Così l’Ungheria criminalizza gli intellettuali e il dissenso
La celebre studiosa racconta la campagna di diffamazione che il governo di Budapest ha organizzato contro di lei e altri suoi colleghi.
Dall'Illuminismo in poi, scrittori, teatranti, musicisti e redattori e cronisti
dei giornali di qualità si sono fatti carico delle responsabilità che derivano
dalla libertà di opinione. In altre parole, i loro pensieri e le loro
convinzioni hanno cominciato a essere dettati dalla propria coscienza e dalla
propria ragione, e non più dai loro signori e maestri. Nel campo della
filosofia, invece, la riflessione indipendente è da sempre una delle
"malattie professionali" del filosofo, ma l'Illuminismo ha esteso
questo morbo a tutti coloro che successivamente sono stati designati con il
termine di "intellettuali".
Gli intellettuali critici ebbero il loro momento di gloria sotto le dittature.
Furono loro a incarnare l'idra a sette teste in rivolta contro la tirannia. E
se una delle teste cadeva, per corruzione, assassinio, invio in campi di
internamento o di sterminio, o ancora per esilio forzato o incarcerazione,
altre spuntavano a prendere il loro posto. Un drago che si è dimostrato
invincibile.
Con l'arrivo della democrazia, finisce l'eroismo! Ma il coraggio civico resta
sempre di attualità. È questione di investire tempo ed energia, di rifiutare le
promozioni facili per mantenere desto lo spirito critico. È la tensione che
scaturisce dal dibattito, lo scambio incessante di argomentazioni e
controargomentazioni che alimentano la dinamica della società moderna
Per anni ho creduto che la filosofia fosse diventata una disciplina
universitaria come le altre, una professione che si occupava del proprio
passato e dalla museificazione della sua storia, che interessava soltanto i
suoi rappresentanti. La funzione critica che tradizionalmente svolgeva ormai
veniva assolta dai vari media. E poi, la sorpresa. Il nuovo Governo ungherese,
appena entrato in carica, ha lanciato una campagna di diffamazione contro i
filosofi ungheresi, e attraverso di loro contro tutta la filosofa critica,
sottoposta ad attacchi in serie lanciati simultaneamente da tre quotidiani e
tre reti televisive.
La campagna è durata quasi due mesi, insistendo sempre sulle stesse accuse,
asserzioni stucchevoli e reiterate da tempo smentite. L'accusa, ripetuta fino
alla nausea, era che «la banda Heller», con mezzi sospetti e con il pretesto di
lavori di ricerca, aveva rubato, sottratto mezzo miliardo di fiorini (quasi 2
milioni di euro).
Di che si trattava? Su un centinaio di progetti sono sei quelli sotto accusa.
Le cifre destinate ai vari lavori in questione (ricerca, traduzione, curatela
di opere…) sono state sommate, e una persona è stata additata come capro
espiatorio. Perché proprio io, che su sei direttori di progetto non ho mai
percepito un centesimo? Gli accusatori non hanno fatto mistero delle loro
ragioni.
Sono stata tacciata di «filosofa liberale», e «liberale», nel lessico del
Governo attuale, è sinonimo di «opposizione», «diabolico», «antipatriottico».
Questi sei bersagli selezionati sono stati scelti perché rappresentano il
gruppo ideale per criminalizzare tutti coloro che mettono in discussione la
politica del Governo ungherese, in particolare la recentissima legge sui mezzi
di informazione.
Quali sono gli obbiettivi politici di questa criminalizzazione? Tanto per
cominciare l'intimidazione degli intellettuali critici, in particolare dei
filosofi. Costringerli a stare sul chi vive, indurli a tacere educatamente se
non vogliono essere denunciati e trattati come vengono trattati i criminali
comuni.
Inoltre, questa campagna consente di criminalizzare anche numerosi esponenti
del Governo precedente e l'ex primo ministro social-liberale. In generale sulla
base del pretesto che in questi ultimi dieci anni l'indebitamento dell'Ungheria
ha raggiunto un livello preoccupante. Questo fatto, che è una questione di
politica economica, ora viene presentato come un atto criminale, come se la
precedente dirigenza si fosse intascata milioni di euro.
Assistiamo a un Kulturkampf, a un'offensiva del potere contro gli
intellettuali. La maggior parte delle personalità di rilievo dell'élite
culturale è stata «eliminata». È il caso, ad esempio, del direttore artistico e
direttore d'orchestra dell'Opera di Budapest Adam Fischer, famoso a livello
mondiale, o ancora del direttore del Balletto e di un gran numero di direttori
di teatro, di redattori televisivi, di presentatori, di opinionisti, di
giornalisti. Ed è in questo contesto che si inserisce l'attacco contro i
filosofi.
Abusando della sua maggioranza parlamentare di due terzi, questo Governo di
destra che si proclama «rivoluzionario» ha fatto approvare una legge sui mezzi
di informazione gravemente in contraddizione con lo spirito democratico
europeo. È stata creata una commissione ad hoc, composta unicamente da
esponenti del partito di maggioranza, con la missione di controllare e definire
sanzioni nei confronti dei media, inclusa la carta stampata (fino ad ora, la
competenza per giudicare un reato mediatico – che si trattasse di diffamazione
o di altro – spettava a un tribunale indipendente).
Quando molti deputati europei sono insorti contro questa grave violazione della
libertà di stampa, il capo del Governo, Viktor Orbán, se l'è presa con gli
intellettuali critici (i famosi «liberali»), accusati di aver pugnalato alla
schiena il Governo legittimo del loro Paese, di essere dei nemici della patria,
attribuendo a loro la responsabilità del fatto che l'Unione Europea non abbia
apprezzato a dovere la particolarità di questo hungaricum, come chiamiamo noi
le specialità magiare. Questo non lo nego, e mi dichiaro colpevole, come
tantissimi altri colleghi. Ma la stampa europea non ha avuto bisogno di noi per
lanciare l'allarme, perché la limitazione della libertà di stampa si può
propagare come una malattia contagiosa, e bisogna fermarla fin dal manifestarsi
dei primi sintomi.
Tuttavia, il Governo è ricorso a ogni genere di riforme per mettere alla prova
i nervi degli intellettuali, sensibili al rispetto dei diritti. Ad esempio,
eliminando metodicamente i contrappesi istituzionali, concentrando i poteri,
nazionalizzando i contributi versati alle casse pensionistiche private,
limitando l'indipendenza della Banca centrale, introducendo e applicando leggi
a effetto retroattivo e altre misure ancora. Gli economisti e i politologi
«liberali» si ritrovano in questo caso alleati dei filosofi.
Un motivo di soddisfazione però c'è, in tutta questa triste faccenda. La
solidarietà che ci è stata manifestata dai filosofi del mondo intero, e dagli
intellettuali e dai liberi pensatori in genere, ci riconforta. L'eco è stato
più ampio di quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Petizioni e lettere di
protesta sono affluite dai quattro angoli del pianeta, da tutti i Paesi
d'Europa. Ovunque, la stampa si è mobilitata.
Sembra finalmente che la libertà di espressione, la libertà di opinione, la
libertà di pensiero siano concetti che non conoscono confini. E che anche la
filosofia, alla fine, non sia diventata un vecchio leone sdentato.
Traduzione di Fabio Galimberti - Le Monde 14 mars 2011
Repubblica, 18
marzo 2011

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