Confronto senza estremi
«Nel cortile dei gentili». Forum di confronto fra credenti e non credenti – 3 Bosetti/Coda
Bosetti: «Cari laici, i campanili arricchiscono la società d’oggi»
La comunicazione tra credenti e laici è molto «disturbata» dalle strumentalizzazioni
politiche della religione. Ne son responsabili quei laicisti incapaci di
cogliere gli elementi socialmente arricchenti nelle tradizioni di fede, ad
esempio la Chiesa
in Italia. Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset, radiografa così lo
stato dell'arte nel Belpaese. E prende la Caritas in veritate come modello per il «cortile
dei gentili» evocato da Benedetto XVI. Il suo libro «Il fallimento dei laici
furiosi» (Rizzoli) ha rimproverato tale categoria perché «intolleranti».
Perché ripartire nel confronto?
«Perché questo dialogo è in pessime condizioni: siamo in una situazione di
conflittualità esasperata per cui ogni divergenza "bioetica" si
sviluppa in maniera incontrollata. E la politica accentua tale conflitto.
Assistiamo al fenomeno inverso del 1984, quando sulla revisione del Concordato
si ebbe una bella pagina dello Stato italiano con un voto favorevole a
larghissima maggioranza»
Dove stanno i motivi della crisi?
«Da tutte e due le parti. Io mi sono occupato degli eccessi dei laici, così
come Enzo Bianchi si è interessato degli eccessi opposti. Bianchi
cristianamente scrive che l'anticlericalismo è spesso colpa del clericalismo: è
un giudizio generoso verso i non credenti, io, dal mio osservatorio sui laici,
vedo che la questione riguarda di più questi ultimi».
Lo scontro, a suo giudizio, imprigiona le migliori risorse del Paese.
«Non credo si possano eliminare i contrasti sulle questioni bioetiche. Queste
divergenze non devono diventare un conflitto ultimativo. Le "liti" tra
laici e cattolici avvengono perché surrogano vuoti ideologici. Io considero il
forte contributo dei cattolici alla coesione sociale; invece molti laici
parlano dell'elemento cattolico solo in termini negativi. Perché bisogna
pensare ai preti unicamente in questo modo? I non credenti spesso vedono solo
ingerenze della Chiesa e non ne considerano il ruolo sociale: come si fa a
giudicare invadenti gli oratori quando si tratta di un elemento positivo per i
giovani? Magari crescesse qualcosa di simile in ambito ebraico o centri di
cultura cristiana ortodossa: sarebbero aggregazioni positive! Del resto il
liberalismo va verso il pluralismo religioso, che è una visione per cui la
presenza religiosa è da garantire nella sua espansione in quanto non
considerata come qualcosa di stantio. La cultura laica italiana rimane ferma in
un laicismo ottuso che considera il credere una superstizione
tradizionalistica».
«Ripartire dalla Caritas in veritate». Perché questa sua attenzione
all'enciclica del Papa?
«La Caritas
in veritate è stata un contributo prezioso ma in Italia non a tutti il suo
messaggio la persona prima dell'economia è arrivato. Non siamo capaci di
inserire nell'agenda politica italiana il contributo sociale della Chiesa, che
vien preso in considerazione solo se torna comodo a destra o a sinistra. Da noi
espressioni come laicità "positiva" e "dialogante" sono
rare. In passato non era così: da Berlinguer a Moro ai socialisti c'è stata un
prolungato confronto tra credenti e non credenti».
Quale contributo vorrebbe di più dalla Chiesa?
«Il mondo cattolico fa passi in avanti verso le altre culture e religioni:
vorrei che tutto ciò fosse più deciso. Mi piacerebbe che non ci fossero dei
"stop and go" nel dialogo ecumenico e con i non credenti. Perché
avvengono così tante fermate nel percorso con i musulmani? Sbaglia però chi
definisce Ratzinger nemico dell'islam: basti ricordare la sua visita, nei primi
tempi del suo pontificato, alla Moschea blu di Istanbul».
Coda: «Purifichiamo la fede, nuovi
linguaggi per dire Dio»
Mai Dio senza
l'altro. Facendosi coinvolgere nei silenzi e parole dei non credenti. Perchè
questa è l'economia della salvezza di Cristo. Piero Coda, presidente
dell'Associazione teologica italiana , è «entusiasta» del «cortile dei gentili»
quale metafora di quel confronto che l'attuale pontefice chiede con i non
credenti.
Quale la dinamica di questo dialogo?
«Quando è condotto senza intenzionalità ideologiche, il dialogo chiede al
credente una testimonianza coerente di vita e di intelligenza del Dio fattosi
uomo in Gesù Cristo. Il Concilio afferma che c'è bisogno di una purificazione
della fede: ciò significa liberarla dalle incrostazioni desuete accumulatesi
nei secoli perché brilli oggi nella sua luce sempre attuale».
Quali le "incrostazioni" più urgenti da purificare?
«Penso a quanto Giovanni XXIII diceva nell'indire il Concilio, ovvero il
concetto di aggiornamento: la sostanza della fede è immutabile, mentre il
linguaggio che la esprime va plasmato sintonizzandosi sui segni dei tempi.
Viviamo una situazione di epocale transizione culturale. Abbiamo ereditato una
forma di chiesa radicata nel tardo Medioevo: la modernità, la società plurale,
l'innovazione tecnologica, i movimenti migratori provocano la Chiesa a essere più
plastica, affinché vi giochino il loro ruolo attivo tutti gli stati di vita.
Urge far spazio a una coscienza cristianamente formata secondo il vangelo e la
dottrina cristiana che penetri tutte le realtà antropologiche e sociali. Serve
più spazio alla dimensione femminile. C'è bisogno insomma di più profezia come
testimonianza della novità evangelica e come espressione di pluralità».
Il dibattito culturale è segnato dai "nuovi atei". Da essi vi
sono contributi positivi al confronto tra laici e cristiani?
«Mi sembra che l'atteggiamento aggressivo di alcuni autori abbia
caratteristiche diverse rispetto all'ateismo di forte convinzione e di fragile
ideologia degli anni Sessanta. Tale atteggiamento, a mio parere, nasce da due
prospettive: esiste un ritorno ideologico corrosivo, regressivo e non
produttivo contro la tradizione cristiana; e c'è un disincanto per cui la
testimonianza di Dio offerta dalla Chiesa non intercetta le domande più
profonde. Vi è qui una richiesta ai credenti di maggior radicalità non solo
esistenziale ma anche culturale. La cultura cristiana è a un punto cruciale: o
si rifonda a partire dall'evento di Gesù Cristo morto e risorto, e vivo nella
storia, oppure decade ed è emarginata. Il cristianesimo può offrire al mondo
una nuovissima fioritura di sé. A un recente dibattito il filosofo della
scienza Orlando Franceschelli, parlando della proposta cristiana, diceva:
"Non ci siamo ancora detti il meglio". Dobbiamo trovare nuovi
linguaggi, argomentazioni e concettualizzazioni per i nostri interlocutori: la
loro attesa è così profonda che altrimenti resta delusa».
Come riuscire a dire Dio oggi?
«Non si può dire Dio senza l'altro. Non posso parlare di Dio senza che
colui al quale mi rivolgo entri a determinare il mio dire. Sono chiamato ad
ascoltare il silenzio, la parola e il grido dell'altro. Devo accogliere quel
che lui mi dice, anche nella sua critica. Questo atteggiamento ha un fondamento
teologico: il Dio di Gesù dice la sua Parola all'uomo al punto da farsi uomo,
anzi il grido dell'uomo».
Cosa significa questo nel nostro contesto culturale?
«Ad esempio, non si può dire Dio senza quel che la scienza e le sue
scoperte sull'universo ci comunicano. Dire Dio passa sempre attraverso una
determinata concezione cosmologica. Dante ci ha parlato di Lui secondo la
visione dell'universo del suo tempo. Oggi non siamo ancora capaci di questo.
Già capire tale scommessa è un traguardo importante».
Lorenzo Fazzini – L’Avvenire
http://www.avvenire.it 29 gennaio 2010

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