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Così l’uomo ha perso l’inconscio

La nostra epoca minaccia l´intimità del soggetto. L´eccesso di stimolazioni uccide il desiderio




Un requiem per l´inconscio. È quello che intona Massimo Recalcati in un libro sorprendente, originalissimo, decisamente provocatorio. Cinquantenne fascinoso, si sente a suo agio nel ruolo di battitore libero: è un antiaccademico ma insegna all´università di Pavia, è un analista lacaniano ma assolutamente leggibile (quasi un ossimoro). Tutti i suoi saggi vantano questa cifra rarissima: argomenti solidi e mai scontati, nessun collage di citazioni roboanti e noiosissime, scrittura brillante e tutt´altro che banale. Ora questo suo nuovo libro, in uscita da Cortina, lo celebra come testa pensante della psicoanalisi contemporanea: L´uomo senza inconscio, si chiama titolo folgorante, di per sé destinato a far discutere (pagg. 336, euro 26).


«A mio giudizio, è un grave errore non contemplare la possibilità disastrosa che il soggetto dell´inconscio possa declinare, eclissarsi, persino estinguersi», si legge nelle primissime righe. In questa nuova mutazione antropologica c´è aria da thriller, e allora viene voglia di parlarne con l´autore, nel suo studio all´ultimo piano di un palazzo al centro di Milano.


Professore, chi è il killer dell´inconscio?
«È il nostro tempo che minaccia l´intimità più radicale e scabrosa del soggetto: è l´epoca dei turboconsumatori, dell´inebetimento maniacale, della gadgettizzazione della vita, della burocrazia robotizzata, del culto narcisistico dell´Io, dell´estasi della prestazione, della spinta compulsiva al godimento immediato come nuovo comandamento assoluto. L´inconscio è invece il luogo della verità, del desiderio più particolare, impossibile da redimere e da adattare "dal carattere indistruttibile", per dirla con Freud. Non è però un dato di natura, qualcosa che esiste in quanto tale, come un´espressione ontologica della realtà umana immune dalle trasformazioni sociali».


L´inconscio ha una sua valenza etica, lei dice con Lacan.
«Sì, è qualcosa che dobbiamo assumere, far esistere. Esige rigore, perseveranza, ma anche disponibilità a perdersi, a incontrare il caos, l´imprevisto. Soprattutto la capacità di esporsi al rischio della solitudine e del conflitto... Per la psicoanalisi è proprio questo l´infelicità: è tradire il programma inconscio del desiderio, quando non è solo mascherato ma soppresso da un funzionamento dell´Io che si modella unicamente sulle attese degli altri».


Perché la Civiltà ipermoderna è così antagonista a quello che lei definisce "il soggetto dell´inconscio"?
«Perché, come si esprimeva Heidegger riprendendo Nietzsche, "il deserto cresce" e il mondo si riduce a mero calcolabile. È il trionfo della misura a sostituire la questione della verità contrastando l´esperienza dell´incommensurabile. Il nostro tempo è sordo al tempo "lungo" del pensiero, maniacalizza l´esistenza con un eccesso di stimolazioni e oggetti di consumo, cancella la spinta singolare del desiderio in nome di un iperedonismo ben integrato al sistema, dell´affermazione entusiasta e disincantata dell´homo felix».


Scompare il vecchio Super-io, col suo carico insopportabile di sensi colpa, e quel che conta è l´imperativo al godimento illimitato. Si può dire così?
«Non proprio. Più che a un´abrogazione del Super-io sociale freudiano di tipo kantiano, oggi assistiamo a una metamorfosi inquietante nel senso che il comandamento sociale prevalente non impone la rinuncia al piacere immediato, in nome dell´inclusione nella morale civile, ma al contrario impone il godimento come forma inaudita del dover essere, come obbligazione. Sullo sfondo c´è quello che, già alla fine degli anni Sessanta, Lacan definiva l´evaporazione del Padre, inteso come principio fondativo della famiglia e del corpo sociale. Senza l´ombrello protettivo del Padre, l´insicurezza emerge senza più schermi difensivi: la vita va alla deriva, caotica, spaesata, priva di punti di riferimento, destabilizzata, smarrita, vulnerabile».


Devi godere! è questo il nuovo imperativo categorico?
«Sì, ma il godimento si dissocia, si sgancia dal desiderio e si afferma come volontà tirannica in una dissipazione sadiana, nociva, maledetta. Èuna sregolazione dove non c´è nessuno scambio con l´Altro non c´è Eros, che in psicoanalisi rappresenta il legame fondamentale tra gli esseri umani. Qui prevale Thanatos, una pulsione nel segno dell´autoaggressione e della potenza oscura della ripetizione che appunto attenta la vita, la porta alla distruzione e solleva lo scandalo della tendenza degli esseri umani a perseguire il proprio Male».


Leggendo le sue pagine, non c´è però soltanto quello che lei definisce lo strapotere dell´Es. C´è anche una soppressione conformistica del desiderio, l´aderenza assoluta del soggetto alla maschera sociale. Ma davvero potrà esserci un Io senza inconscio?
«Molte forme che oggi assume la sofferenza hanno interrotto ogni contatto con l´inconscio. La nostra non è solo la società dei legami liquidi, come dice Bauman, dello sbriciolamento dei legami sociali, dell´assenza dei confini simbolici che facevano da bussola nei percorsi della vita. La nostra è anche l´epoca delle identificazioni solide, dell´eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista. Il soggetto non mostra alcun desiderio, si ancora al mondo esterno fino a perdere ogni contatto con se stesso, si annulla attraverso il rafforzamento narcisistico. Al posto del conflitto freudiano tra principio di piacere e principio di realtà s´impone un culto sociale che incalza la soggettività come un inedito dover essere».


È l´estasi della prestazione, un´immagine di segno mistico. Sembra un paradosso.
«Solo all´apparenza. Perché nel rafforzamento della volontà e dell´efficacia pratica, la prestazione si declina essenzialmente come un principio di godimento e non come un principio morale di sacrificio del godimento. È l´uomo della burocrazia anonima che prende il posto dell´uomo freudiano».


"Figure della nuova clinica psicoanalitica" è il sottotitolo del suo nuovo libro. Disordini alimentari, dipendenze dalle sostanze, depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni: sono tutte patologie che confermano la progressiva abrogazione dell´inconscio?
«Sì, vanno in questa direzione e rappresentano il tratto decisivo del totalitarismo ipermoderno. Io ne parlo come di una clinica dell´antiamore, utilizzando il riferimento alla psicosi piuttosto che alla nevrosi. È infatti la difesa dall´angoscia, la vera chiave di lettura del disagio contemporaneo».


Clinica dell´antiamore, bella espressione: che vuol dire?
«Nella varietà delle sue forme nevrotiche, la clinica è essenzialmente legata alle vicissitudini sentimentali. Per le donne è la ricerca dell´uomo che può farle sentire uniche, per gli uomini è l´eterno conflitto tra possederle tutte o averne una sola due fantasmi inconciliabili, com´è evidente. La nevrosi è malattia dell´amore, paura della perdita, tradimento, gelosia... Oggi però prevale il problema di trovare dei rimedi all´angoscia di esistere, e qui la nostra cura può dare prove della sua forza».


Missione possibile, ne è proprio certo?
«Solo se è chiara la posta in gioco. Per non essere ridotta a una superstizione arcaica, la psicoanalisi ha l´obbligo di ritrovare pienamente la ragione che fonda la sua pratica, diventando uno dei luoghi di resistenza a una mutazione devastante e però non ancora del tutto compiuta. Oggi il suo compito etico è quello di promuovere la singolarità irriducibile degli esseri umani contro quelle cure egemoni chi si limitano ad "aggiustarli"».

 

http://www.repubblica.it       21.1.10

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