Contratti, il coraggio di guardare avanti
Ci sono voluti 18 anni. Ma alla fine l´accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza è arrivato.
Ci sono voluti 18 anni. Ma alla fine l´accordo tra Cgil,
Cisl, Uil e Confindustria sulle nuove regole della contrattazione e sulla
rappresentanza è arrivato. Compie passi in avanti importanti su due aspetti
cruciali: il decentramento della contrattazione e l´esigibilità dei
contratti.Le parti sociali mostrano di avere capito la gravità del momento
dando un segnale importante per chi vuole investire nel nostro paese. È un
gesto di responsabilità che contrasta con il comportamento di quei politici che
ci stanno condannando a pagare tasse più alte chiedendo di abbassare le imposte
e opponendosi a ogni taglio della spesa pubblica, con l´unico risultato di far
aumentare gli interessi sul debito pubblico. Contrasta ancor di più con lo
scherzare col fuoco di un governo che continua a non fare nulla per la crescita
del Paese e che rinvia ai futuri governi l´onere politico dell´aggiustamento
fiscale.
Le parti sociali, come è giusto che fosse, hanno deciso in piena autonomia,
senza interferenze della politica. Significativo che il ministro del Welfare
abbia commentato un accordo che torna ad affiancare le sigle di Cgil, Cisl e
Uil rimarcando “il pluralismo sindacale accentuato” presente nel nostro paese.
La costante nelle scelte di Maurizio Sacconi, prima da sottosegretario poi da
ministro, è stato il tentativo di dividere il sindacato. Si tratta di una
politica miope e suicida soprattutto quando sono in gioco le regole della
contrattazione che devono forzatamente essere condivise da tutti i maggiori
agenti contrattuali. Come sottolineato a suo tempo su questo giornale, il
protocollo siglato nel gennaio del 2009 sotto il diktat del ministro del
Welfare nasceva già morto, proprio perché escludeva la Cgil. Era un´esclusione
voluta, perché non cercava un´intesa su entrambi gli aspetti, livelli della
contrattazione e rappresentanze sindacali, trovando un equilibrio fra le
richieste di Cisl e Uil (che puntano fortemente sul decentramento della
contrattazione) e Cgil (che, da sindacato maggioritario, è sempre stata
favorevole a far valere i numeri degli iscritti). Per fortuna questa volta
Sacconi è rimasto fuori dalla trattativa.
L´accordo siglato ieri rafforza il peso della contrattazione decentrata,
azienda per azienda. Lo fa stabilendo che i contratti nazionali possano
contenere “clausole d´uscita” come quelle in vigore ormai da vent´anni in
Germania. Offrono alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare ai
minimi salariali fissati dalla contrattazione nazionale «al fine di gestire
situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo
sviluppo economico e occupazionale dell´impresa». È la clausola che ha permesso
alle imprese dell´Est della Germania di contenere le emorragie occupazionali
dopo l´unificazione e che, durante la Grande Recessione
ha permesso di evitare massicce perdite di posti di lavoro (in Germania la
disoccupazione è addirittura diminuita nel 2009!) grazie a scambi virtuosi fra,
da una parte, riduzioni di orari e salari e, dall´altra, mantenimento dei
livelli occupazionali. Questa innovazione esplicitamente introdotta in un
accordo interconfederale è molto importante in un paese come il nostro dove c´è
moltissima eterogeneità nell´efficienza delle imprese: alcune si possono
permettere di pagare salari molto più alti di quelli fissati dal contratto
nazionale, mentre altre vengono sospinte verso il sommerso da minimi
retributivi troppo alti per gli standard di produttività che riescono a
conseguire.
L´accordo compie passi in avanti significativi anche sul piano dell´esigibilità
dei contratti, vale a dire della natura vincolante degli impegni che il
sindacato può prendere in sede di negoziato con i datori di lavoro. È il nodo
emerso nei casi di Pomigliano, Mirafiori e Garlasco dove un sindacato diviso
non poteva garantire il rispetto da parte di tutti degli accordi presi prima
dell´attuazione del piano di investimenti proposto dall´azienda. Un sindacato
che non può prendere impegni vincolanti non può negoziare e un investitore non
accetterà mai di mettere tanti soldi in un´azienda se sa che l´accordo
raggiunto può essere rimesso in discussione dopo che l´investimento è stato
attuato. L´accordo siglato martedì definisce (pur con una certa macchinosità)
le rappresentanze sindacali e le vincola tutte al rispetto degli impegni
sottoscritti dalla maggioranza. Le regole sono inevitabilmente diverse per le
imprese in cui i contratti sono negoziati da rappresentanti dei lavoratori
(aziende con Rappresentanze sindacali unitarie, Rsu, votate dai lavoratori) e
in quelle dove esistono soltanto delegati sindacali (Rappresentanze sindacali
d´azienda, Rsa) scelti dagli iscritti anziché da tutti i lavoratori. Nel primo
caso (si tratta soprattutto di aziende nell´industria ad eccezione del metalmeccanico)
basterà l´accordo della maggioranza della Rsu per imporre il rispetto
dell´accordo per tutti. Nelle aziende con Rsa per rendere il contratto
vincolante per tutti ci vorrà l´accordo di tutte e tre - Cgil, Cisl e Uil -
oppure un referendum, presenti almeno il 50 per cento dei lavoratori. Se i
sindacati in minoranza dovranno così rispettare le scelte della maggioranza,
non per questo perderanno il diritto ad avere diritto di cittadinanza in
azienda, come invece accaduto a Mirafiori.
Non è un accordo che guarda al caso Fiat: varrà solo d´ora in poi e non
retroattivamente come chiedeva il Lingotto. Ma, come si è visto, tiene conto
delle lezioni di Pomigliano e Mirafiori. Dovrebbe anche evitare di
ideologizzare il confronto come avvenuto, spesso sulla pelle dei lavoratori, in
quei casi. Nell´affrontare il nodo delicato e per lunghissimo tempo irrisolto
della democrazia sindacale, può stimolare maggiori investimenti in Italia e
diffondere regole retributive che leghino più strettamente salari e produttività,
stimolando la crescita del paese. Bene che i contratti nazionali che verranno
d´ora in poi siglati recepiscano i principi di questo accordo interconfederale,
a partire dalle clausole d´uscita, e riconoscano che ci sono tante aziende in
cui non ci sono né Rsu, né Rsa. Per queste aziende dovrà essere direttamente il
contratto nazionale a definire regole che permettano di legare salari e
produttività, salvando posti di lavoro e permettendo, nelle imprese più
efficienti che non hanno contrattazione aziendale, incrementi dei salari senza
dover ricorrere alla contrattazione individuale.
La Repubblica 30.06.11

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