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laureata

Costruiamo nuove università riservate ai bravi scienziati

In Italia non ha molto senso parlare di università migliori di altre. Ci sono semmai scienziati o gruppi di ricerca migliori di altri, indipendentemente dagli atenei cui appartengono.

 

 

Il livello di competitività dei sistemi accademici nazionali dipende da diversi fattori, culturali e di contesto, in primis la tipologia di finanziamento e i sistemi incentivanti. Nel mondo anglosassone il perseguimento di un vantaggio competitivo ha portato all’affermarsi di top university capaci di attrarre, sviluppare e trattenere talenti nazionali e stranieri, tra il corpo docente e discente, ma anche capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati, donazioni e imprese nazionali e internazionali sul territorio, che beneficia quindi delle conseguenti ricadute economiche. La competizione ha generato università “di serie A, B e C”, che rilasciano titoli di valore diverso. Al contrario, l'assenza di competitività, unita a radicate prassi clientelari, ha prodotto in Italia gli effetti rivelati da uno studio bibliometrico della produzione scientifica universitaria. (1)
Nell’arco dei cinque anni (2004-2008) che saranno oggetto di valutazione da parte del Civr, risulta che 6.640 (16,8 per cento) dei 39.512 strutturati (ricercatori e professori di I e II fascia) nelle “scienze dure” non ha pubblicato alcun articolo scientifico nelle riviste censite da Web of Science (WoS). (2) Altri 3.070 accademici (7,8 per cento del totale), pur avendo pubblicato, non risultano mai citati. (3) Il che significa che 9.710 strutturati (pari al 24,6 per cento del totale) non hanno avuto alcun impatto sul progresso scientifico. La distribuzione della produzione scientifica segue una legge quasi paretiana: il 23 per cento degli accademici ha realizzato il 77 per cento degli avanzamenti scientifici complessivi. (4)

 

SE I MIGLIORI SI DISPERDONO

La forza relativa di un sistema di ricerca nazionale non è data solo dalla performance media, ma anche da come questa è distribuita tra le organizzazioni di ricerca. Nelle università di serie A dei sistemi competitivi (Harvard, Mit, Oxford, Cambridge, per esempio) ci aspettiamo alta performance media dei singoli ricercatori e bassa variabilità; nelle università di serie C bassa performance media e ancora bassa variabilità. Complessivamente, una variabilità di performance più alta tra università che all’interno delle stesse.
In Italia accade l’esatto contrario: la variazione di performance tra università è molto più bassa che all’interno delle singole università. Un’analisi per settore scientifico disciplinare ha mostrato che il coefficiente di variazione di performance interna per tutte le università è sempre superiore a quello tra università, ad eccezione di due unici casi su un totale di 918 combinazioni università-settore scientifico. In Italia, quindi, non ha molto senso parlare di università migliori di altre quanto, piuttosto, di scienziati o gruppi di ricerca migliori di altri, indipendentemente dalle università cui appartengono. I “top scientist” sono distribuiti a macchia di leopardo negli atenei, cosicché nessuno di questi raggiunge quella massa di eccellenza critica per competere a livello internazionale. Gli studenti italiani più capaci si distribuiscono anch’essi in maniera piuttosto uniforme tra gli atenei e ricevono una formazione che riflette l’ampia dispersione di qualità dei loro docenti. Questa realtà richiederebbe azioni diverse dagli attuali indirizzi intrapresi dal governo per indurre una maggiore efficienza produttiva nel sistema di ricerca pubblico.
L’allocazione di una quota del finanziamento ordinario alle università in funzione del merito risulterebbe efficiente solo se le università distribuissero a loro volta tali finanziamenti su base meritocratica. È velleitario però credere che il 77 per cento degli accademici accetti di rinunciare a una quota di fondi a favore del 23 per cento dei colleghi, ammesso che le università decidano in primo luogo di dotarsi di sistemi seri di valutazione interna della performance. Quand’anche poi ci sia un’allocazione efficiente a livello individuale, è altamente improbabile che una quota così esigua di finanziamenti in funzione del merito (3,9 per cento delle entrate totali delle università, nel 2009) possa indurre un significativo incremento dell’efficienza produttiva e comportamenti di selezione efficiente, tipici dei sistemi competitivi, che sostituiscano radicate prassi clientelari.

 

COME CREARE POCHE UNIVERSITÀ DI SERIE A

Il realismo porta a pensare che nessun governo in Italia sia disposto a tagliare chi non produce nella ricerca, ma si può almeno sperare in sistemi incentivanti che leghino le retribuzioni al merito. Lo stesso realismo induce a ritenere che nessun governo, ammesso che lo condivida, sia disposto ad affrontare il rischio della transizione dal sistema attuale a uno fortemente competitivo come quello americano, auspicato da alcuni studiosi. (5)
Si dovrebbe perciò favorire la nascita per gemmazione di nuove università, equamente distribuite sul territorio, verso le quali far migrare dalle attuali sedi, solo i “top scientist” del sistema di ricerca pubblico nazionale. (6) Con un investimento molto basso, relativo ai soli costi infrastrutturali, si potrebbero creare in breve tempo quelle top università che i sistemi competitivi hanno prodotto nell’arco di decenni in altri contesti nazionali, università in grado di competere a livello internazionale. Le top università così costituite sarebbero per natura fortemente immuni al virus del clientelismo e più inclini ad adottare strategie e pratiche virtuose, tipiche di chi opera in sistemi competitivi. La scelta di fondo è se continuare a puntare al miglioramento di 90 università di serie B pressoché uniformi o far emergere nel breve, attraverso una redistribuzione dei ricercatori pubblici, una dozzina di università di serie A, con effetti positivi non solo sull’economia, ma anche sulla mobilità sociale.

 

(1) www.disp.uniroma2.it/laboratoriortt.
(2) Aree disciplinari universitarie 1-9. Sono stati considerati solo i 184 settori scientifici (su 205 totali) in cui almeno il 50 per cento degli strutturati ha pubblicato, su riviste censite in WoS, almeno un articolo nel quinquennio.(3) Non si può escludere che possano essere citati in futuro, con una probabilità che decresce con l’età dell’articolo scientifico.
(4) Misurati attraverso il contributo alle citazioni complessive, standardizzate per settore disciplinare e, limitatamente alle scienze della vita, per posizione nella lista degli autori.
(5)Vedi, ad esempio, Perotti R., 2008, L’università truccata, Einaudi.
(6) L’individuazione dei top scientist nelle “scienze dure” è di immediata fattibilità con strumenti bibliometrici. Meno agevole, ma altrettanto fattibile, nelle altre aree disciplinari.

 

http://www.lavoce.info 19.10.2010

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