Czeslaw Milosz il mondo come volontà e immaginazione
Malgrado lo strepitio del linguaggio, non sappiamo nulla del nostro tempo.
Sebbene il Premio Nobel l' abbia segnalato nel 1980, Czeslaw Milosz è uno scrittore poco conosciuto in Italia. Quasi nessuno ha letto i suoi ammirevoli libri di prosa: La mente prigioniera, La mia Europa, La terra di Ulro (pubblicati da Adelphi): non molti le Poesie, tradotte da Pietro Marchesani. Spero che questo ostinato silenzio stia per estinguersi: i suoi ultimi, bellissimi libri, Il cagnolino lungo la strada (Adelphi, a cura di Andrea Ceccherelli, pagg. 374, euro 14) e Abbecedario (Adelphi, a cura di Andrea Ceccherelli, pagg. 328, euro 22) dovrebbero procurargli molti lettori appassionati.
Il cagnolino lungo la strada e Abbecedario sono stati scritti in tardissima età, tra gli ottanta e gli ottantasette anni: non conservano nemmeno una traccia di quella che si usa chiamare "saggezza senile"; ma sono ricchi di una creatività intensissima, passione, furore, ironia, ingenuità, freschezza, candore, sarcasmo. Giunto così lontano nella vita, ora Milosz vorrebbe cancellare la propria esistenza, affinché non rimanga nessuna notizia di lui: ora si considera ironicamente con l' orgoglio di quel «corridore che non è stato bravo, è arrivato quasi ultimo, ma ha corso». Se si guarda indietro, viene pervaso da un sentimento di pietà. Tutto è stato sbagliato: lui stesso ha sbagliato condividendo le stoltezze del tempo; eppure tra le vicende del mondo e della sua vita, si intravede, a tratti, il baluginio di una verità superiore. Milosz raccoglie pensieri, intuizioni, profili, illuminazioni, aforismi, apologhi, brevi racconti, citazioni, ricordi, con una sapienza senza eguali. Ogni pagina è una scheggia: ma proprio questo carattere frammentario dà al libro una verità che qualsiasi architettura avrebbe cancellato. Tutto è scorciato e concentrato. La disperazione si alterna all' ironia: il desiderio di assoluto all' amore per la materia: la passione metafisica alla conoscenza della vita; l' intelligenza all' innocenza. Come Proust, egli possiede l' occhio "telescopico", che coglie contemporaneamente punti diversissimi dello spazio e del tempo: è sempre qui ed altrove, e questo sguardo ubiquo ci costringe a leggere e a rileggere i suoi libri perché non siamo mai certi di avere guardato sino in fondo il panorama mentale di Milosz.
Sino alla fine della sua vita, Milosz afferma di essere uno scrittore cristiano,e di credere in Una Sancta Catholica Ecclesia. Egli condivide tutti i principi del Cristianesimo: il peccato originale, la caduta, l' incarnazionee la crocifissione di Gesù (il solo gesto che salva Dio dalla necessità): il dolore e l' estasi dionisiaca; e la speranza che un giorno scenderanno tra noi un cielo nuovo e una terra nuova. Senza sosta difende l' appassionato spirito di contraddizione del Cristianesimo: la volontaria offesa di ogni logica, la costante affermazione degli aspetti opposti della verità, la coincidenza del sovrannaturale e del grottesco. Non può dimenticare le chiese e i campanili della sua patria. Ama le macchie d' oro e di bianco e l' azzurro celeste e le linee ondulanti e i ricchi, capricciosi drappeggi delle statue e gli angeli svolazzanti del fastoso barocco cattolico. Secondo le occasioni, è neoplatonico, paolino e gnostico, manicheo e cabalista, allievo di Swedenborg, Blake e Dostoevskij. Come ogni cristiano, Milosz viene attratto dai poli opposti dell' universo. Da un lato, ricerca «un' unica verità sulle cose che sia comune a noi tutti»: una specie di formula magica che racchiuda ogni senso dell' esistenza. La insegue dovunque, in tutti gli eventi, in tutti i libri, nella mente dei suoi contemporanei o di chi visse duemila o ottomila anni fa o vivrà nel futuro. D' altro lato, vuole conoscere, una per una, le verità singole: come una farfalla guarda un fiore di nasturzo, come una salamandra osserva un prato.
Questo sguardo molteplice risveglia in lui sia angoscia, sia il piacere ironico e camaleontico di sottomettersi a qualsiasi aspettoe voce del mondo. Nella famigliare Lituania e sulle lontane coste dell' Oceano Pacifico, Milosz ama la natura: questa creazione essenzialmente femminile. L' ama per ciò che è, per la sua bellezza effimera e senza scopo: ma anche perché è una rivelazione di Dio. «Non è possibile, ripete, inventare qualcosa di meglio rispetto a ciò che già esiste»: l' universo è degno di una incessante ammirazione, e risveglia in noi un rapimento estatico. Proprio perché Milosz vive lontano, nel passato e nel futuro, ha visto e vede meglio di ogni altro ciò che è accaduto nel ventesimo secolo ed accade nel nostro. Si chiede: «Dove siamo capitati? Di che luogo si tratta? In quale direzione stiamo andando?». A volte non osa rispondere. Vivendo in Polonia, ha conosciuto lager e gulag: orrori che, dopo cinquant' anni, sembrano ancora inesprimibili. In quegli anni, l' Inferno si diffuse sulla terra come una macchia d' inchiostro sulla carta assorbente.
Verso la fine del ventesimo secolo, gli sembra che il Cristianesimo sia esausto. Molte arcate e pilastri della fede cristiana sono crollati; i concetti di colpa e castigo, salvezza e dannazione sono spariti: Inferno e Paradiso scomparsi: la fede nella vita ultraterrena siè affievolita: la verità assoluta ha perso il suo posto supremo: il Cristianesimo ha voluto riconciliarsi col mondo: Gesù è diventato un predicatore di morale; nessuno scrive più trattati di teologiao sermoni degni di questo nome. Probabilmente viviamo, come diceva Beckett, alla fine della partita: o, come aveva scritto Blake, nel paese di Ulro - il luogo della mutilazione e della sofferenza spirituale. Malgrado lo strepitio del linguaggio, non sappiamo nulla del nostro tempo. Viviamo tra montagne di silenzio, che ogni istante diventano più minacciose. Ma Milosz vuole parlare. Ha fiducia soltanto nel favo formato dalle api della nostra immaginazione. E il miele dell' immaginazione è la lingua biblica ed evangelica, che si conserva nella grande poesia del ventesimo secolo: l' unica «che medita ancora sulle cose ultime». Questa poesia è nutrita di profonda attenzione: di premurosa benevolenza: di una grandiosa compassione ora stoica ora buddhista;e di Sophia, la nostra segreta anima femminile. Tutto interesiste: ciò che conta è il rapporto tra le cose; la carta, la nuvola, la pioggia, il bosco, il fiume, l' astro, il cielo.

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