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Cinque ombre sull'economia globale

Le preoccupazioni del presente si imbrogliano con quelle dell'avvenire, creando una matassa che è difficile districare.

 


A ogni giorno la sua pena, recita l’antico detto. Ma c’è anche una deprecabile abitudine a proiettare sul presente le pene del futuro. E in questa brutta crisi le preoccupazioni del presente si imbrogliano con quelle dell’avvenire, creando una matassa che è difficile districare. Vediamo allora di guardare una per una, alle cinque “pene” che più affliggono chi sia pensoso dei destini dell’economia.

Oro e inflazione
La prima è il nodo oro/inflazione. Il prezzo dell’oro è balzato a massimi storici, almeno come prezzo nominale (come prezzo reale, cioè tenendo conto dell’aumento del costo della vita, siamo ancora molto al di sotto dei massimi toccati all’inizio degli anni Ottanta); e secondo molti questa impennata del prezzo del metallo giallo, tradizionale baluardo contro l’inflazione, segnala timori diffusi di pressioni inflazionistiche in arrivo.
Paure alimentate anche dalla massiccia creazione di moneta che, di qua e di là dell’Atlantico, si è resa necessaria per sanare le ferite inferte dalla crisi ai bilanci delle banche. Ora, che ci sia nei mercati una certa fetta di patiti dell’oro è cosa certa; ed è altrettanto certo che c’è un certo numero di speculatori che, magari non credendo all’oro, credono però che la prima “fetta” ha paura dell’inflazione e spingono sul metallo giallo, amplificando la tendenza. Ma l’inflazione non passerà: le banche centrali hanno gli strumenti per “prosciugare” in futuro la moneta che hanno pompato nel sistema, e i determinanti fondamentali dell’inflazione - concorrenza dei paesi emergenti, moderazione del costo del lavoro, guadagni di produttività ancora da sfruttare - negano l’involata dei prezzi.

Petrolio
La seconda preoccupazione è quella legata al petrolio (e, perché no, anche alle altre materie prime). Qui il timore non sta tanto negli effetti sull’inflazione (per i quali vale il punto precedente) quanto negli effetti sui costi delle imprese e sul reddito delle famiglie. Non sono tuttavia da attendersi strappi analoghi a quelli dell’anno scorso, sui quali aveva influito molto la speculazione ( come avrebbe potuto altrimenti il prezzo dell’oro nero passare in pochi mesi da 140 dollari al barile a 35?).
E sono partiti, stimolati dai passati eccessi, i programmi di risparmio energetico, mentre le nuove scoperte di giacimenti e le nuove tecniche di estrazione dovrebbero mantenere in migliore equilibrio domanda e offerta. Senza dimenticare che un prezzo relativamente elevato dei combustibili fossili è utile per rimettere in gioco le energie rinnovabili.

Euro e dollaro
Affanno n. 3: il cambio dell’euro a 1,50 contro dollaro. Il dollaro sta perdendo lo smalto di benerifugio, e per una buona ragione: il rasserenamento del clima congiunturale. Se a fronte di una perdita di competitivitàprezzo i produttori europei ricevono in cambio più elevati volumi di sbocco in un’economia americana che sta uscendo dalla crisi più velocemente di altre, lo scambio non è perdente.

Tassi
La quarta preoccupazione sta nell’aumento dei tassi prossimo venturo. Questi sono talmente bassi che non possono che aumentare nel segmento a breve, anche se le banche centrali - seguendo le parole di Sant’Agostino: «Signore, fammi casto ma non ancora» - non hanno nessuna fretta di procedere al rialzo. I tassi a a lunga sono anch’essi bassi, nella prospettiva storica, e potranno senz’altro aumentare fino a livelli “normali”, ma questo aumento ci sarà solo in quanto migliorerà l’economia reale e sarà in ogni caso limitato dall’assenza di pericoli di inflazione (vedi punto precedente).

Deficit e debito
Il quinto timore è il solo che abbia fondamento. L’accumulo di deficit e debiti pubblici richiede una strategia di rientro che non è fondata solo sulle capacità tecniche delle banche centrali (come nella exit strategy relativa alla moneta) ma sulla ben più complicata interazione del corpo politico e sociale.
La variabile chiave qui è la crescita economica, il denominatore, piuttosto che il numeratore, dei rapporti deficitdebito/ Pil. Il Fondo monetario ha calcolato che un innalzamento di un solo punto nel tasso di crescita delle economie permetterebbe, di qui a pochi lustri, di recuperare trenta punti percentuali di peso del debito rispetto al Pil. Se tutte le armi della politica economica saranno rivolte ad innalzare, con riforme strutturali e infrastrutturali, il tasso di crescita delle economie, anche questo rientro sarà realizzato con successo. Altrimenti, tutto diventerà più difficile.
fabrizio@bigpond.net.au

 

http://www.ilsole24ore.com  19 ottobre 2009

 

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