Con l'eclettica Ipazia, contro il rischio del libro unico
Per liberarsi dalle coercizioni e dalle paure della conoscenza
Ma oggi si corre ancora il rischio del
“libro unico”, così come nel 415 d.C., quando i parabolani massacrarono la
scienziata Ipazia di Alessandria su istigazione del vescovo cristiano Cirillo,
poi santificato? In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del film Agorà
di Alejandro Amenàbar, l’inno alla libertà di quella che fu studiosa,
eclettica, platonica e aristotelica al tempo stesso, torna in primo piano. Con
precise attualizzazioni che sarebbe interessante approfondire, in chiave di
liberazione dalla coercizione e dalla paura della conoscenza. E in un momento
storico dove la perplessità sembra quasi vietata, dove si è obbligati a
schierarsi da una parte e combattere.
Una donna dalla straordinaria bellezza e curiosità, fondatrice
di una palestra per le menti che come primo comandamento aveva la libertà di
pensiero, quel tesoro spesso irraggiungibile e periodicamente messo a
repentaglio da numerosi poteri, che ad esempio Giulio Giorello ha definito come
«l’aria in cui respiriamo tutti, che non può essere sequestrata né da una
religione né da un’ideologia». Ipazia precedette Giordano Bruno e tracciò addirittura
uno schema meccanico dell’ellisse, giungendo al bagaglio di cognizioni
kepleriane. Quello stesso Keplero che, forse conscio della società che lo
circondava e per questo timoroso di possibili ritorsioni, arrivò a dire
«preferisco l’amore delle stelle a quello degli esseri umani». Ma perché
scienziati e filosofi erano - e sono? - mestieri pericolosi? Il rischio
del sapere è ancora oggi strumentalizzato da interconnessioni
politico-economiche legate al potere che in taluni ambiti, piccoli e grandi,
condizionano scelte ed interpretazioni. Quante volte si assiste a
mistificazioni, a palesi negazioni di verità inconfutabili, anche solo per
strappare un consenso in più o un primo piano televisivo? Il crimine contro
Ipazia non solo fa ancora male dopo quasi millequattrocento anni, ma appare di
estrema attualità alla luce delle vicissitudini intercorse nei secoli e che
oggi si intrecciano.
La presenza di Ipazia nella tradizione ellenistica è indubbia,
come le ricerche fra gli altri di Lucio Russo dimostrano. Il suo fu un
contributo di inestimabile valore all’aritmetica, alla geometria,
all’astronomia, ma il corto circuito storico sulla vicenda sta tutto nel fatto
che all’interno del prestigioso Dizionario Vaticano, si legge che Ipazia fu
uccisa in occasione di una dimostrazione popolare, dal momento che era nemica
del cristianesimo. Quando invece le dinamiche legate alla sua morte sono
inequivocabili: denudata e fatta a pezzi dai parabolani, monaci che se da un
lato avevano una funzione di sostegno sociale ai deboli e ai poveri, dall’altro
rappresentavano la milizia armata come squadracce del vescovo Cirillo. E chi
nel tempo provò a dimostrare la verità dei fatti, lo storico cristiano Socrate
scolastico, per questo venne isolato. Una spirale di intolleranza che fece tre
illustri vittime in un colpo solo : la libertà di religione, il corpo della
donna e l’indipendenza della ricerca scientifica.
Catapultare la figura di Ipazia nella società moderna, quindi,
è un buon segno e non per alimentare pretestuosamente un contrasto fra
paganesimo e cristianesimo, fra laicismo e chiesa. Ma in direzione della
ragione contro i pericolosi fondamentalismi ideologici, tali perché tolgono
voce, moncano intuizioni, troncano libertà. Quella stessa libertà che,
parafrasando Benedetto Croce, esiste al singolare solo all’interno della
libertà plurale. Enunciando un principio tanto elementare quanto calpestato nel
tempo, non solo lontano. Si pensi ad alcuni testi storici del secolo scorso,
dove alla voce Giordano Bruno vi era scritto “perito in un incendio” e non arso
vivo. O all’esempio fornito da quel filosofo della tolleranza e per nulla
anticristiano che prende il nome di Conrad: da irlandese protestante, scrisse
che «Ipazia venne uccisa per invidia, superbia e crudeltà del signor Cirillo,
presentato come santo ma senza alcuna ragione».
Ma tra le righe di Ipazia e della sua drammatica vicenda
personale e storica - drammatica perché non sono rimaste sue opere a causa
della consapevole volontà di distruggerle- si ritrova anche il diritto
alla disuguaglianza, come rimarcato più volte da Nikolaj A. Berdjaev. Il
diverso, lo straniero, il pensiero non allineato che questa società pigra e
chiusa a riccio fa sempre più fatica non solo a metabolizzare, ma più
semplicemente ad osservare, rispettare e da cui poi magari dissentire. Ma in
maniera costruttiva e senza paura.
http://www.ffwebmagazine.it 23 aprile 2010

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