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Chi vince e chi perde con l'euro debole

La grave instabilità all'interno dell'Unione Europea si è tradotta in un drastico indebolimento della moneta unica.

 

 

Il periodo di grave instabilità in corso nell’Unione Europea si è tradotto in un drastico deprezzamento dell’euro, il cui valore contro il dollaro è sceso da 1,43 (del 1º gennaio 2010) a 1,18 dollari per euro (del 7 giugno 2010) – una riduzione del 17 per cento circa del suo valore. C’è chi si spinge a prevedere una parità 1:1 entro la fine del 2010. In ogni caso, c’è la prospettiva che l’attuale deprezzamento non sia una delle tante oscillazioni che caratterizzano il funzionamento dei mercati finanziari di questi tempi. È invece possibile che la tendenza al deprezzamento persista e addirittura si consolidi. È dunque opportuno provare a valutarne le implicazioni per l’economia reale.

 

“L’EFFETTO EURO SPINGE L’EXPORT”

E, infatti, qualche giorno fa sulla prima pagina del Sole-24Ore si poteva leggere: “L’effetto euro spinge l’export”. (1) La debolezza della moneta causata dalla crisi di fiducia nell’area euro dovrebbe, infatti, aumentare la competitività dei prodotti italiani nell’area del dollaro e nelle economie asiatiche. Guadagnare terreno in America e Asia è cruciale: il Pil negli Stati Uniti sta salendo molto più che in Europa e Cina e India hanno ricominciato a crescere a tassi più vicini al dieci che al cinque per cento l’anno. Ed è anche un modo poco costoso di guadagnare terreno: con l’euro debole, senza che nulla accada nelle imprese italiane - niente conflitti sindacali, niente tagli di stipendio, niente straordinari - il costo del lavoro aziendale si traduce in un più basso equivalente in dollari. Vuol dire che le aziende italiane possono fare più profitti oppure esportare di più sfruttando il vantaggio di competitività garantito dal cambio a parità di costi e di impianti.
Ecco in una tabella riassuntiva di ciò che potrebbe avvenire al costo del lavoro in alcuni dei settori manifatturieri più rilevanti per l’export. Un deprezzamento del 25 per cento (cioè più grande di quello osservato fino adesso) porterebbe a guadagni variabili tra tre a cinque punti di competitività. Tutti gli imprenditori (soprattutto quelli italiani), se intervistati, affermano sempre che loro la concorrenza la fanno sulla qualità non sui costi. Ma in realtà 3, 4 o 5 punti di costi in meno fanno differenza anche per gli imprenditori che si affidano alle idee e alla fantasia.

Se l’euro si svaluta del 25%

 

E il costo del lavoro dipendente sul valore della produzione è pari a: (in punti percentuali)

Allora la competitività aumenta del:

 

 

 

Totale manifatturiero

14.8

3.7%

 

 

 

Chi guadagna più della media manifatturiera

 

 

Meccanica

18.4

4.6%

Tessile

17.9

4.5%

Abbigliamento

16.4

4.1%

High-tech (macchine per ufficio, strumenti ottici di precisione, apparecchi radio-tv-comunicazione)

22.1

5.5%

 

 

 

Chi guadagna meno della media manifatturiera

 

 

Chimica e farmaceutica

13.7

3,4%

Cuoio e calzature

12.6

3.1%

Alimentare

10.6

2.6%

 

A guadagnare di più sono le aziende di alcuni dei settori ad alta intensità di lavoro,  tradizionalmente forti del Made in Italy (meccanica, tessile, abbigliamento), ma anche l’high tech che rappresenta invece un settore in grave difficoltà da molti anni a questa parte. A beneficiare di meno invece sono le aziende come quelle chimiche e farmaceutiche e l’alimentare dove il costo del lavoro incide meno sui costi di produzione, anche in conseguenza della delocalizzazione.
Dalla lista manca il settore automobilistico: l’effetto euro debole è presumibilmente poco rilevante per la Fiat che realizza in Italia soprattutto le auto esportate in Europa, mentre per quelle destinate ai  mercati americani o asiatici Sergio Marchionne va a produrre in loco (Detroit, Brasile, Cina). Lo stesso vale per altri prodotti con elevati costi di trasporto.

 

NON SOLO ROSE E FIORI DALLA SVALUTAZIONE

Quello sul costo del lavoro non è tuttavia l’unico effetto dell’euro debole. L’articolo del Sole riguardava in realtà solo le aspettative ottimistiche di una decina di imprenditori intervistati e appartenenti a vari settori. Non conteneva dati né valutazioni di impatto. A leggerlo con ancora maggiore attenzione, l’articolo di Paolo Bricco e Cristina Jucker diceva in realtà che l’effetto netto della svalutazione non è poi così benefico per tutti. Fabio Storchi, presidente di Comer Industries, media azienda specializzata in applicazioni industriali e per macchine agricole che esporta in America e in Asia, ora può fregarsi le mani, perché non ne poteva più del cambio euro-dollaro a 1,35 o 1,50. La nota dolente, riassunta per tutti da Luigi Loro Piana, è però l’aumento del prezzo delle materie prime, dei tessuti pregiati che la Loro Piana deve procurarsi molto lontano dall’Italia (le capre da cashmere “crescono” in Mongolia). A causa di vari fattori sfortunati e del deprezzamento dell’euro, “i costi delle materie prime sono da un anno a questa parte saliti del 35-40 per cento”.
Se si potesse includere l’aumento del costo delle materie prime nei calcoli della tabella sopra riportata, i guadagni indicati ne risulterebbero parzialmente ridimensionati (e forse in qualche caso del tutto azzerati). Ciò vale soprattutto per settori ad alta intensità di importazione di materie prime da aree extra-europee come l’abbigliamento (l’esempio di Loro Piana). La meccanica, invece, tende a importare meno materie prime degli altri settori del Made in Italy. Se c’è da indicare un probabile vincitore dal deprezzamento dell’euro è dunque il settore della meccanica, proprio uno di quelli più pesantemente colpiti dalla crisi del biennio 2008-09.

 

UNA BUONA NOTIZIA

Come sempre non tutti i mali vengono per nuocere. L’eccessivo indebitamento degli Stati rischia di riportarci indietro a Lehman Brothers. Ma, se l’Unione si salva, un euro deprezzato finirà per aiutare la ripresa e rinforzare la competitività dell’azienda Italia nei settori con maggiore intensità di lavoro. Il che potrebbe essere una buona notizia non solo per i bilanci delle aziende, ma anche per i nostri due milioni e passa di disoccupati.

(1)   Paolo Bricco e Cristina Jucker, “L’effetto euro spinge l’export”, Il Sole-24 Ore del 3 giugno 2010.

 

http://www.lavoce.info 08.06.2010

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