Così è tramontato il mito di Sartre intellettuale impegnato
Trent´anni fa moriva il padre dell´esistenzialismo, il filosofo diventato un simbolo del rapporto tra cultura e politica che oggi non esiste più
È strano. Il trentesimo anniversario della scomparsa del grande filosofo
Jean-Paul Sartre sta suscitando, in Francia, un entusiasmo piuttosto tiepido.
Sorprendere soprattutto se si pensa al trionfo con cui sono stati invece
festeggiati, lo scorso gennaio, i cinquant´anni della morte di Albert Camus.
Radicale e anticonformista, il filosofo di Saint Germain resta il simbolo
dell´impegno intellettuale, il maître à penser di tutta una generazione di
filosofi. Resta colui che, avendo rifiutato prima la legion d´honneur, poi il
premio Nobel, ha incarnato fino in fondo la volontà di non lasciarsi
strumentalizzare dal potere e quindi trasformarsi in un´istituzione. Eppure
quale eredità ha lasciato il suo pensiero filosofico? Chi, oggi, può ancora
dirsi veramente sartriano?
All´indomani della Seconda Guerra Mondiale, e per più di trent´anni, Sartre
combatte tutte le battaglie ideologiche: dalla critica all´imperialismo
occidentale, ai viaggi in Unione Sovietica, a Cuba e in Cina, passando per la
rivolta degli studenti e degli operai nel 1968, il filosofo francese non smette
mai di prendere posizione. Per lui, essere un intellettuale significa scendere
in campo e impegnarsi in prima persona, senza mai rinchiudersi in una torre di
avorio. «La guerra mi ha insegnato l´importanza dell´impegno», afferma nel
1945, durante la famosa conferenza L´esistenzialismo è un umanismo. Pubblicato
l´anno seguente, il testo del suo intervento rappresenta l´atto di nascita
dell´esistenzialismo francese. L´umanismo, deriso nella Nausea, viene
definitivamente riabilitato, insieme alla necessità, per ogni intellettuale, di
assumersi la responsabilità delle proprie scelte. L´uomo non è più soltanto
"condannato ad essere libero" e ad essere consapevole che
"l´esistenza precede l´essenza", ma è anche condannato all´engagément.
L´impegno non è una scelta. È un dato di fatto. È parte essenziale della
condizione umana. La neutralità assiologica non esiste. Il rifiuto di scegliere
è, di per sé, una scelta.
Prendendo le distanze dal materialismo, secondo cui l´uomo è il mero frutto
della realtà socio-economica in cui vive, Sartre postula la necessità della
scelta: una scelta assoluta e fragile al tempo stesso. Ognuno di noi deve
costruire quotidianamente la propria esistenza, rifiutando le norme che vengono
dall´esterno, per diventare attore della propria vita. Anche se la libertà di
scelta rimane nei limiti della "fattualità", cioè del mondo, siamo
noi che decidiamo di noi stessi. Solo i vigliacchi o i mascalzoni possono
negare la profonda responsabilità che li lega a tutti gli altri uomini: «Quelli
che nasconderanno a sé stessi, seriamente o con scuse deterministe, la loro
totale libertà, io li chiamerò vigliacchi; gli altri che cercheranno di
mostrare che la loro esistenza è necessaria, mentre essa è la contingenza
stessa dell´apparizione dell´uomo sulla terra, io li chiamerò mascalzoni».
Per lottare contro l´assurdità della vita, si deve accettare che il destino
umano sia fatto di libertà e di responsabilità e che, per essere pienamente
liberi e responsabili, ci si debba assumere il rischio dell´errore. Gli
intellettuali non devono cedere alla "tentazione
dell´irresponsabilità" e devono invece contribuire a produrre determinati
cambiamenti nella società che li circonda. "Le parole sono azione". E
per lottare contro il "male" si deve agire. Poco importa se si
sbaglia. Poco importa, al limite, il sacrifico individuale. L´uomo appartiene
alla collettività. Nel nome del "gruppo" tutto è possibile: contro
l´inerzia delle istituzioni, il gruppo "libera gli uomini dall´alterità".
È per questo che, per Sartre, si deve uscire dall´incertezza piccolo-borghese
di un moralismo tormentato à la
Camus, per assumere fino in fondo la "libertà come
necessità".
Cosa resta, tuttavia, dell´umanismo quando anche la presenza dell´altro diventa
un ostacolo che si deve poter superare? Cosa resta, più generalmente,
dell´engagément intellettuale quando la realtà contraddice le ideologie? Anche
se, per anni, gli intellettuali francesi hanno preferito "aver torto"
con Sartre piuttosto che "aver ragione" con Raymond Aron o Albert
Camus, la storia ha sconfitto Sartre. La "fine delle ideologie", che
Camus aveva preconizzato, ha seppellito il mito dell´intellettuale impegnato
capace di incarnare l´universale per contrapporsi alle contingenze storiche. Nemmeno
Camus, però, aveva previsto il vuoto che riempie oggi la sfera dei dibattiti
pubblici. Gli intellettuali hanno definitivamente abdicato: alcuni sono tornati
ad abitare le torri d´avorio; altri sono scesi a patti con il potere o con il
mondo dello spettacolo.
Anche se l´eredità di Sartre è scomoda, occorre evitare di seppellirla
definitivamente. La necessità, per ciascuno di noi, di trovare il proprio
cammino verso la libertà resta un monito valido ancora oggi. Esattamente come
l´invito agli intellettuali a impegnarsi con coraggio nel mondo in cui vivono.
La filosofia e la letteratura non sono un mero esercizio di stile. La scrittura
e la parola devono coinvolgere tutta l´umanità. Se ognuno è ontologicamente
responsabile del mondo in cui vive, però, è anche responsabile delle
conseguenze contingenti delle proprie prese di posizione.
Camus diceva che, se fosse stato costretto a scegliere tra la
"giustizia" e "sua madre", avrebbe scelto, senza esitare,
sua madre. Nel suo caso, però, non si trattava di abdicazione o di moralismo.
Si trattava di una raccomandazione agli intellettuali almeno altrettanto
importante quanto i moniti di Sartre: impegnarsi non vuol dire solo difendere
l´universale, ma anche occuparsi della sorte dei singoli individui;
l´engagément non è solo attivismo ideologico, ma consiste anche nel prendere
sul serio l´estrema fragilità della condizione umana. L´umanismo esistenziale
non è forse anche questo?
http://www.repubblica.it 15.4.10

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