Corruzione, ecco il decalogo
Una legge per punire le cricche, controllare appalti e patrimoni dei funzionari. E cacciare chi ha condanne. La ricetta di un magistrato
Nello stesso giorno in cui la maggioranza dei deputati
negava l'arresto di un parlamentare accusato di corruzione, nella Commissione
giustizia di Montecitorio proseguiva lentamente la discussione del nuovo
disegno di legge anticorruzione: un provvedimento che viene giudicato un
pannicello caldo di fronte alla gravità del problema.
L'attenzione nel nostro Paese per la corruzione può essere paragonata ad un
fiume carsico. Non se ne parla per lunghi periodi, malgrado le relazioni della
Corte dei conti o i documenti di organismi internazionali evidenzino ogni anno
l'estensione del fenomeno. Di tanto in tanto, poi, il rigagnolo sotterraneo
fuoriesce potente. E il ritorno dell'interesse coincide sempre con fatti di
cronaca così clamorosi da non passare inosservati, come l'arresto lunedì scorso
di un assessore di Parma accusato di mazzette per le forniture delle mense
scolastiche e già interrogato in passato per i rapporti con camorristi.
Vent'anni fa le indagini di Mani Pulite svelarono un sistema corruzione
generalizzata. L'entusiasmo della cittadinanza, che sperava di vedere
scomparire la rete delle mazzette, nel corso del tempo si è trasformato in
delusione o peggio sfiducia. Da un lato si è fatto credere che i processi e le
condanne avevano annientato il male; dall'altro ci si è mossi rimarcando
soprattutto gli inevitabili errori che pure c'erano stati. Tangentopoli è
divenuta, per qualcuno, il simbolo del terrore giacobino e giustizialista.
Le indagini, al di là di ogni valutazione di merito, avrebbero comunque dovuto
imporre ad una democrazia matura di introdurre gli anticorpi per il futuro.
Invece tutto l'apparato dei controlli è stato smantellato o reso inefficace.
Partiamo dal basso, ossia da ciò che è avvenuto negli enti locali. C'è un dato
innegabile: gli organi di controllo rappresentati dai Coreco, lottizzati
politicamente e senza garanzie di indipendenza, avevano dato pessima prova e si
è ritenuto, in modo incomprensibile, di abrogare integralmente il sistema dei
controlli piuttosto che di individuarne altri che sterilizzassero gli
inconvenienti.
Inoltre, sempre in nome dell'efficienza, si è aggirato quel meccanismo
certamente farraginoso che è la normativa sugli appalti, creando le famigerate
società miste pubblico-private con consigli di amministrazioni debordanti di
uomini nominati dalla politica che, sganciati spesso da ogni forma di
sorveglianza, hanno gestito le risorse pubbliche in modo tutt'altro che
trasparente. Negli appalti si è verificata una vera e propria rivoluzione
copernicana con effetti paradossali. Mutuando ciò che avviene per le aziende
private, i controlli in molte occasioni - come nelle Soa, ossia le società
organismi di attestazione - sono stati affidati ad entità non pubbliche, con un
criterio che è il contrario dell'indipendenza e dell'efficienza: i controllori
scelti e pagati dai controllati!
Sul piano giudiziario si sono rese più complicate le attività investigative sui
reati contro la pubblica amministrazione. Gli interventi sull'abuso d'ufficio e
sui reati fiscali, fino alla depenalizzazione di molti aspetti del falso in
bilancio, hanno limitato o escluso l'intervento dei magistrati. E si è anche
ridotto il termine di prescrizione per la corruzione: una scelta che ha
vanificato indagini sulle tangenti anche di grande importanza, finite nel nulla
nonostante fossero provati vasti giri di mazzette. Invece gli strumenti di
controllo preventivo, alternativi a quelli giudiziari e tanto pubblicizzati,
non sono mai stati dotati di poteri reali; chi si ricorda, ad esempio, di
attività significative svolte dalla cosiddetta Authority contro la corruzione?
Mentre per quasi vent'anni è stato fatto di tutto per annichilire prevenzione e
repressione, la corruzione è cambiata. Le inchieste più recenti, molto a macchia
di leopardo, stanno dimostrando come la corruzione tradizionale della mazzetta
consegnata al burocrate o al politico sia un ricordo del passato. Come ha più
volte evidenziato il giudice Piercamillo Davigo, gli arresti del passato hanno
aguzzato l'ingegno e favorito un'evoluzione della specie. Oggi le forme
attraverso cui il mercimonio degli uffici avviene vanno da quei sistemi
definiti gelatinosi - in cui pubblici funzionari ed imprenditori sono in
rapporti intrecciati di affari - fino a tecniche quasi geniali, come
l'occultare la tangente dietro una caparra per una vendita di un bene che non
si comprerà mai.
l’Espresso (03 ottobre 2011)

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