Ciclone
Perle dalla rete
Iniziano così quelle giornate, con una bestemmia scagliata da mia moglie che faccio subito rimbalzare addosso a mio figlio. E poi l’aria, l’aria non è né secca né umida, non puzza e non profuma ma è di un pesante che solo tu te ne accorgi, è come se un gigantesco ciclone invisibile carico di sciagure stesse per arrivarti addosso.
Quindi ti vesti della tua angoscia e vai al lavoro con quella sensazione, quel groppo in gola di chi si aspetta qualcosa. Qualcosa che non è mai niente di buono.
Esco in strada e mi avvio verso il garage per prendere la moto. Il corso S. Giovanni a Teduccio è un casino, truppe di operai stanno distruggendo i marciapiedi sui due lati della strada, chissà cosa ci devono infilare là sotto. Voglio fumarmi una sigaretta ma non ho da accendere; mi avvicino a un operaio che armeggia con una sega circolare, gli chiedo da accendere. L’uomo, senza spegnere la sega, prende l’accendino dal taschino e allunga il braccio. Mi avvicino per accendere la sigaretta ma improvvisamente la sega circolare si sgancia dalla sua sede e vola via sfiorando il mio viso e tranciando di netto il suo avambraccio. Per un attimo infinito ci guardiamo negli occhi, ci leggiamo tutto il terrore che abbiamo dentro, poi lui inizia a urlare come una sirena d’allarme, è agghiacciante il suo urlo, gela le vene. Gli zampilli di sangue schizzano dappertutto, uno di questi colpisce la mia maglietta bianca stampando una striscia rosso rubino in diagonale.
Ora le urla dell’uomo riempiono tutta la strada, due colleghi lo afferrano e lo caricano velocemente su una Fiat Uno e partono sgommando. L’auto lascia dietro di sé una striscia di olio bruciato mista a sangue. A inseguirli c’è il loro caposquadra, ha in mano l’avambraccio tagliato, nella fretta l’avevano lasciato a terra. Rimango lì pietrificato, solo pochi centimetri e quella lama avrebbe colpito me; qualcosa mi dice che questo fatto non è casuale e sento quel ciclone invisibile avvicinarsi sempre di più.
Mi rendo conto d’essere in ritardo e filo via in garage, non c’è tempo per cambiarsi, al lavoro dovrò andarci con questa maglietta sanguinante. Arrivo in garage con il fiato corto, il garagista mi chiede dove ho comprato la maglietta a strisce rosse che indosso, gli rispondo che la maglietta è bianca e che le strisce sono fatte con il sangue d’un tizio a cui una sega circolare ha tagliato l’avambraccio. Il garagista mi guarda con sospetto, poi con voce seccata mi dice che sono in ritardo con il pagamento e mi chiede di saldare il costo del parcheggio subito. Gli mollo una banconota da cento euro, lui dice che non ha resto e si offre di andarla a cambiare, io mi siedo e lo aspetto. Il garagista è fuori dal cancello e mentre attraversa la strada viene investito da una Fiat Uno che perde olio e sangue. Il garagista è steso sull’asfalto e si muove appena, la botta è stata pesante, accenna ad alzarsi quando un tizio che corre con un avambraccio in mano lo calpesta lasciandolo esanime a terra.
Adesso ne sono certo, mi trovo nel pieno di quel ciclone di sciagure, sento che prima o poi quella tempesta mi colpirà, ne sono sicuro.
Prendo la moto ed esco dal garage, il garagista è sempre lì a terra immobile, tra le dita ha ancora la mia banconota da cento euro. Gliela sfilo con calma e mi avvio verso l’ufficio. L’andatura è lenta e mi guardo continuamente attorno, scelgo strade poco frequentate per evitare auto e persone ma questo mi fa allungare il percorso per l’ufficio, alla fine ci arrivo con più di un’ora di ritardo. Parcheggio e scelgo le scale per salire, non è salutare prendere l’ascensore in queste situazioni. L’ufficio ha una grossa porta corazzata all’ingresso, faccio per aprirla ma un collega mi anticipa di prepotenza.
La porta è pesante e lui ci mette un po’ a tirarla, improvvisamente i cardini delle cerniere cedono e la porta gli finisce addosso, schiacciandolo. Mi precipito dentro per cercare aiuto, un gruppo di colleghi allarmati dalle grida mi si avvicina e mi chiede dove ho comprato la maglietta che indosso, gli rispondo che la maglietta è bianca e che un fusto di vernice rossa m’è caduto addosso. Le loro facce cambiano espressione, ora mi guardano tutti in cagnesco, poi visibilmente infastiditi si dirigono verso il tizio rimasto schiacciato dalla porta.
Devo tornare a casa, qui non mi sento al sicuro. Entro nell’ufficio del capo per chiedere un giorno di ferie, lui mi guarda incuriosito e mi chiede dove ho comprato la maglietta che indosso, gli rispondo che è l’ultimo modello della Nike e che la può trovare in tutti i negozi di articoli sportivi. Il capo si congratula per la mia scelta e mi accorda la giornata di ferie. Scendo per le scale lentamente facendo i gradini uno alla volta, lascio la moto in garage e ritorno a casa a piedi. Durante il tragitto evito accuratamente le zone densamente popolate, quelle con case alte e quelle con strade a scorrimento veloce. Percorro solo grandi spazi aperti, non si sa mai. Arrivo a casa in serata e sono ancora tutto intero, la giornata volge al termine e quel maledetto ciclone invisibile non mi fa più tanta paura. Entro in casa e mia moglie mi fulmina con un’occhiataccia, mi chiede dove diavolo ho comprato la maglietta che indosso e che fine ha fatto l’altra, gli rispondo che è una lunga storia e che non mi va di parlarne. Ora è veramente incazzata, mi s’avvicina per litigare ma scivola su un’automobilina del bambino, fa un volo di circa un metro poi cade pesantemente a terra spezzandosi il braccio destro in due punti.
Che strano, le sue grida sono praticamente uguali a quelle del tizio con l’avambraccio tagliato, agghiaccianti e assordanti.
Con il braccio penzoloni e urlando come un’ossessa mi chiede di accompagnarla all’ospedale. Le dico che non è possibile, gli dico che se esco di nuovo da quella porta mi accadrà qualcosa di veramente brutto e che se la deve sbrigare da sola. Alla fine le consiglio di prendersi un autobus. Annuendo tra le lacrime e le urla esce dalla porta e s’avvia verso la fermata. Dopo un po’ il citofono trilla, è lei. Nella confusione delle sue grida di dolore riesco a capire che la cena è nel forno, la ringrazio e gli dico di sbrigarsi se non vuole far tardi. Sono stanco e vado dormire, mi stendo sul letto ma strani pensieri mi tengono sveglio, penso al lampadario che mi cade addosso, al letto che si rompe, al pavimento che cede, a tutto questo penso.
Allora mi alzo e vado a prendere mio figlio che dorme nella stanza accanto, lo prendo e lo adagio nel mio letto poi mi ci metto accanto e stiamo vicini vicini. Ora voglio vedere, maledetta sfiga, se hai il coraggio di colpirmi qui con mio figlio a fianco, perché se colpisci me colpisci anche lui e tu sei bastarda ma non infame, i bambini non li colpisci, tu.
Ce l’ho fatta, l’ho fregata, sono veramente un genio.
Ma ad un tratto mio figlio si alza e va in bagno e contemporaneamente sento il lampadario scricchiolare e il pavimento cedere.

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