Costrette a piagnucolare
Il vittimismo vende. Conquista le prime pagine. Una propaganda martellante: siamo le care vecchie vittime di sempre, anzi di più.
La cosa importante è che il messaggio passi: è
stato tutto inutile. Il femminismo ha fallito. Siamo tutte
meno libere e più sole di 20 anni fa. Appena possono ci licenziano. Ci
costringono alla taglia 42. Le ragazze vogliono fare le veline. Ci violentano,
ci sfruttano. Non ci permettono di autofecondarci con il seme congelato di uno
sconosciuto con pedigree. Neanche la libertà di affittare l’utero come capita
nei paesi civili. Non ci lasciano abortire, il che, com’è noto, è la nostra
passione, preferibilmente nel bagno di casa, con il bidet e tutte le comodità. Stiamo
peggio qui che a Kandahar. E in menopausa rincoglioniamo, nonostante i
cerotti. Siamo messe veramente male.
Andate in un convegno di donne –noi giornaliste ci invitano spesso- e provate
per una volta a non piagnucolare, a non battervi il petto come delle prefiche.
Provate a parlare di rivoluzione womenomics, di femminilizzazione
del lavoro, della grande vitalità del mondo delle donne,
di agio conquistato: per esempio questo, di poter confliggere tra donne sul più
grande quotidiano italiano.
Vi guarderanno sbigottite, qualcuna comincerà a opporvi che il capo le fa il
mobbing, e anche la capa, perché si sa che le donne sono tremende con le donne.
E poi, attacca banda: appena possono ci licenziano, ci costringono alla taglia
42, eccetera.
Il vittimismo vende. Conquista le prime pagine. Una propaganda martellante:
siamo le care vecchie vittime di sempre, anzi di più. E invece gli uomini,
guardali lì, che meraviglia. Tutti in formissima. Pazienza se la recessione in
America la chiamano he-cession. Pazienza se nel giro di un
ventennio le nostre ragazze saranno le breadwinner, e i maschi al traino.
Semmai il problema è quello, l’identità maschile che si disfa:
basta essere madri di un ragazzo per averne un’idea. Pazienza se c’è stato un
film come American Beauty, che dovrebbe avere definitivamente
cambiato il nostro immaginario sulle relazioni tra i sessi. Le vittime
siamo noi, e guai a chi ci usurpa il posto.
All’apparenza Susanna Tamaro e Maria Laura Rodotà
dicono cose opposte: l’una che la parità e l’omologazione hanno ridotto la
portata della libertà femminile; l’altra che il problema, semmai, sta nella
difettosa emancipazione, nella parità non realizzata, nel fatto che le
femministe italiane hanno perso inutilmente tempo a baloccarsi con il pensiero
della differenza. E invece entrambe, a mio parere, contribuiscono vigorosamente
alla propaganda di cui sopra (a noi donne è andata proprio male),
si allineano e si danno man forte nel dipingere una situazione di illibertà e
debolezza femminile. Offrono nuovi argomenti alla vulgata vittimistica
che negli ultimi anni ha preso ad assordarci.
Non che non ci siano problemi, per carità. I problemi esistono, eccome. E il
problema numero uno, come dice Luisa Muraro, esponente di
punta di quel pensiero della differenza a cui Rodotà
attribuisce la responsabilità principale delle nostre miserie, è l’attaccamento
degli uomini al potere, inteso come “costitutivo della loro identità”.
Vuole dire che senza quel potere che vogliono tutto per sé gli uomini non sanno
come essere uomini, non sono capaci di stare al mondo, anche se in giro ce ne
sono alcuni che, preso sconsolatamente atto della fine del patriarcato, si sono
messi a esplorare altre possibilità. Ebbene, invece di tenere lo sguardo su
questo, sull’indebolimento degli uomini con tutti i guai che si porta dietro,
che è la cosa principale che sta capitando, e proprio in conseguenza di quel
femminismo di cui molte negazioniste si impegnano a minimizzare la rilevanza,
invece di parlare di questione maschile, eccoci ancora qui,
con le nostre lacrime e i nostri fazzoletti ricamati.
Ma questa propaganda vittimistica e rabbiosa fa il gioco di controparte, per
così dire, che in questo modo può negare il vero problema e tenere duro ancora
per un po’. Ci indebolisce, è molto dis-empowering. Fa molta
presa sulle più giovani, le induce ad accontentarsi di quel poco, le tiene lontane
dagli orizzonti grandi: tanto non ci arriverai mai. Accontentati di
quella mezz’ora concessa dall’azienda se il bambino ha la febbre, non puntare a
cambiare l’organizzazione del lavoro –desiderio anche maschile-. Abortisci da
sola con un paio di pillole, questa sì che è libertà, non quella di pretendere
che si faccia festa per il tuo bambino. Lotta per il minimo paritario,
alimentando il business milionario delle pari opportunità e delle sue
professioniste, e non per stare nel mondo con pienezza da donna. Recrimina e
mostrati bisognosa, così non li spaventerai. Non andare baldanzosa per la tua
strada, non crearti una vita come vuoi tu, non approfittare di quelle
vertiginose libertà che il desiderio ardente di altre donne -senza
quote, senza parità, senza rappresentanti elette in Parlamento- ti ha
fatto guadagnare.
Piangi. E dì che il femminismo non è servito a nulla.
http://www.corriere.it 19 aprile 2010

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