Costruiscono castelli con la sabbia asciutta
Mi domando quanti saranno, in un paese come il nostro, gli imprenditori fasulli che, dopo aver autocertificato in proprio favore e avere ottenuto il necessario credito bancario, scompariranno dopo qualche mese lasciando un paio di capannoni abbandonati e portandosi via la polpa presa a credito.
I mercati giocano al rimpiattino con i debiti sovrani,
con l'euro e con le Borse; l'Europa e gli Stati dell'Unione rispondono come
possono. Ma è un rimpiattino o un gioco a moscacieca? Romano Prodi, nel suo
articolo di ieri sul "Messaggero" pone una domanda analoga e propende
per la moscacieca per quanto riguarda l'Europa. Temo che abbia ragione. Fino a
quando l'Unione, e soprattutto i Quindici dell'euro-zona, non si saranno dati
un governo unitario dell'economia e della fiscalità, la moscacieca continuerà
con effetti inefficaci. Le Borse e l'euro resteranno sotto il tiro dei mercati,
i risparmiatori sposteranno i loro capitali verso i titoli sovrani degli Stati
più forti, in particolare verso i "bund" della Bundesbank, che danno
ormai rendimenti vicini allo zero, e verso i titoli del Tesoro americano. Le
manovre dei singoli Stati europei per stabilizzare i rispettivi debiti erano
necessarie ma il loro effetto complessivo non può che essere depressivo: i
tagli alla spesa decurtano il potere d'acquisto, le aspettative tendono al
ribasso, le obbligazioni emesse dalle imprese e dalle banche soffrono la
concorrenza con le emissioni degli Stati più solidi, la modesta ripresa produttiva
non produce nuova occupazione né nuovi investimenti. La crescita sarà lenta e
contrastata. Obama stanzia altri cento miliardi di dollari per combattere il
trend negativo ma in Europa non avviene niente di simile.
E in Italia meno che mai: l'ammontare del debito pubblico rende difficile se
non impossibile una manovra equilibrata che stabilizzi il bilancio e stimoli la
crescita. La realtà suggerisce una sola definizione: siamo imballati, costretti
a galleggiare cercando di limitare i danni e sperando di riuscirci.
Tremonti ha fatto due giorni fa una sortita liberista: ha lanciato l'idea di
abolire tutte le regole e gli adempimenti necessari a realizzare nuove
iniziative imprenditoriali per quanto riguarda le imprese medio-piccole, per
gli artigiani e per la ricerca. Basterà l'autocertificazione, salvo successivi
controlli della pubblica amministrazione. Dunque libertà totale per tre anni,
poi si vedrà. Ma la proposta si scontra con l'articolo 41 della Costituzione
che prevede libertà d'impresa purché produca effetti socialmente positivi. È
dunque necessario riscrivere l'articolo 41 e ci vuole una legge costituzionale.
Il tempo occorrente è di un anno, ammesso che quella legge passi in Parlamento
con la maggioranza qualificata prevista. Insomma se ne parlerà, se va bene,
nell'autunno 2011. La proposta vale per le nuove iniziative. Quante saranno, in
tempi di languore congiunturale? Quante di esse avranno successo?
Un grande effetto propulsivo ebbero una decina d'anni fa analoghi provvedimenti
del governo irlandese in favore di iniziative provenienti dall'estero,
incentivate anche con interventi creditizi e sgravi fiscali (che mancano nella
proposta Tremonti). L'Irlanda fu citata come esempio da imitare in tutta l'area
europea. Oggi tuttavia quella stessa Irlanda è uno degli Stati sotto tiro e il
suo sistema bancario tra i più fragili dell'Unione.
Mi domando quanti saranno, in un paese come il nostro, gli imprenditori fasulli
che, dopo aver autocertificato in proprio favore e avere ottenuto il necessario
credito bancario, scompariranno dopo qualche mese lasciando un paio di
capannoni abbandonati e portandosi via la polpa presa a credito. E mi domando
anche quante saranno le nuove imprese che le mafie intesteranno ai loro amici.
Se debbo dirla tutta, queste sono trovate destinate ad avere qualche titolo di
annuncio per le prime quarantott'ore, come il piano casa che, ad un anno da
quando fu varato, non ha ancora prodotto un solo mattone. Quanto al liberismo
di Tremonti, la sua autenticità fa a pugni con il Tremonti-pensiero
anti-mercatista. Lo conoscevamo come un seguace del colbertismo; scopriamo
adesso che propugna un "laisser faire" pressoché totale. Tra questi
due estremi un vero liberale propende per regole chiare, poche ma efficaci e
severe, che tutelino la libertà d'accesso ai mercati e la lotta ai monopoli.
Tutto il resto, come dicevano Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi è aria fritta a
beneficio delle cricche di vario genere e serve soltanto per ottenere il
consenso dei gonzi.
La cosa più curiosa di tutte è il profluvio di raccomandazioni, da parte delle
stesse fonti che hanno chiesto le manovre di aggiustamento dei debiti sovrani,
di accelerare la crescita. Ma come? Con quali mezzi?
In Italia di mezzi ce ne sarebbero almeno tre: la lotta all'evasione, la
redistribuzione dei pesi fiscali, l'allungamento dell'età pensionabile.
Sull'ultimo punto il governo commissariato da Tremonti qualche cosa ha fatto.
Le finestre pensionistiche sono strutturalmente importanti; così pure i
parametri che agganciano la pensione alle prospettive demografiche di durata
della vita, che diventeranno operativi nel 2015.
Sugli altri punti è silenzio. L'allungamento dell'età pensionistica presuppone
un patto con le parti sociali. La Confindustria ha proposto una sorta di accordo tra
produttori: tutte le parti sociali, nessuna esclusa. Il ministro del Lavoro è
scettico. È riuscito a dividere i sindacati e non gradisce che la Cgil torni in gioco. Tremonti
tace e aspetta. E cosa aspetti non si sa. Dalla lotta all'evasione prevede un
recupero di otto miliardi. Forse è realistico a legislazione vigente, ma è poco
rispetto a un'evasione di 120 miliardi, destinata a crescere e non a diminuire.
Otto miliardi su 120 non è un risultato, ma un flop.
Resta, del tutto ignorata, la redistribuzione. Il silenzio su questo tema,
assolutamente centrale per la crescita, deriva da un assioma diventato un
"mantra" elettoralistico: non bisogna mettere le mani nelle tasche
degli italiani. Mantra berlusconiano, mantra leghista. E quindi anche tremontiano.
Tutti sono d'accordo (e lo siamo anche noi) che bisogna diminuire le tasse per
favorire la crescita. Per ottenere questo risultato ci sono due sole strade:
tagliare le spese superflue oppure tagliare le tasse che gravano sul lavoro e
sulle imprese e compensarne le minori entrate con altre tasse che gravino su
altre spalle. Le spese superflue sono poche. Nella manovra in corso la loro
ricerca è stata demandata alle Regioni e ai Comuni. Il taglio sulla carta
politica darà qualche ridicola decina di migliaia di euro. Le Regioni e gli
Enti locali, le Università e la ricerca, taglieranno licenziando e così anche i
Ministeri. Ma ai fini della crescita i licenziamenti significano un'ulteriore
perdita di potere d'acquisto; rientrano cioè nella parte depressiva del risanamento.
Il recupero dell'evasione va bene, ma rappresenta soltanto un terzo del totale:
otto miliardi su 24. La redistribuzione è dunque indispensabile e se deve
equilibrare la spinta depressiva dovrebbe ammontare a circa 16 miliardi nel
biennio. Uno sgravio sul lavoro dipendente e sulle imprese di questa entità
susciterebbe aspettative favorevoli con effetti rapidi. Sosterrebbe
investimenti e consumi. Diminuirebbe ineguaglianze ormai intollerabili e
vergognose. Aumenterebbe la coesione sociale. La copertura va trovata sul lato
delle "cose": le rendite, le case non censite, le case non
utilizzate, la revisione dei valori catastali: valori attualmente irrisori, che
potrebbero essere aumentati con un primo scaglione che resti ancora al di sotto
della realtà, salvo prova del contrario e del principio tributario di pagare
salvo rimborso. Un patto tra produttori, un patto generazionale, un patto
fiscale. Oppure continueremo a giocare a moscacieca, lanciando annunci di fumo
che si sciolgono nell'aria come il cerone sulle guance del Capo dei capi.
P. S. Cadeva ieri l'anniversario di trent'anni dalla morte di Giorgio Amendola.
Ricordo ancora quella mattina di cordoglio all'ospedale che ne ospitava il
corpo. Pochi mesi prima, nel marzo del '79, se n'era andato Ugo La Malfa. Furono, in
diversissimi modi, due grandi figure della nostra storia repubblicana, che
soltanto dopo la morte riscossero un consenso che in vita gli era stato negato
o lesinato. Voglio qui trascrivere, nella sua efficace sobrietà, quanto ha
scritto ieri sul "Messaggero" Gianni Bisiach nella sua rubrica
"Dieci righe di storia". "Il 5 giugno 1980 muore a Roma di
cancro Giorgio Amendola, seguito dopo poche ore dalla moglie Germaine,
conosciuta a Parigi durante un ballo per la festa della Bastiglia, che sarà
sepolta con lui. Figlio di Giovanni Amendola, liberale, morto per le percosse
delle squadre fasciste. Nel 1929 Giorgio si iscrive al Partito comunista.
Carcerato, confinato, esule in Francia. Dal 1943 sarà uno dei capi delle
Brigate Garibaldi a Roma, Firenze, Milano, Torino". Quando fui eletto
deputato nel 1968, nella prima seduta della Camera lo incontrai nel
transatlantico di Montecitorio. Mi salutò con affetto, poi mi disse: "Per
te sarà un lavoro molto diverso da quello giornalistico. Noi qui costruiamo
castelli con la sabbia asciutta." Un male antico e sempre più attuale.
http://www.repubblica.it 06 giugno 2010

Precedente: La patria dell’oblio collettivo

