Convivere, nuovo fidanzamento italiano
L'Istat fotografa la vita quotidiana del nostro paese sotto l'aspetto delle dinamiche sociali e degli stili di vita
La tendenza. L’Istat dice che il 5% delle coppie non è coniugato, ma è solo la punta dell’iceberg
Le tipologie Ci sono i ragazzi che «provano» a stare insieme, ma anche le persone adulte che non hanno voglia di imbarcarsi in nuove nozze.
La Cei: al Nord 7 coppie su 10 si sposano dopo aver vissuto insieme Le ragazze prima vogliono diventare mamme e dopo (forse) mogli
Una volta in Italia c’era l’economia sommersa, adesso è sprofondata sott’acqua anche la demografia. I dati ufficiali sulla vita quotidiana nel nostro Paese, relativi alle dinamiche sociali e agli stili di vita, forniti due mesi fa dall’Istat indicano che solo il 5 per cento delle coppie conviventi non sono coniugate. Un numero così esiguo (che interessa 637 mila persone su una popolazione che sfiora i 60 milioni), che rende difficile capire dal punto di vista qualitativo il fenomeno. Si sa solo che la cifra è comunque in deciso aumento dal 2001 al 2007 (dal 3,1 al 4,6 del totale delle coppie). E che la statistica — come i polli di Trilussa — non rende ragione di una forte differenziazione territoriale visto che la cifra, modesta, del 2 per cento di coppie conviventi al Sud, abbattono la media nazionale. Mentre al Nord Est i dati Istat parlano già del 6,8 per cento delle coppie, del 4,8 per cento delle coppie al Centro. I numeri ufficiali «contano» infatti solo coloro che per un qualche motivo (la richiesta di un certificato di convivenza, il pagamento di una tassa sui rifiuti, l’iscrizione di un ragazzino a scuola) hanno bisogno di interagire con l’amministrazione pubblica.
L’esperienza comune (chi di noi non conosce due giovani o due adulti che convivono?) dice che le convivenze sono in realtà molte di più. E gli stessi dati (anch’essi ufficiali) sul dimezzamento in dieci anni (da quattrocentomila a 250 mila l’anno)del numero dei matrimoni sia civili che religiosi, combinati ad uno dei tassi di nati per donna tra i più bassi d’Europa, fanno ritenere che quel cinque per cento nazionale sia in realtà la punta di un iceberg, per sua natura stessa refrattario ad emergere.
Se l’attuale trend dovesse proseguire, nel 2015, infatti, in Italia, le convivenze supereranno i matrimoni, come del resto già avviene nelle grandi città del Nord. Questo perché ormai vive insieme al partner senza alcuna formalità una donna su tre tra quelle nate alla fine degli anni Settanta, e quando avranno diciotto anni le bambine nate negli anni Novanta, la percentuale potrebbe quasi raddoppiare.
Demografi e sociologi distinguono quattro tipi diversi di convivenze, ognuna delle quali è in aumento per varie cause. Ci sono innanzitutto le convivenze prematrimoniali sostitutive del periodo di fidanzamento (di giovani adulti che normalmente valutano di sposarsi in futuro, per mettere al mondo dei figli e che se solo la «prova» va male non contrae matrimonio, tempo medio della convivenza tra i due e i cinque anni).
Ci sono poi le coppie di fatto dovute a impossibilità a contrarre matrimonio: a)adulti già sposati e non ancora divorziati; b) persone di mezza età (se non anziani) che non vogliono perdere con un nuovo matrimonio vantaggi pensionistici, fiscali o patrimoniali; c) coppie omosessuali (che per legge in Italia non possono sposarsi).
Al terzo posto le cosiddette unioni libere, dovute alla scelta di un particolare stile di vita. E, infine, c’è chi vuole vivere in base a patti di solidarietà alternativi al matrimonio secondo una tendenza descritta in Francia già quindici anni fa dalla sociologa del diritto, direttrice della ricerca della Scuola di alti studi sociali (Ehess) di Marsiglia Irène Théry nel volume «Demariage» (unioni civili che prevedono meno diritti, meno doveri).
Si può quantificare, sia pure a grandi linee, quanto questi quattro gruppi «pesano » sul numero complessivo delle convivenze reali in atto nel Paese? Il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, che per primo riuscì a leggere il fenomeno dell’economia sommersa parla di un «quaranta per cento di convivenze prematrimoniali » sul totale delle convivenze.
In questi casi, secondo un’analisi qualitativa (2008) svolta su 120 coppie conviventi in sei regioni italiane dal Cisf, «la scelta della convivenza è spesso dettata da fattori decisivi quali il desiderio di sperimentare una vita autonoma e indipendente dai genitori, unito alla 'voglia di stare insieme', ma il matrimonio resta però quasi sempre la meta del percorso di coppia».
Monsignor Sergio Nicolli, direttore dell’Ufficio per la pastorale familiare della Cei, conferma che nel Nord Italia «ci sono punte del 70 per cento di coppie che chiedono il matrimonio in Chiesa e che sono già conviventi». La media nazionale rimane «un po’ sotto il 50 per cento». «Noi accompagniamo queste coppie nella preparazione al matrimonio cristiano, con la massima disponibilità ed accoglienza». Quello che preoccupa di più la Chiesa è semmai «il fenomeno culturale sottostante, perché non è normale la paura del futuro che è connaturata a queste scelte, è questo che ci pone i maggiori interrogativi sulla formazione degli adolescenti».
La convivenza diventa un fenomeno che Sante Orsini, capo servizio «Struttura e dinamica sociale» dell’Istat, descrive come «un vaso comunicante» con scambi frequenti con altri «stati demografici » anche perché «ancora oggi la natalità fuori del matrimonio non è un fenomeno così importante in Italia, come avviene invece in altri Paesi».
La maggioranza delle convivenze per il Censis sono però costituite «da chi non vuole dare nessun tipo di regolarità alla propria vita» (20%) e (40%)da chi «non intende stabilizzare l’unione per motivi pratici che hanno a che fare con il fisco, con il patrimonio e con la sistemazione futura dell’eredità o per non perdere l’assegno di mantenimento proveniente da un precedente matrimonio ». «È per questo che, a differenza di quanto è avvenuto per l’aborto, e per il divorzio — sostiene De Rita — non c’è pressione sociale per una regolazione delle convivenze e il dibattito su Dico e dintorni si è arenato: lo dico a costo di far arrabbiare Rosi Bindi e Marco Pannella».
In ogni caso, da tempo molti comuni e molte regioni hanno stabilito pubblici registri di convivenza. Pisa il registro ce l’ha dal 1996. Dal 1998 a ieri, quindi nell’arco di 11 anni, sono state registrate 40 unioni di cui 7 tra persone dello stesso sesso (quattro tra uomini e tre tra donne). E ci sono state tre cancellazioni. L’elenco completo è pubblicato nel sito dell’Arcigay, perché questi registri sono attualmente il solo modo di ufficializzare una convivenza tra persone dello stesso sesso. A fine gennaio l’Eurispes ha diffuso un sondaggio secondo il quale il 58,9% degli italiani è per il riconoscimento delle unioni civili dei gay, il 40,4% è favorevole al loro diritto di sposarsi. Il 18,5 è invece contrario al matrimonio gay (il 41,7 nel 2003). Ma c’è una quota consistente, il 35,9, che è contrario a qualsiasi forma di riconoscimento.
Il futuro Oggi una donna su tre fra quelle nate alle fine degli anni ’70 vive senza legami. La percentuale raddoppierà quando cresceranno le ragazzine degli anni ’90
http://www.corriere.it - 15.5.09

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