Da Atene ad Harvard: l’ortodossia economica sotto accusa
Ad Harvard gli studenti contestano le lezioni di Macroeconomia e scendono in strada con Occupy Wall Street.
Agli studenti di economia di tutto il mondo il nome di Gregory Mankiw è
estremamente familiare. È infatti l’autore di alcuni dei testi universitari più
diffusi. Anche nel nostro paese “il Mankiw” è fra i manuali più adottati dai
docenti di macroeconomia, forse secondo solo a quello firmato dall’attuale capo
economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard (la cui
edizione italiana è cofirmata da Francesco Giavazzi e Alessia Amighini).
Eppure qualche settimana fa gli studenti di Harvard, dove Mankiw insegna da
molti anni, hanno contestato il loro celebre e blasonato insegnate accusandolo
di offrire nelle sue lezioni una «specifica (e limitata) visione
dell’economia», la quale perpetua «assetti di disuguaglianza economica
inefficienti e problematici nella nostra società». «Uno studio accademico
legittimo di economia», si legge nella “Open letter to Greg Mankiw” pubblicata
dalla Harvard Political Review, «deve includere una discussione
critica sia dei benefici che dei difetti dei differenti modelli economici
semplificati. Siccome il suo corso non include fonti primarie e raramente
adotta articoli di riviste accademiche, ci ritroviamo con uno scarso accesso ad
approcci economici alternativi». Per manifestare con un gesto ancor più
plateale questo disagio un nutrito gruppo di studenti ha inoltre abbandonato la
lezione del 2 novembre unendosi alla marcia del movimento Occupy Wall
Street in programma quel giorno a Boston.
Da una delle più prestigiose – e costose – università americane, che supera
anche Yale per numero di ex studenti diventati presidenti degli Stati Uniti, ci
è giunto l’ennesimo segnale di come la Grande Crisi scoppiata nel 2007/2008 sta
scuotendo le basi non solo materiali del patto sociale costruito in Occidente
nell’ultimo trentennio. Partire dai “fondamenti teorici” può essere un buon
modo per analizzare con un punto di vista originale anche le turbolente vicende
di casa nostra, che negli ultimi giorni hanno subito una improvvisa
accelerazione con le dimissioni di Silvio Berlusconi e l'incarico per la
formazione del nuovo governo conferito al professor Mario Monti. Ne abbiamo
discusso con la professoressa Antonella Stirati, docente di economia
all’Università di Roma Tre.
Professoressa Stirati, lei in queste settimane sta tenendo il corso
base di Macroeconomia. Anche lei è stata contestata come è successo a Greg
Mankiw, accusato di fornire una «specific - and limited - view of economics»?
(Ride) No…Se mai i miei studenti potrebbero voler protestare del contrario:
sebbene si tratti di un corso di macroeconomia del primo anno io cerco di
spiegare sin dall’inizio che esistono diverse impostazioni e, nei limiti del
possibile, di illustrare quali sono le differenze, le discriminanti teoriche
dalle quali conseguono diverse conclusioni rispetto al funzionamento del
sistema economico e alle prescrizioni di politica economica. Mi rendo conto che
per uno studente del primo anno non deve essere semplice seguire un corso del
genere, ma si tratta di una scelta sulla modalità di insegnamento che
caratterizza l’intero percorso di studi economici qui a Roma Tre. Superate le
difficoltà iniziali, credo che lo studente riesca ad acquisire una
consapevolezza e una capacità di analisi che gli saranno utili tanto nello
studio che nella successiva attività lavorativa.
Fuori dalla sua università ritiene che la crisi economica scoppiata nel
2007/2008 abbia contribuito a valorizzare maggiormente i punti di vista
eterodossi nel dibattito scientifico e nella didattica dell’economia?
È un po’ difficile da dire, perché i livelli del dibattito sono tanti. Partiamo
da quello scientifico. Nelle maggiori pubblicazioni che animano la discussione
scientifica e accademica, all’interno di quello che viene definito il
“mainstream”, possiamo individuare una distinzione: semplificando, il campo si
divide fra “monetaristi”e “nuovi keynesiani”. I primi sono sostanzialmente
contrari all’intervento dell’autorità pubblica nel sistema economico sia
tramite politiche fiscali sia attraverso politiche monetarie: il mercato va
lasciato libero di operare sempre. I nuovo-keynesiani hanno una
visione più modulata: nel breve periodo ritengono che questo intervento possa
rendersi necessario ed opportuno, specialmente in una fase di recessione.
Entrambe le scuole però convergono sull’idea che nel lungo periodo il sistema
di mercato tende all’efficienza e al pieno impiego purché ci sia flessibilità
nel mercato del lavoro.
La crisi sembra aver messo un po’ nell’angolo le posizioni monetariste
più oltranziste…
Si, la crisi sembra aver ridato lustro alle posizioni nuovo-keynesiane, specialmente
se pensiamo gli interpreti più radicali di questo paradigma come Paul Krugman e
Joseph Stiglitz.
Anche in Italia registriamo segnali interessanti che vanno nella direzione di
una maggiore vivacità del dibattito. Ad esempio un importante economista
bocconiano come Guido Tabellini in un suo recente articolo pubblicato sul Sole
24 Ore ha detto che in Europa bisogna superare il dogma della separazione
tra politica monetaria e fiscale, cioè dell’assoluta indipendenza di una Banca
centrale concentrata sull’unico obiettivo del controllo dell’inflazione. L’idea
della separazione, del non coordinamento fra politiche fiscali e politiche
monetarie è un’idea tipicamente monetarista. In questo senso la crisi economica
e il dibattito che la sta accompagnando potrebbe aver contribuito a far
emergere posizioni più duttili.
Fuori dal mainstream c’è però un terzo gruppo di economisti, quelli che
possiamo considerare gli eterodossi in senso proprio e che si rifanno a idee
keynesiane, sraffiane, kaleckiane, marxiste, ecc. Il minimo comune denominatore
può essere individuato nella argomentazione che anche nel lungo periodo
un’economia di mercato con prezzi flessibili e mercato del lavoro flessibile
non presenta una tendenza al pieno impiego. Ecco, tutto questo filone di
produzione teorica è ancora abbastanza emarginato nel dibattito. Eppure si
tratta degli economisti che per primi hanno denunciato i rischi che stavamo
correndo prima e durante la grande crisi scoppiata nel 2007-2008. Un anno e
mezzo fa insieme a un centinaio di altri docenti e ricercatori universitari
abbiamo reso pubblica una “Lettera degli economisti”
(www.letteradeglieconomisti.it) che metteva in guardia circa gli effetti
recessivi delle politiche di austerità varate in Europa. Purtroppo quell’analisi
si è rivelata esatta.
I nuovi sistemi di valutazione della ricerca e dell’insegnamento
universitario possono giocare un ruolo nel promuovere o ostacolare un maggiore
pluralismo in questo ambito di discipline?
Negli ultimi anni in tutti i paesi industrializzati, inclusa l’Italia, è stata
promossa una campagna – a volte esplicitamente dichiarata altre volte
mascherata dietro un appello alla “meritocrazia” – tesa a limitare le
possibilità di carriera e di ricerca a chi ha un’impostazione diversa da quella
dominante. Se si riconoscono e si premiano solo le pubblicazioni su “certe
riviste” e su “certi argomenti” è evidente che diventa difficile per chi non
frequenta quelle riviste e quegli argomenti mettere in luce le qualità del
proprio lavoro di ricerca, e avere quindi la possibilità di lavorare nelle
università e di ottenere finanziamenti. E anche la didattica ha risentito molto
di queste chiusure.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una discussione molto accesa
sul “governo dei tecnici”. Un’opinione molto diffusa è che per gestire questa
fase di crisi ci vuole una persona di “riconosciuta competenza”. Non è detto
però che tutte le persone competenti abbiano la medesima idea su come risolvere
i problemi, come lei ha appena mostrato con questa breve rassegna sulle diverse
posizioni in campo nell’attuale dibattito sulle politiche economiche…
È evidente che la competenza è importante. Avere al potere degli
incompetenti, di qualsiasi orientamento siano, è sempre dannoso. È chiaro
tuttavia che la “competenza” del politico o del tecnico non è una categoria di
per sé sufficiente a formulare un giudizio sul suo possibile operato. Per
esempio le politiche economiche proposte alla Grecia avevano una
giustificazione basata su teorie economiche elaborate da persone di
“riconosciuta competenza”. Teorie secondo le quali contraendo la spesa pubblica
e riducendo i disavanzi si liberano forze e risorse, sia dal lato della domanda
sia dal lato dell’offerta, in grado di risollevare l’economia. Tutto ciò è
stato smentito dai fatti. E dal punto di vista della teoria economica
eterodossa era ovvio che le cose sarebbero andate così. Per quanto riguarda
l’Italia un governo di persone molto competenti che si attenessero rigidamente
alle prescrizioni dell'ormai famosa lettera della Bce potrebbe essere molto
pericoloso.
Ma anche se il nuovo governo adottasse le misure che lei ritiene più
opportune in questa fase, quando davvero potrebbe essere padrone del destino
del Paese? Intendo dire: davvero si decide a Roma il futuro dell’Italia e
dell’Europa?
Purtroppo no. Qualsiasi governo può fare poco in questo momento. Adesso
l’Italia è stretta in una tenaglia mortale tra mercati finanziari che chiedono
interessi molto alti sui titoli del debito pubblico, cosa che rende molto
complicato rifinanziare il debito stesso, e la politica della Bce che non
interviene sui mercati nello stesso modo in cui intervengono le altre Banche
centrali come la
Federal Reserve, la
Bank of England o la
Bank of Japan. Cioè la
Bce non sostiene il valore dei titoli in modo da garantire
bassi tassi di interesse. Presi in questa morsa rischiamo di avere margini di
manovra estremamente limitati. E ovviamente non possiamo svalutare il cambio,
che è una scelta dolorosa ma a volte utile.
Al netto di queste considerazioni io penso che bisognerebbe rischiare di fare
politiche meno restrittive sul piano fiscale per evitare una recessione troppo
forte in Italia. In ogni caso le politiche di austerità non servirebbero a
placare “i mercati”.
Lei sostiene, sulla scorta di una certa impostazione teorica, che le
politiche restrittive aggravano la crisi. In certe situazioni non è però
irrilevante chi ha ragione “in teoria”? Mi spiego: se i mercati finanziari si
muovono sulla base di altri modelli e vengono effettivamente rassicurati ad
esempio da tagli draconiani della spesa pubblica, questa illusione non produce
effetti reali di stabilizzazione?
Questo però sembra ormai pensarlo solo la Angela Merkel! In
realtà dagli stessi mercati – dalle relazioni delle agenzie di rating e perfino
dalle interviste rilasciate dagli operatori agli organi di stampa – traspare
che i guru della finanza sanno benissimo che le politiche fiscali restrittive
tendono a produrre recessione e quindi a creare ulteriori problemi di entrate
fiscali, di finanza pubblica e di sostenibilità del debito. E in qualche modo
già scontano tutto ciò – è in parte per questo che la speculazione si muove
anche sulle banche. Se davvero gli operatori finanziari fossero rassicurati
dalle politiche restrittive non saremmo arrivati dove siamo ora. Guardiamo alla
Spagna: continua a pagare interessi alti, sta andando in recessione e secondo
me non appena la morsa sull’Italia dovesse temporaneamente allentarsi
riprenderà l’attacco sulla Spagna o sul Portogallo. Benché si materializzino
come attacchi sul debito pubblico queste ondate di sfiducia e speculazione
affondano le proprie radici in fondamentali ragioni economiche, le quali hanno
a che fare con il ruolo della Banca centrale europea, con l’assenza di
sovranità monetaria da parte dei Paesi sotto attacco, con i problemi
strutturali di economie caratterizzate da forti disavanzi con l’estero.
Ma la Banca
centrale europea potrebbe interpretare il ruolo che lei le vorrebbe attribuire,
cioè quello di intervenire come un vero prestatore di ultima istanza per
sostenere i titoli del debito dei paesi sotto attacco? Non è vietato dai
trattati dell'Unione europea?
Nell’immediato potrebbe farlo se ci fosse un chiaro mandato politico
giustificato dalla situazione di assoluta emergenza nella quale ci troviamo. In
fondo ha senso che la Bce
difenda la stabilità finanziaria e la stessa sopravvivenza dell’euro oltre che
la stabilità dei prezzi. Quindi anche all’interno dei trattati così come sono
oggi potrebbero esserci margini di intervento. E poi i trattati possono essere
cambiati...
MicroMega (15 novembre 2011)

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