. Evelyn Hatch però aveva 8 anni
quando, negli ambienti del college Christ Church di Oxford, il 29 luglio 1879,
la ritrasse il diacono Charles Lutwidge Dodgson, già famoso da un
quattordicennio come Lewis Carroll per Alice
nel paese delle meraviglie e Dietro
lo specchio. Pedofilia? Ma in età vittoriana, sostengono i difensori di
Dodgson, l’infanzia femminile senza veli era, non solo per lui, simbolo
d’innocenza. Guardiamo allora Irene MacDonald, fotografata dallo stesso nel
1863 all’età di 6 anni: è vestita, calzette bianche e scarpe col cinturino,
ma è riversa su un canapé d’epoca, con uno scialle da cui sbuca una spalla
nuda, come chi esce dal sonno, o meglio da un amplesso, e ha uno sguardo per
l’enigmatica sofferenza che manifesta impossibile da sostenere. Camera oscura, il volumetto che riporta
queste due foto (Skira, pp. 127, euro 15), è il testo a metà tra documento e
finzione in cui Simonetta Agnello Hornby si cimenta col mistero del celebrato
padre del libro più citato della letteratura in lingua inglese, dopo le opere
di Shakespeare. Non è la prima a farlo. Prima che l’archivio del reverendo
Dodgson, secretato dagli eredi per 74 anni, diventasse pubblico, nel 1969, a esso aveva attinto
un nipote, Stuart Dodgson Collinwood, per un’agiografia. Furono molte, a
funerale svolto, le ex-«bambine-amiche» che scrissero testimonianze
apologetiche. È del 1999, poi, un’opera ancora «riabilitante» di Karoline
Leach, sempre in questo 2010 tradotta in italiano da Castelvecchi, La vera storia del papà di Alice.
Simonetta Agnello Hornby non la pensa così. E lei è, oltre che l’autrice di una trilogia romanzesca siciliana edita da Feltrinelli, un’avvocata e giudice da un quarantennio a Londra impegnata nel terreno dell’abuso dei minori. Il suo ultimo romanzo, Vento scomposto, si ispirava appunto a uno dei casi da lei trattati nella sua carriera. Perciò Camera oscura è un libro in cui, con la bella penna della romanziera, è una specialista a indagare sul caso Carroll: nella prima parte la scrittrice immagina la storia di Ruth Matthews (nella realtà Mayhew), una delle bambine «kissable», «baciabili», secondo il requisito che l’autore di Alice imponeva alle famiglie; nell’intermezzo svolge le sue considerazioni; e in appendice, dopo le foto, riporta le lettere che Dodgson scrisse a un certo punto ai Mayhew.
Ed è un libro, Camera oscura, che esplorando il terreno scivoloso su cui in età vittoriana si muoveva il reverendo Dodgson, sottotraccia interroga il fenomeno della pedofilia nel mondo d’oggi.
Com’è
nato questo testo?
«Su commissione. E di questo ringrazio l’editor, Eileen Romano. Ma ad
affascinarmi, nel suo orrore, è stato il carteggio che mi hanno fatto avere
che il reverendo Dodgson tenne con i Mayhew. Mancano le lettere loro, come
quelle di Ruth, così come non c’è traccia delle fotografie fatte a lei e alle
sue sorelle. Però Dodgson dai 30 anni in poi teneva un riassunto di tutte le
lettere che riceveva e conservava una copia delle sue. Di queste, ne aveva
98.000. Dunque, un vanesio. Quello che impressiona, leggendo, è la sua
arroganza. Dodgson era un arrampicatore. A 24 anni comprò la macchina
fotografica, all’epoca status symbol, e fu così che riuscì a entrare nella
cerchia di Tennyson».
Eccoci già oltre l’immagine che l’opinione pubblica inglese predilige
di lui, il religioso timido e rimasto candidamente bambino, romanticamente
innamorato della piccola Alice Liddell, ispiratrice del suo capolavoro. In
questi mesi, immagino, lei si sarà chiesta: se me lo fossi trovata davanti in
tribunale, come l’avrei giudicato? Che risposta si è data?
«Avrei chiesto investigazioni più approfondite. Non ho dubbi che, dagli
incontri con le sue “amiche-bambine”, traesse un piacere sessuale. Le baciava
sul lobo dell’orecchio. Io credo che si eccitasse, ma che rispettasse un limite
con le figlie dei suoi amici, non le penetrasse. Però c’è quel mistero della
gran quantità di denaro donata a un uomo che aveva delle figlie. E ci sono le
modelle che, dal 1880, abbandonata la fotografia, gli procura per le sue tele
Gertrude Thompson. Da avvocato qui avrei scavato. E perché non fece mai
ritratti delle sue nipoti, né le invitò mai a stare a casa sua? Perché il
suo archivio fu secretato fino al 1969, quando fu venduto alla British Library,
e fratello e nipoti ne distrussero l’80%? Di nudi, ne rimangono quattro, ma
quanti erano in realtà? Io, Lewis Carroll, lo chiamo un porco. Più di un
pedofilo...».
Più
di un pedofilo?
«Il pedofilo è convinto che ai bambini piaccia. Perciò non si cura mai. Il
reverendo Dodgson aveva una sessualità estesa, frequentava teatri e attrici,
donne adulte, ragazze, bambine. Sapeva quello che faceva».
Smontare
l’immagine di Lewis Carroll, in Inghilterra, è l’equivalente di farlo da noi
con Collodi. Ma la sua indagine è anche un atto d’accusa alla società
vittoriana. Quei genitori conniventi... Oggi potrebbe succedere?
«Il vittorianesimo, più lo conosco più lo detesto. C’era una prostituzione infantile violenta e organizzata. Il direttore della Pall Mall Gazette fece un’inchiesta fingendosi un cliente e gli portarono una bambina cloroformizzata. Lo stesso Dodgson reagì scrivendo al ministro, Lord Salisbury, che il reportage “contaminava le menti”... Però spostiamola all’oggi, immaginiamo che un famoso presentatore dica “Datemi vostra figlia, la metto in un programma di successo. Purché sia baciabile”. In quanti non gliela darebbero? I bambini che dormivano nel letto con Michael Jackson, non erano i genitori a darglieli? Ma l’opinione pubblica non vede».
Qual
è il messaggio che ha voluto lanciare col suo libro?
«Ho voluto mostrare l’abuso sul minore nella sua complessità. Non è solo quello fisico. Perciò ho immaginato che Ruth Mayhew si fosse innamorata del reverendo e avesse sofferto da bambina per il distacco. Il pedofilo seduce insegnando... Ed è la vittima a sentirsi in colpa. E quando l’abuso è in famiglia, e il genitore viene allontanato, è di nuovo la vittima a sentirsi colpevole».
Il fenomeno pedofilia è in crescita?
«Con internet si è strutturato su scala multinazionale e i governi faticano a
combatterlo. È in crescita straordinaria perché è più facile praticarlo. Ma
c’è un altro risvolto da sottolineare: la moda per bambine le vuole vamp a tre
anni. E questo, nei pedofili, acuisce il desiderio. Inoltre è prassi, in
Inghilterra come in Italia, radunare i pedofili in carcere nello stesso braccio
per sottrarli al “castigo” degli altri reclusi. E così, quando escono, sono
più esperti e organizzati».
A
settembre per Feltrinelli uscirà il suo nuovo romanzo, «La monaca». Torna
nella natìa Sicilia? «Sì. È la storia di una ragazza dell’800
costretta a farsi suora. Ma che nel 1848 si spoglia ed esce. Non è come la Gertrude di Manzoni, lei
ama Dio, ma la vita l’attira troppo».
Ha
lasciato il lavoro di giudice. Sta per lasciare quello di avvocato. Vede un
futuro da scrittrice pura?
«No, non è giusto. Sono sociale, mi piace fare. E ho sempre lavorato in un campo, quello della povera gente».
Maria Serena Palieri
l’Unità 7.5.10

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