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Clima, meglio sbagliare che restare immobili

Sostituire i Suv americani con automobili che rispettano i parametri di consumo di carburante dell'Unione Europea basterebbe a compensare la fornitura di energia elettrica a quel miliardo e seicento milioni di persone che oggi ne sono privi.

 

Il vertice sul clima di Copenhagen è destinato a deludere le aspettative. È un problema? Sì e no. Sì, perché agire è urgentissimo. No, perché l'accordo che probabilmente uscirebbe dal vertice sarebbe inadeguato. Contrastare i cambiamenti climatici non sarà facile. È indispensabile realizzare l'obiettivo in modo efficiente ed efficace. Bisognerà sfruttare il probabile rinvio proprio per arrivare a questo risultato.

Io sono del parere che ci siano valide ragioni per agire con decisione, ma altri non la pensano così. Gli scettici oppongono due controargomentazioni: la prima è che le certezze scientifiche riguardo ai cambiamenti climatici sono molto vaghe, la seconda è che i costi superano i benefici.
Ma sostenere che non ci sono certezze scientifiche non basta. Considerando i rischi, dovremmo essere ragionevolmente sicuri che gli scienziati si sbaglino, prima di dare retta agli scettici. Quando scopriremo che gli scettici avevano torto, probabilmente sarà troppo tardi per fare qualcosa. Non possiamo fare l'esperimento due volte, abbiamo un pianeta solo.

Fortunatamente, i dati sembrano indicare che il costo delle misure non dovrebbe essere proibitivo. L'ultimo World Development Report della Banca mondiale afferma che i costi di un incremento delle restrizioni alle emissioni sarebbero modesti. Sul versante dei benefici, vorrei sottolineare l'importanza di evitare il rischio di una catastrofe climatica. Non abbiamo il diritto di assumerci rischi di questo tipo.

Gli scettici però ci offrono un servizio preziosissimo: ci ricordano di continuare a tenere sotto controllo gli sviluppi effettivi del clima e ci dicono che agire comporta dei costi, e alcuni costi – lasciare miliardi di persone nella povertà – sarebbero intollerabili.

Fortunatamente, come osserva la Banca mondiale, i poveri emettono poca CO2. Sostituire i Suv americani con automobili che rispettano i parametri di consumo di carburante dell'Unione Europea basterebbe a compensare la fornitura di energia elettrica a quel miliardo e seicento milioni di persone che oggi ne sono privi.

Ci sono valide ragioni per agire e probabilmente i costi non sarebbero proibitivi, ma sarà comunque difficilissimo. Come sottolinea l'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) nel suo World Energy Outlook, dovremo "decarbonizzare" la crescita per limitare le concentrazioni atmosferiche di CO2 a 450 parti per milione, il livello considerato coerente con un incremento della temperatura media globale di circa 2 gradi. Dovremo fare di tutto - ridurre la domanda, estendere l'uso delle energie rinnovabili, investire nel nucleare, sviluppare i sistemi di cattura e stoccaggio delle emissioni, passare dal carbone al gas e proteggere le foreste - per raggiungere questo obbiettivo.

Come ce la stiamo cavando? In una parola sola, malissimo. Nonostante il gran parlare, finora le emissioni sono aumentate, non solo in termini di stock, ma anche in termini di flusso. La recessione ha dato una mano, ma non possiamo (e ovviamente non dobbiamo) fare affidamento sull'apocalisse economica. Come fa notare l'Aie, le emissioni di CO2 legate alla produzione e al consumo di energia sono aumentate da 20,9 a 28,8 gigatonnellate (Gt) tra il 1990 e il 2007. L'Aie prevede emissioni di anidride carbonica pari a 34,5 Gt per il 2020 e 40,2 Gt per il 2030, un ritmo di crescita medio dell'1,5% l'anno.

Un dato cruciale è che «la crescita preventivata di qui al 2030 delle emissioni legate alla produzione e al consumo di energia sarà interamente dovuta» ai Paesi in via di sviluppo e ai Paesi emergenti, con il 55% dell'incremento che arriverà dalla Cina e il 18% dall'India. La ragione per intervenire in fretta a correggere queste tendenze è che in caso contrario i costi per limitare incrementi consistenti della temperatura risulterebbero estremamente alti, o addirittura, nella peggiore delle ipotesi, proibitivi. L'Aie sostiene che l'obbiettivo è limitare le concentrazioni di gas a effetto serra a 450 parti per milione: ogni anno di ritardo in questo senso aggiungerà 500 miliardi di dollari di costi supplementari al costo globale stimato di 10.500 miliardi di dollari. Questi costi sono il risultato della vita estremamente lunga dei capitali fissi impiegati nella generazione di energia e della vita ancora più lunga della CO2 nell'atmosfera.

Lo scenario alternativo è diverso: invece di 40,2 Gt di emissioni legate alla produzione e al consumo di energia nel 2030, ne avremmo solo 26,4 Gt. Il divario è colossale. Un documento della European Climate Foundation mostra che gli impegni assunti in vista di Copenhagen non sarebbero sufficienti a colmarlo. Nello scenario più ottimistico, le offerte avanzate al momento sono al di sotto di un terzo rispetto ai livelli che sarebbero necessari per non superare, entro il 2020, le 450 parti per milione di Co2.

Copenhagen sarebbe solo un inizio. Probabilmente non sarà nemmeno questo, dato che l'amministrazione Usa non riesce ad assumere impegni vincolanti e i Paesi in via di sviluppo non sono disposti a farlo. Eppure Copenhagen sembra la fine dell'inizio. Esiste qualcosa di simile a un consenso sulla necessità di agire. E sembra esserci consenso anche sul fatto che finora, nonostante la retorica, si è fatto ben poco di utile. Il momento di agire è adesso: se non sarà a Copenhagen, allora dovrà essere poco dopo.

Sfortunatamente, questo non significa che emergerà l'accordo giusto. Le misure adottate devono essere il più efficaci ed efficienti possibile. Che cosa significa? Metterò l'accento su tre criteri.
Bisogna fissare un prezzo alle emissioni che si applichi a orizzonti di pianificazione rilevanti. Questo prezzo non può essere stabilito una volta per tutte, deve cambiare a seconda degli eventi, ma dovrà essere più stabile di quanto non fosse nel mercato dei diritti di emissione messo in piedi dalla Ue. Per questo mi sembra più interessante l'idea di una tassa che l'idea di una Borsa delle emissioni.

In secondo luogo, bisogna separare gli oneri dell'abbattimento delle emissioni dal luogo dove queste avvengono. Le emissioni devono essere ridotte là dove è più efficiente farlo: ecco perché bisogna includere le emissioni dei Paesi in via di sviluppo. Ma i costi devono ricadere sui ricchi: perché se lo possono permettere e perché sono stati loro a produrre il grosso delle emissioni.
Infine, dobbiamo sviluppare e applicare innovazioni in tutte le tecnologie rilevanti. Un documento del think-tank Bruegel sostiene, in modo convincente, che limitarsi a imporre un prezzo più alto alle emissioni di anidride carbonica rafforzerebbe la posizione delle tecnologie già esistenti. Servono sovvenzioni su larga scala anche per l'innovazione .

Combattere i cambiamenti climatici è la sfida collettiva più complessa che l'umanità si sia mai trovata di fronte. Per vincerla, servono azioni costose e concertate fra molti Paesi, per affrontare una minaccia remota, a beneficio di persone che ancora devono nascere, in condizioni di inevitabile incertezza sui costi del non agire. Ma siamo arrivati al punto in cui esiste un ampio consenso sulla natura della minaccia e sui tipi di provvedimenti necessari per affrontarla. Forse a Copenhagen non raggiungeremo un accordo. Ma è arrivato il momento di decidere. O agiamo in fretta, o finiremo per scoprire se gli scettici hanno ragione. E in questo secondo caso, spero proprio che abbiano ragione. Però ne dubito fortemente.

www.ilsole24ore.com  2 dicembre 2009

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