Come salvarsi dal populismo nel mondo senza confini
Per gentile concessione dell´editore anticipiamo parte della premessa dell´ultimo libro di Ulrich Beck "Potere e contropotere nell´età globale" in uscita per Laterza
Il successo del populismo di destra in Europa (e in altre parti del mondo) va
inteso come reazione all´assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui
frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno. L´incapacità delle istituzioni e
delle élites dominanti di percepire questa nuova realtà sociale e di trarne
profitto dipende dalla funzione originaria e dalla storia di queste
istituzioni. Esse furono create in un mondo nel quale erano ancora pienamente
valide le idee di piena occupazione, di predominio della politica nazional-statale
sull´economia nazionale, di frontiere funzionanti, di chiare sovranità e
identità territoriali. Lo si può mostrare in relazione a quasi tutti i temi
scottanti del nostro tempo. Chi, di fronte alla disoccupazione di massa e
all´occupazione precaria in rapida diffusione promuove l´ideale della piena
occupazione, offende l´umanità. Chi, nei Paesi in cui il tasso di natalità è
sceso sotto la soglia fatidica di 1,3 figli per ogni donna, afferma che le
pensioni sono al sicuro, offende l´umanità. Chi, di fronte alla drastica
riduzione dei proventi dalle imposte sui profitti vanta i meriti della
globalizzazione, che consente ai grandi gruppi economici transnazionali di
mettere gli Stati gli uni contro gli altri, offende l´umanità. Chi, nell´era
delle catastrofi ambientali e degli avvelenamenti alimentari in atto o
incombenti proclama che la tecnica e l´industria risolveranno i problemi da
esse stesse prodotti, offende l´umanità.
Noi europei facciamo come se esistessero ancora la Germania, l´Italia, i
Paesi Bassi, il Portogallo, ecc. E invece non ci sono più da un pezzo, poiché
quelle riserve di potere che sono gli Stati nazionali chiusi in se stessi e le
unità nazionali delimitate l´una rispetto all´altra sono diventate irreali al
più tardi con l´introduzione dell´euro. Nella misura in cui c´è l´Europa non
esistono più la Germania,
la Francia,
l´Italia, ecc. (anche se questi Paesi continuano a governare nelle teste delle
persone e nei libri illustrati degli scrittori di storia), poiché non ci sono
più le frontiere, le competenze e gli spazi di esperienza esclusivi su cui si
fondava questo mondo di Stati nazionali. Ma se tutto ciò è passato, se il
nostro pensiero, le nostre azioni e le nostre ricerche si muovono all´interno
di categorie-zombie, quale mondo si sta formando o si è già formato?
(...) Per comprendere il terremoto politico provocato e sfruttato dal populismo
di destra occorre mettere in luce le fonti della sua potenza. Esse risiedono
nel fatto che qui i temi e i motivi cari al nuovo controilluminismo da cui è
connotata la modernità europea – la lotta contro il declino e la decadenza, la
rinascita dei vecchi valori e delle vecchie comunità – vengono applicati ai
tabù attuali della modernizzazione radicalizzata. In tutto ciò è irritante
questa massima del «sia ... sia», che rimescola i fronti del politico. Il
cosiddetto «populismo di destra» non è affatto un populismo solo di destra, ma
un populismo sia di destra che di sinistra. Esso può essere particolarmente
potente e inquietante perché questo tipo di politica lega, assorbe, combina,
sintetizza ciò che sembra escludersi: obiettivi di destra con metodi di
sinistra, la rottura emancipatrice dei tabù messa in scena dai mass-media, che
sprigiona il potenziale tossico del risentimento antimoderno. Ciò si riflette
anche nella reazione pubblica. Si denuncia la demagogia dei populisti come un
pericolo per la democrazia stabilita – ma, perlomeno in cuor proprio, la si
saluta come una terapia d´urto necessaria a scuotere la democrazia dal suo
letargo. Pertanto, la potenza dei populisti è direttamente proporzionale alla
mancanza di risposte della politica stabilita alle domande di un mondo
radicalmente mutato.
Tutto ciò può essere osservato come sotto una lente d´ingrandimento se si
prendono in considerazione (come fa questo libro) le conseguenze della
globalizzazione (...).
In questo libro la globalizzazione è intesa e sviluppata – riprendendo questi
approcci ma nello stesso tempo facendo un passo al di là di essi – come
trasformazione storica. Da questa prospettiva emerge che, nello spazio di
potere dai contorni ancora indefiniti di una politica interna mondiale, la
distinzione tra il nazionale e l´internazionale su cui si era basata la nostra
visione del mondo è cancellata (...).
Se ciò che è nazionale non è più nazionale e ciò che è internazionale non è più
internazionale, allora il realismo politico prigioniero dell´ottica nazionale è
sbagliato. Al suo posto – è questo l´argomento di questo libro – subentra un
realismo politico di cui occorre comprendere la logica di potere e che assegna
un posto centrale al ruolo decisivo dell´economia mondiale e dei suoi attori
nella collaborazione e nel contrasto tra gli Stati, ma anche alle strategie dei
movimenti transnazionali della società civile, ivi compresi i movimenti anticivili,
ossia le reti terroristiche, che mobilitano contro gli Stati la violenza
privatizzata per perseguire i propri obiettivi politici.
Un realismo, ovvero un machiavellismo, cosmopolitico risponde in particolare a
due domande. Primo: come e attraverso quali strategie gli attori dell´economia
mondiale impongono agli Stati le leggi della loro azione? Secondo: come possono
a loro volta gli Stati riconquistare un meta-potere statuale-politico di fronte
agli attori dell´economia mondiale per imporre al capitale mondiale un regime
cosmopolitico che includa anche la libertà politica, la giustizia globale, la
sicurezza sociale e la conservazione dell´ambiente?
L´importanza e la pertinenza di questa nuova politica economica mondiale
derivano per un verso dal fatto che essa in quanto teoria del potere è
sviluppata nello spazio strategico dell´economia transnazionale e, per un
altro, dal fatto che nello stesso tempo essa risponde alla domanda che allora
si pone: come può il mondo della politica organizzata per Stati (nei suoi
concetti fondamentali, nel suo spazio di potere strategico, nelle sue
condizioni di contorno istituzionali) aprirsi alle sfide dell´economia mondiale
ma anche ai problemi derivati dalla modernizzazione?
(...) Lo Stato nazionale non è più il creatore di un quadro di riferimento che
include in sé tutti gli altri quadri di riferimento e che rende possibili le
risposte politiche. Gli attacchi terroristici dell´11 settembre 2001 insegnano,
non ultimo, che la potenza non è sinonimo di sicurezza. In un mondo
radicalmente diviso la sicurezza potrà esserci solo quando ognuno sarà disposto
a – e capace di – vedere il mondo della modernità scatenata con gli occhi
dell´altro, dell´alterità, cioè quando l´evoluzione culturale risveglierà in
ciascuno questa apertura e quest´ultima sarà diventata quotidiana .
(...) Se si dischiude intellettualmente e politicamente lo spazio di potere
mondiale al di là delle vecchie categorie di «nazionale» e «internazionale», si
aprono (accanto alle spiegazioni della reazione populistica) prospettive di un
rinnovamento cosmopolitico della politica e dello Stato.
Repubblica 6.9.10

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