Clima, il limite dimenticato
Disgraziatamente l’idea del limite è estranea alla formazione di gran parte delle classi dirigenti, di destra e di sinistra, le quali per prime dovrebbero invece praticarla.
Secondo Jeremy Rifkin, l’economista che teorizza la necessità di una “terza rivoluzione industriale” all’insegna della sostenibilità ambientale, il terremoto finanziario di queste settimane è reso tanto più profondo e totalmente nuovo dalla concomitanza di altre crisi epocali, a cominciare da quella climatica. Come dire che la febbre da cavallo dell’economia mondiale è aggravata nelle sue premesse e nei suoi effetti dall’altra febbre, questa non solo metaforica, del pianeta. Che Rifkin abbia ragione oppure no, certo è che l’attuale blackout finanziario e il global warming condividono un destino comune: per affrontarli con qualche efficacia serve da parte di tutti – la politica, l’economia, l’opinione pubblica – un analogo e radicale cambio di mentalità. L’una e l’altra crisi sono figlie di uno stesso processo storico: la distanza sempre più grande, il rapporto sempre meno diretto, tra i concreti comportamenti dell’uomo e le conseguenze ultime dell’insieme di tali comportamenti.
È lunghissima la catena di passaggi tra le scelte delle persone e delle imprese in materia di usi finanziari e le dinamiche generali della finanza globale. Ed è molto grande anche la distanza tra le cause che fanno crescere l’effetto serra (troppe automobili, troppo petrolio bruciato, troppa deforestazione) e le loro conseguenze sul clima (temperature più alte, più uragani e più siccità, scioglimento dei ghiacci polari). D’altra parte, insieme alla distanza tra i modi specifici dell’agire umano e la “somma” dei loro effetti, cresce anche, col progredire della globalizzazione, l’interdipendenza tra tutto ciò che accade in ogni angolo del mondo, e la probabilità che “battiti di farfalla” all’equatore scatenino “uragani” al polo nord.
Entrambe tali tendenze nascono dal progresso formidabile, e in sé molto promettente, dell’intelligenza umana: mai come oggi l’umanità è stata in grado di plasmare e riplasmare la realtà per il proprio vantaggio. Ma questo insieme di cambiamenti – che segna l’attuale modernità – porta anche immensi rischi. Da una parte, infatti, accresce il peso, l’impronta dei comportamenti individuali e collettivi. E però dall’altra, rendendo meno evidente e immediato il collegamento tra le grandi emergenze del presente e le loro premesse nei comportamenti individuali e collettivi, rallenta la spinta ad attuare quei cambiamenti – di scelta, di mentalità – indispensabili perché tali emergenze trovino soluzione.
La sfida che abbiamo davanti è la stessa che accompagna da sempre l’evoluzione culturale dell’uomo. Paul Valery ne ha dato una sintesi lapidaria ed efficacissima: «L’intera questione si riduce dunque a questo: può la mente umana dominare ciò che ha creato?». Oggi la risposta a questa eterna domanda è anche la risposta a due interrogativi molto più contingenti: se il terremoto finanziario che ci assedia sia una “crisi”, cioè un passaggio evolutivo, o se sia invece l’inizio di un drammatico stallo; e se l’uomo riuscirà a scongiurare un mutamento climatico irreversibile e sconvolgente, tale da mettere in discussione non certamente la sopravvivenza del nostro pianeta ma di sicuro il futuro della nostra specie.
E la risposta potrà essere positiva a una condizione: se sapremo riscoprire il senso del limite.
Limite alla manipolazione dell’ambiente, limite alla globalizzazione, limite etico e bioetico.
Serve un limite ambientale, poiché da alcuni decenni l’uomo ha acquisito la forza di modificare gli equilibri ecologici globali e poiché stiamo consumando e degradando il capitale naturale ad un ritmo forsennato ed autolesionistico.
Serve un limite alla globalizzazione, perché una globalizzazione che cancelli o mortifichi le identità, le differenze – che sono bisogni insopprimibili della condizione umana – è condannata a fallire.
Serve al capitalismo un limite etico. Su questo ha scritto parole illuminanti Giorgio Ruffolo: «Il capitalismo si giustifica – dice Ruffolo – non con le sue premesse, ma con i suoi risultati. E non c’è dubbio che, fino a tutta la metà del secolo ventesimo, i suoi risultati in termini non solo di crescita economica, ma di progresso sociale, siano stati tali, non dico da compensare ma da sopportare gli enormi costi impliciti nella crescita. Ciò che sta succedendo nel mondo ci dice che la promessa di una estensione universale del benessere è incrinata dall’esperienza di un mondo sempre più instabile e ingiusto. Siamo di fronte però al fallimento morale di una promessa. Quando un sistema perde la sua legittimazione etica, perde anche la sua vitalità storica».
Serve infine un limite bioetico, perché l’umanità è diventata capace di intervenire anche sui meccanismi fondamentali della vita, e in un campo così delicato sarebbe suicida applicare il principio che tutto quanto è tecnicamente realizzabile, sia da realizzare. Limite non vuol dire rinuncia, paura, non è restringere i nostri orizzonti o le nostre ambizioni. È il contrario, è ritrovare fiducia nel futuro anche a partire dalla consapevolezza che la nostra intelligenza, la nostra tecnica sono esplose a tal punto da imporci di usarle con cura e attenzione molto maggiori nel nostro stesso interesse.
Disgraziatamente l’idea del limite è estranea alla formazione di gran parte delle classi dirigenti, di destra e di sinistra, le quali per prime dovrebbero invece praticarla. È estranea alla cultura liberale come a quella marxista, accomunate da un’idea lineare, fondamentalmente positivista del progresso, e invece si ritrova in sensibilità tuttora minoritarie e fino ad oggi considerate anacronistiche, antimoderne: l’ambientalismo, la bioetica anti-liberista, la stessa riflessione cosiddetta no-global. Questi pensieri sono i soli, oggi, veramente moderni e veramente progressisti, ad essi deve avvicinarsi in particolare il riformismo se vuole tenere fede alla speranza di migliorare il mondo di cui sempre s’è alimentato. Diceva Albert Einstein: «I problemi non possono essere risolti dalla stessa mentalità che li ha creati»; e aggiungeva, a proposito del limite: «Non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che nella quarta si useranno solo pietre e bastoni».
da Europa 29-10-2008

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