Chi mette le bandiere sul testamento biologico
Uno dei tanti problemi italiani risiede nell´incapacità di affrontare alcune questioni etiche fondamentali con pacatezza e rigore.
Ci sono dei temi che nessuno dovrebbe poter strumentalizzare. Eppure succede.
Fin troppo spesso. Come se, in Italia, tutto fosse lecito. Soprattutto in
periodo elettorale. Anche quando sono direttamente in gioco la sofferenza, la
fine della vita, il senso della morte, come nel caso del disegno di legge sul
testamento biologico. Perché morire è una della caratteristiche della
condizione umana.
La vita è mortale proprio "perché" è la vita, come scriveva il
filosofo Hans Jonas. Ma ognuno di noi dovrebbe poter essere riconosciuto come
soggetto della propria vita fino alla fine, anche in punto di morte. Si può
allora anche soltanto osare utilizzare il tema della fine della vita a scopi
politici? Si può pensare di imporre, a chi ha chiaramente espresso la volontà
di interrompere inutili terapie, l´alimentazione e l´idratazione forzata? Di
cosa si parla quando si sventola la bandiera del "valore inalienabile
della vita"?
La frattura tipicamente italiana tra coloro che assimilano l´interruzione
dell´accanimento terapeutico all´omicidio e coloro che difendono l´esistenza di
un diritto di morire si riapre in un clima teso, che non solo lascia poco spazio
alla riflessione etica, ma che impedisce soprattutto di porre in modo corretto
le questioni fondamentali che riguardano la vita e la morte di ognuno di noi.
Si decide di discutere in Aula di un progetto - uno tra i tanti - senza fare lo
sforzo capire cosa possa voler dire rispettare la dignità della persona quando
la morte si avvicina. Ci si dilania invocando norme e valori universali senza
interrogarsi su come una persona malata possa "riappropriarsi" della
propria morte. Si utilizza in modo superficiale il termine
"eutanasia" senza fare alcuna distinzione tra il lasciar morire e il
far morire. Si dà per scontato che il medico sappia meglio di chiunque altro
ciò che si deve o non si deve fare. E nel frattempo, ci si dimentica che il
dramma della fine della vita ci riguarda tutti. Perché tutti, un giorno o
l´altro, ci ritroveremo lì, sentendoci impotenti di fronte alle decisioni che
altri vorranno prendere al nostro posto… cercando disperatamente di essere
rispettati almeno un´ultima volta… soprattutto quando non c´è più niente da
fare…
Uno dei tanti problemi italiani risiede nell´incapacità di affrontare alcune
questioni etiche fondamentali con pacatezza e rigore. Facendo i distinguo
necessari. Analizzando la complessità delle situazioni. Chiarendo una buona
volta per tutte che l´interruzione dell´alimentazione e dell´idratazione
forzate non c´entra niente con il far morire di fame o di sete qualcuno. Che
esiste una differenza di natura morale tra la somministrazione diretta di
sostanze letali - che provocano quindi automaticamente il decesso - e
l´interruzione di terapie inutili che, mettendo fine all´accanimento
terapeutico, possono poi anche avere un "doppio effetto" e provocare
la morte del paziente. Ma in Italia si preferisce semplificare e banalizzare i
problemi. Scegliere la via della facilità ideologica opponendo
"dignità" e "libertà". Riempirsi la bocca di parole che
suonano bene, che ci fanno sentire in pace con la nostra coscienza, che ci
trasformano in paladini del valore della vita o dell´inalienabilità
dell´autodeterminazione senza interrogarsi sul "senso" di quella
vita, quel dolore, quella fine… Nei Fratelli Karamazov, Dostoevskij scriveva:
"Ama la vita più del senso, e anche il senso troverai". Ma quando
niente è più possibile, quando si sopravvive solo perché attaccati ad un
respiratore, nutriti con una sonda gastrica e trascinati come se non si fosse
altro che una macchina biologica, che senso può ancora avere il concetto di
dignità? Quando si è esplicitamente chiesto che in quelle condizione si
desidera essere lasciati tranquilli, partire, andarsene, in nome di cosa
qualcun altro può opporsi?
In Francia, la legge del 22 aprile 2005 affronta direttamente queste questioni
spinose e rappresenta un modello cui potrebbero ispirarsi gli italiani. Anche
semplicemente perché questa legge è il frutto di un dibattito etico portato
avanti per anni, in cui il tema della fine della vita è stato sviscerato con
spirito critico, fino ad arrivare ad una soluzione equilibrata e giusta. In
primo luogo, la legge ribadisce la necessità di rispettare l´autonomia
personale di ogni paziente: si tratta di prendere in considerazione la volontà
del malato, espressa direttamente o per mezzo di un testamento biologico, senza
che, per questo, il medico rifiuti di assumere le responsabilità legate al
proprio ruolo. Abbandonando il tradizionale paternalismo, la Francia accetta l´idea che
ogni persona abbia il diritto di esprimere il proprio punto di vista e che il
medico non debba imporre a nessuno la propria concezione della morale. E non è
tutto. Dopo aver riconosciuto l´importanza del "consenso" del malato,
il legislatore francese prende posizione anche rispetto all´accanimento
terapeutico, e afferma la necessità, per il medico, di non lasciarsi prendere
la mano "dall´ostinazione irragionevole": le cure possono essere
interrotte o mai intraprese se il loro unico fine è quello di mantenere
artificialmente in vita un malato. Infine, l´art. 2 permette al medico, sempre
in accordo col malato e la famiglia, di somministrare forti dosi di analgesico
per lenire la sofferenza, anche se la somministrazione "può avere come
effetto secondario il fatto di accorciarne la vita". Senza domandare ai
medici di intervenire direttamente per far morire il paziente, la legge
francese rispetta il diritto di ogni persona di morire in modo degno. Invece di
proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, cerca di
prendere in considerazione la specificità individuale di ogni malato.
Uno dei motivi per cui il dibattito italiano non riesce ad avanzare è la
difficoltà che hanno i nostri politici, ma anche molti intellettuali, a mettere
da parte le proprie credenze e le proprie prese di posizione ideologiche, per
uscire dalle opposizioni di principio sterili e pericolose. Il problema non è tanto
quello di opporre tra loro libertà assoluta e dignità intrinseca della vita. In
entrambi i casi, si parla di qualcosa che non esiste o non ha senso. La libertà
personale non è mai assoluta: la mia libertà non è solo limitata dalla libertà
degli altri, ma è anche e soprattutto condizionata dai limiti della realtà, dal
caso, dalle condizioni socio-economiche, dalla storia individuale di ognuno che
interferisce sempre (nel bene e nel male) con le scelte che si possono fare. E
un discorso analogo deve essere fatto nel caso della dignità: che valore si
attribuisce realmente alla vita quando non si presta più alcuna importanza alla
soggettività e quando, nel nome della dignità, si nega ogni valore alle scelte
e alle decisioni individuali, ossia a tutto quello che dà senso alla vita e che
ci protegge da ciò che Freud chiamava "la morte psichica"?
Repubblica 26.4.11

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