Come cominciare dall’inizio
L’idea di comunismo
Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento.
Dunque di nuovo: non è sufficiente restare fedeli all’Idea comunista - bisogna
collocarla all’interno di antagonismi reali, storici, che le diano un’urgenza
pratica. L’unica vera domanda oggi è: appoggiamo la predominante
naturalizzazione del capitalismo o il capitalismo globale odierno contiene
antagonismi abbastanza potenti da impedirne la riproduzione all’infinito?
Quattro sono questi antagonismi: l’incombente minaccia della catastrofe ecologica,
l’inadeguatezza della nozione di proprietà privata applicata alla
cosiddetta «proprietà intellettuale», le implicazioni etiche e sociali dei nuovi
sviluppi tecnico-scientifici (specialmente in campo biogenetico) e, ultime
ma non meno importanti, le nuove forme di apartheid, i nuovi Muri e le
nuove baraccopoli. C’è una differenza qualitativa tra l’ultima caratteristica –
lo scarto che separa gli Esclusi dagli Inclusi – e le altre tre, che si
collocano nell’ambito di ciò che Hardt e Negri chiamano i «commons»,
il «comune», la sostanza condivisa del nostro essere sociale, la cui
privatizzazione implica atti violenti, ai quali si dovrebbe resistere anche con
mezzi violenti, se necessario:
il comune della cultura, le forme del capitale «cognitivo»
immediatamente socializzate, prima di tutto il linguaggio, il nostro mezzo di
comunicazione e di istruzione, ma anche le infrastrutture condivise come il
trasporto pubblico, l’elettricità, le poste ecc. (se a Bill Gates fosse stato
permesso di realizzare un monopolio, ci troveremmo nell’assurda situazione in
cui un singolo privato sarebbe, letteralmente, il proprietario del tessuto di
software della nostra rete di comunicazione principale);
il comune della natura esterna, minacciata dall’inquinamento e
dallo sfruttamento (dal petrolio alle foreste pluviali e all’habitat
naturale in quanto tale);
il comune della natura interna (l’eredità biogenetica
dell’umanità); con la nuova tecnologia biogenetica, la creazione di un Uomo
Nuovo diventa una prospettiva realistica, nel senso, letterale, del cambiamento
della natura umana.
Ciò che le battaglie in tutti questi ambiti condividono è una coscienza del
potenziale distruttivo, fino all’auto-annichilazione dell’umanità stessa, che
la logica capitalistica ha, se è lasciata libera di dispiegare la recinzione
del comune. Nicholas Sterne aveva ragione a caratterizzare la crisi climatica
come «il più grande fallimento del mercato nella storia umana»[1]. Così, quando
Kishan Khoday, un responsabile delle Nazioni Unite, scrive di recente che «c’è
uno spirito crescente di cittadinanza ambientalista globale, un desiderio di
parlare del cambiamento climatico come di una questione che preoccupa l’umanità
intera»[2], bisogna dare il giusto peso ai termini «cittadinanza globale» e
«preoccupazione comune» – essi sembrano, infatti, esprimere la necessità di
istituire un’organizzazione politica globale e di dar vita a un impegno che,
neutralizzando e incanalando i meccanismi di mercato, sia espressione di una
prospettiva propriamente comunista.
Il riferimento al «comune» ci permette di far resuscitare la nozione di
comunismo, perché ci fa vedere che la progressiva «recinzione» del comune è un
processo di proletarizzazione di coloro che, subendola, sono esclusi dalla loro
stessa sostanza. L’odierna situazione storica non solo non ci costringe ad
abbandonare la nozione di proletariato o di posizione proletaria – ma, al
contrario, ci impone di radicalizzarla a un livello esistenziale che va ben
oltre l’immaginazione di Marx. Abbiamo bisogno di una nozione più radicale del
soggetto proletario, un soggetto che rischia di essere ridotto al punto
evanescente del cogito cartesiano, privato del suo contenuto
sostanziale.
Per questa ragione, la nuova politica di emancipazione non sarà più l’atto di
un particolare agente sociale, ma una combinazione esplosiva di agenti
differenti. Ciò che ci unisce è che, a differenza della classica immagine dei
proletari che non hanno «nulla da perdere se non le loro catene», noi rischiamo
di perdere tutto: il pericolo è di essere ridotti a un soggetto
cartesiano vuoto e astratto, privati di ogni contenuto sostanziale, spossessati
della nostra sostanza simbolica, con la nostra base genetica pesantemente
manipolata, costretti a vegetare in un ambiente invivibile. Questa triplice
minaccia al nostro intero essere ci rende tutti proletari allo stesso modo,
ridotti a una «soggettività senza sostanza», come Marx scrive nei Grundrisse.
La figura dei «parte senza-parte» ci mette di fronte alla verità della nostra
posizione, e la sfida etico-politica sta nel riconoscerci in questa figura –
perché, in un certo senso, siamo tutti esclusi, tanto dalla natura quanto dalla
nostra sostanza simbolica. Oggi, tutti siamo, potenzialmente, un homo sacer e
l’unico modo per difenderci dal diventarlo davvero è agire preventivamente.
Questa proletarizzazione da sola, comunque, non è sufficiente se vogliamo essere
considerati comunisti. La continua recinzione del comune concerne tanto i
rapporti del popolo con le condizioni oggettive del loro processo vitale quanto
i rapporti tra persone: i «commons» sono privatizzati a discapito
della maggioranza proletarizzata. Nondimeno, c’è uno scarto tra questi due
aspetti – il comune potrebbe essere restituito all’umanità intera anche senza
comunismo, per esempio in un regime comunitario e autoritario; il soggetto
de-sostanzializzato, «sradicato», privato del suo contenuto sostanziale,
potrebbe essere neutralizzato anche attraverso il comunitarismo, e trovare così
il suo posto in una nuova comunità sostanziale. In questo senso preciso, Negri
era nel giusto col suo titolo anti-socialista Goodbye Mr. Socialism:
il comunismo deve opporsi al socialismo che, in luogo di un collettivo
ugualitario, offre una comunità solidale e organica – il Nazismo fu un
nazional-so-cialismo, non un nazional-comunismo. Ci può essere un
anti-semitismo socialista, ma non ce ne può essere uno comunista (le cose, a
volte, sembra non stiano così, come dimostrano gli ultimi anni di Stalin, ma
ciò è solo l’indicatore della mancanza di fedeltà all’evento rivoluzionario).
Eric Hobsbawm ha pubblicato di recente un editoriale dal titolo: «Il socialismo
ha fallito, il capitalismo è in bancarotta. Cosa viene dopo?» La risposta è: il
comunismo. Il socialismo vuol risolvere il primo dei tre antagonismi senza il
quarto, senza l’universalità singolare del proletariato. L’unico modo per il
sistema capitalistico globale di sopravvivere al suo antagonismo di lungo
termine ed evitare, simultaneamente, la soluzione comunista, sarà quello di
reinventare qualche tipo di socialismo – sottoforma di comunitarismo, di
populismo, di capitalismo asiatico o di qualcos’altro. Il futuro sarà
comunista... o socialista.
Questo è il motivo per cui dovremo insistere sulla differenza qualitativa tra
l’ultimo antagonismo (il quarto), cioè lo scarto che separa gli Esclusi dagli
Inclusi, e gli altri tre: è solo il riferimento agli Esclusi che giustifica il
termine comunismo. Non c’è nulla di più «privato» di uno Stato-comunità che
considera gli Esclusi una minaccia e che si preoccupa di tenerli a debita
distanza. In altre parole, l’antagonismo tra Inclusi ed Esclusi è, tra i
quattro, quello cruciale: senza di esso, tutti gli altri perdono il loro
potenziale sovversivo. L’ecologia si trasforma in un problema di sviluppo
sostenibile, la proprietà intellettuale in una complessa sfida giuridica, la
biogenetica in una questione etica. Si può combattere con onestà per tutelare
l’ambiente, per difendere una nozione più ampia di proprietà intellettuale, per
opporsi alla privatizzazione del codice genetico, e lo si può fare anche senza
affrontare l’antagonismo tra Inclusi ed Esclusi. Ma c’è di più: alcune di
queste lotte si possono esprimere anche in modo tale che gli Inclusi risultano
minacciati dagli Esclusi che, per esempio, inquinano. In questo modo, non
abbiamo alcuna vera universalità, ma solo preoccupazioni «private» nel senso
kantiano del termine. Multinazionali come Whole Foods e Starbucks continuano a
ricevere consensi tra i progressisti, nonostante i loro comportamenti
antisindacali; l’imbroglio sta nel fatto che vendono prodotti che sembrano
progressisti: si compra caffè fatto con chicchi comprati rispettando i prezzi
del mercato equo e solidale, si guida un veicolo ibrido, si compra da compagnie
che offrono una buona assistenza al loro staff e ai loro clienti (secondo gli
standard delle stesse multinazionali) ecc. In breve, senza l’antagonismo tra
Inclusi ed Esclusi, potremmo trovarci in un mondo in cui Bill Gates è il più
grande dei filantropi, in lotta contro povertà e malattie, e Rupert Murdoch il
più grande degli ambientalisti, capace di mobilitare centinaia di milioni di
persone grazie al suo impero mediatico.
Per queste ragioni, è cruciale insistere sull’Idea comunista, emancipatrice e
ugualitaria, e insistervi nel preciso senso marxiano: ci sono gruppi sociali
che, non avendo un posto determinato nell’ordine «privato» della gerarchia sociale,
rappresentano direttamente l’universalità; sono coloro che Rancière chiama «la
parte dei senza-parte» del corpo sociale. Ogni politica davvero emancipatrice è
generata dal corto circuito tra l’universalità dell’«uso pubblico della
ragione» e l’universalità della «parte dei senza-parte» – questo era già il
sogno comunista del giovane Marx: congiungere l’universalità della filosofia e
l’universalità del proletariato. Dall’antica Grecia, abbiamo un nome per
indicare l’intrusione degli Esclusi nello spazio politico e sociale:
democrazia. La nostra domanda, oggi, è: la democrazia è ancora un nome
appropriato per questa esplosione ugualitaria? Ci sono due estremi: da un lato,
il rifiuto superficiale della democrazia in quanto mera forma illusoria della
comparsa del suo opposto (la dominazione di classe) e, dall’altro, la
rivendicazione che la democrazia che abbiamo, la democrazia realmente
esistente, è una distorsione della democrazia vera – sulla falsariga della
famosa risposta di Gandhi al giornalista britannico che gli chiedeva cosa
pensasse della civiltà occidentale: «Penso che sarebbe una buona idea». Il
dibattito che si muove tra questi due estremi mi sembra un po’ troppo astratto
e, dunque, bisognerebbe introdurre, come criterio per una risposta più corretta,
la questione di come la democrazia si rapporti alla dimensione universale
incarnata dagli Esclusi.
Qui, comunque, incontriamo un problema ricorrente: il passaggio dai giacobini a
Napoleone, dalla Rivoluzione d’ottobre a Stalin, dalla Rivoluzione culturale di
Mao al capitalismo di Deng Xiaoping. Come dobbiamo leggere questo passaggio? La
seconda fase (Termidoro) della rivoluzione è la «verità» della prima fase
rivoluzionaria (come talvolta Marx sembra affermare)? O si tratta solo del
fatto che la serie degli eventi rivoluzionari si è esaurita? Focalizziamoci
brevemente sulla Rivoluzione culturale, che possiamo leggere a due livelli
diversi. Se la leggiamo come parte di una realtà storica (esistenza), allora la
si può facilmente sottoporre a un’analisi «dialettica», che concepisce il
risultato finale di un processo storico come la sua «verità»: il fallimento
definitivo della Rivoluzione culturale testimonia l’interna inconsistenza
dell’autentico progetto («nozione») della Rivoluzione culturale, perché è l’attualizzazione,
lo sviluppo e l’esplicazione delle sue inconsistenze (così come, per Marx, la
volgare e per nulla eroica vita quotidiana del capitalista in cerca di profitto
è la «verità» dell’eroismo rivoluzionario dei giacobini).
Se, invece, l’analizziamo come un Evento, come un’attuazione dell’Idea eterna
della Giustizia ugualitaria, allora, il risultato definitivo, fattuale, della
Rivoluzione culturale, il suo fallimento catastrofico e il suo capovolgimento
nella recente esplosione capitalistica, non esaurisce il reale della
Rivoluzione culturale: l’eterna Idea della Rivoluzione culturale sopravvive
alle sue sconfitte in una realtà storica e sociale, e continua a guidare la
vita spettrale e sotterranea dei fantasmi delle utopie fallite, fantasmi che ossessionano
le generazioni future e aspettano pazientemente la loro prossima resurrezione.
[...]
Oggi più che mai si dovrebbe insistere su ciò che Badiou chiama l’Idea «eterna»
del comunismo o anche le «invarianti» comuniste – i «quattro fondamentali concetti»
al lavoro da Platone in poi attraverso le rivolte millenaristiche medioevali
fino al giacobinismo, al leninismo e al maoismo: una giustizia
fermamente ugualitaria, un terrore capace di disciplinare, un
volontarismo politico e la fiducia nel popolo. Questa matrice
non è «sostituita» da nessuna nuova dinamica postmoderna, postindustriale o
post-qualunque-altra-cosa vogliate. Comunque, fino a ora, fino al presente
momento storico, quest’Idea eterna funziona precisamente come un’Idea platonica
che perdura, ritornando ripetutamente dopo ogni sconfitta. Ciò che sta mancando
– per dirla in termini filosofici – è il legame privilegiato dell’Idea con un
singolare momento storico (allo stesso modo che, nel cristianesimo, l’intero
edificio eterno e divino si erge e cade con l’evento contingente della nascita
e della morte di Cristo). [...]
[1] Citato da «Time», 24 dicembre 2007, p. 2.
[2] Ibidem.
da AlfaBeta2

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