Cossiga e Pertini a confronto
Non abbiamo avuto la fortuna di grandi presidenti nella storia repubblicana.
Francesco Cossiga è morto da meno di un mese e sembrano già
anni. Sic transit gloria mundi, ammesso che di gloria si tratti… La storia è
crudele, ma più crudeli ancora sono i media, tutti proiettati sull’attualità,
loro ragione e loro condanna. Giaccia in pace Cossiga, viene da dire, e chissà
se è il caso di riaprir polemiche. Però, dopo il clamore un tantino folklorico
dei suoi necrologi, qualche modesta osservazione la si può fare, perché Cossiga
è stato un personaggio importante nella nostra storia recente. Per esempio
nell’Italia degli anni di piombo come ministro dell’interno e con la sua
condotta del “caso Moro” della quale egli stesso – campione del “partito della
fermezza” – ha ammesso in seguito i limiti politici, se non investigativi. Il
cupo e il losco che hanno circondato la sciagurata azione delle Br e tante
altre azioni di quegli anni chissà quando verranno chiariti davvero, chissà quando
verranno chiariti i tanti “casi” di quegli anni, tutte le stragi. Ancora di
recente, le rivelazioni sulla morte del giudice Borsellino ci hanno lasciato
sbalorditi e tramortiti, acuendo la nostra diffidenza verso le voci del potere
e dei governi, e anzitutto dei ministri dell’interno…
Di Cossiga era difficile fidarsi sia per le plateali “esternazioni” (una parola
che entrò in voga per lui, e significava più o meno che non si poteva dar
credito alle sue opinioni – ma lo stesso Cossiga giù a precisare: ci faccio,
non ci sono…) sia per le “picconate” (parola che faceva pensare a un serial
killer e non a un presidente della Repubblica, venuta di moda per i suoi
affondi politici senza mezze misure).
Cossiga si vantava del suo parlar schietto, così come se ne vantava Sandro
Pertini, che fu presidente della Repubblica prima di lui. Anche Pertini non
scherzava con le dichiarazioni e i gesti spiazzanti, che mettevano spesso in
difficoltà il suo segretario Ghirelli. Ma il “parlar schietto” di Pertini aveva
tutt’altra origine da quello di Cossiga. Quando fu eletto presidente, Cossiga
constatò di essere il primo che non apparteneva al numero dei “padri della
patria” autori della Costituzione. Del suo discorso ricordo il richiamo al
concreto e al volersi riconoscere nella “gente comune”. L’esercizio della
presidenza da parte di Cossiga fu caratterizzato da una assoluta
spregiudicatezza, recitata o autentica non importa, e da un massimo narcisismo.
Nel discorso di insediamento di Pertini si parlava piuttosto di ideali. Esordì
dicendo che fino allora aveva risposto alla sua fede politica e alla sua
coscienza, ma d’ora in poi avrebbe risposto alla nazione, da garante dei
diritti costituzionali dei cittadini. Era un narciso anche lui, spesso
impulsivo e perfino vendicativo (e ricordo cosa dicevano di lui gli altri
leader del partito). La differenza tra i due era però enorme, e stava nel loro
diverso modo di intendere la politica: in Pertini, espressione di bisogni e
idealità di massa, di giustizia sociale secondo la tradizione del socialismo
dell’Ottocento; in Cossiga, oso dire, come lotta per bande, avendo alle spalle
solo un vago sentore di morale cattolica che, come si sa, è sempre
aggiustabile. Devo chiarire: credo fermamente che la storia italiana del
dopoguerra sia stata la parte più viva della nostra storia nazionale, e che le
due grandi forze in campo, la socialista-comunista e la cattolica-democristiana
fossero unite, nonostante le grandi differenze e la guerra fredda, nel progetto
di costruzione di una nazione fortemente unitaria, dove le differenze sociali
potessero venire fortemente attenuate. Ma se Pertini si muoveva ancora secondo
quel progetto, non mi pare che lo facesse Cossiga, che sembrò intendere la
politica come zona di intervento per gli addetti ai lavoro, per quelli del
mestiere, in concorrenza o in combutta tra loro. Il resto ne conseguiva, la
coerenza di Pertini come l’incoerenza di Cossiga. E ne conseguiva anche la
simpatia umana che Pertini sapeva suscitare e l’antipatia profonda che Cossiga
sapeva suscitare, e che a volte pareva godere nel suscitare.
Non abbiamo avuto la fortuna di grandi presidenti nella storia repubblicana. De
Nicola fu scelto per il veto vaticano su Croce, Leone Segni Cossiga sono stati,
credo, i peggiori di tutti, Einaudi e Pertini certamente i migliori; gli
ultimi, laici o cattolici, sono onesti e meritori gestori e difensori della
carta costituzionale, ma nessun di gran fascino o di qualità superiore. Eppure
ci sembrano oggi molto migliori del paese cui presiedono (e, va da sé, della
sua classe dirigente), mentre il paese è andato sempre più somigliando ai suoi
Cossiga.
http://www.unita.it 05 settembre 2010

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