Crescere di più, liberare il mercato. E per le riforme serve il dialogo
L' intero sistema monetario europeo è a rischio e l' Italia non è certo un suo anello forte.
Già dalle prime avvisaglie della crisi greca - sono passati mesi - era evidente che la campana suonava anche per noi. Sono di pochi giorni fa gli attacchi alle obbligazioni pubbliche e ai titoli privati portoghesi e spagnoli, nonché le turbolenze delle Borse europee: la campana suona ancor più forte. È vero, per ora una crisi generale è stata sventata dal massiccio intervento della Bce: ma non è detto che gli attacchi speculativi non si ripetano. Ed è vero che i nostri disavanzi (del settore pubblico e della bilancia corrente) sono minori che in Spagna e Portogallo. Ma il debito pubblico è maggiore e il tasso di crescita altrettanto deludente. L' intero sistema monetario europeo è a rischio e l' Italia non è certo un suo anello forte. Che fare?
Lasciamo da parte interventi volti a frenare la speculazione, come si auspica ogni volta che essa sconvolge i mercati: ne hanno scritto sul Corriere, nei giorni scorsi, sia Alberto Quadrio Curzio che Massimo Mucchetti. Hanno ragione, ma ritoccare le regole dell' architettura finanziaria internazionale non è un potere che sta nelle mani di un piccolo Paese. Maggiori sono i nostri poteri all' interno dell' Eurozona. Qui è ormai sul tappeto l' alternativa tra un balzo in avanti nell' integrazione politica e la dissoluzione non solo del sistema monetario, ma della stessa Unione Europea: ne ha scritto ieri Mario Monti e il suo allarme e le sue indicazioni - una iniziativa politica straordinaria per rafforzare il pilastro del mercato unico - non possono che essere condivisi.
Resta il fatto che la crisi ha lasciato soli gli Stati nazionali - devono pagare per gli errori che hanno commesso - e gli stati decidono sulle materie nelle quali hanno il potere di decidere.
Nel breve periodo possono adottare misure a rapido effetto che riducano la probabilità di attacchi speculativi. Per il medio-lungo possono adottare misure strutturali che rafforzino la crescita: solo la crescita può allontanare quel rischio, oltre a essere benefica per tanti altri aspetti. A breve termine non siamo ancora nella situazione che ha indotto Grecia, Spagna e Portogallo a tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, ma aggredire il disavanzo e ricostruire rapidamente l' avanzo primario che la crisi si è mangiata negli ultimi due anni è compito urgente. Bene ha fatto il governo a intervenire con severità sui disavanzi sanitari regionali e vanno nella direzione giusta le altre misure che sembra stia considerando. Probabilmente l' intervento sul sistema previdenziale dovrà essere ancor più coraggioso, sfidando l' avvertimento che chi tocca le pensioni, come chi tocca i fili, muore. E poiché il capitale di fiducia di cui dispongono i politici non è mai stato così basso - in un momento in cui i privilegi, i redditi, i conflitti di interesse, la corruzione della «casta» sono sotto gli occhi di tutti - le misure che colpiscono i cittadini dovrebbero essere accompagnate da misure esemplari nei confronti dei politici. Più forti di quelle che Calderoli ha ventilato: perché non ridurre alla media europea gli emolumenti di parlamentari e consiglieri regionali? Questo non contribuirebbe molto alla riduzione del disavanzo, ma certo faciliterebbe l' accettazione delle misure che colpiscono i cittadini comuni. Tutto ciò riguarda l' emergenza, il breve termine, e poco ha a che fare con il grande problema della nostra economia, la sua debole capacità di crescita.
Se non cresciamo di più, diventerà sempre più difficile affrontare emergenze future: ridurre il rapporto tra il debito e il Pil - ciò che ci richiedono i mercati e l' Europa - dal solo lato del numeratore, tagliando spese e aumentando imposte, diventerà sempre più difficile. Ma riformare la nostra economia, nella sua componente pubblica e in quella privata, affinché possa crescere il denominatore, significa affrontare le numerose situazioni di scarsa produttività e di inefficienza che alimentano rendite grandi e piccole.
Se l' emergenza può essere affrontata con pochi colpi di sciabola - grossi tagli alle spese, come nel caso delle pensioni, o un ulteriore aumento di imposte - le riforme strutturali esigono numerose operazioni chirurgiche, incisioni col bisturi, che possono far male, politicamente, ancor più delle sciabolate. Riformare la scuola e l' università, lasciar affondare le imprese inefficienti e concentrare le scarse risorse su quelle che sono in grado di sopravvivere, punire severamente i molti evasori e recuperare gettito come premessa per ridurre le aliquote per tutti, introdurre una reale concorrenza nei settori protetti, semplificare l' architettura barocca del nostro settore pubblico, iniziando dall' eliminazione delle province (pensate che cosa ci aspetta se il cosiddetto federalismo fiscale verrà disegnato male) - e potrei continuare a lungo - esige un capitale politico straordinario, proprio in un momento in cui sembra essere ai suoi minimi. In questi momenti è comprensibile che prenda voce la domanda di un governo di salute pubblica. Se siamo arrivati a una situazione in cui anche una iniziativa così anomala può essere considerata seriamente, a maggior ragione esiste la possibilità, assai meno traumatica, di un rapporto più collaborativo tra governo e opposizione. E forse potrebbe bastare.
http://www.corriere.it (17
maggio 2010)

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