Chi fa politica non invochi la privacy
Quando i liberali classici distinguevano fra la sfera individuale e quella collettiva presumevano che vi fosse condivisione di un codice di comportamento fra tutti i membri della stessa comunità
Delle coppie concettuali analizzate nella serie Le parole della politica, quella di "pubblico e privato"
è senza dubbio la più peculiarmente moderna e forse anche la più complessa. Si
tratta di una relazione, più che di un dualismo; una relazione che non ha mai
cessato di essere oggetto di interpretazione e discussione a partire da quando,
con le rivoluzioni costituzionali del Sei-Settecento, le comunità politiche si
sono date criteri regolativi per dirimere contenziosi tra i loro membri e
risolvere pacificamente le tensioni tra il potere costituito e i cittadini. Le
carte dei diritti individuali, proprio nel momento in cui definivano i beni da
proteggere – la libertà di religione, di proprietà, di parola, di un giusto
processo – ponevano limiti all´intervento dello stato mentre regolavano la
libertà dell´individuo (correlando i diritti agli obblighi); stabilivano non
soltanto una sfera di vita privata libera dall´interferenza della legge, ma
inoltre imponevano allo stato l´onere della prova per ogni decisione che poteva
limitare quei diritti.
Il potere pubblico è separato e dovrebbe restare libero dai poteri attivi nella
sfera privata in senso lato, come quello socio-economico e quello religioso o
culturale (Art. 3 della Costituzione). Lo stato moderno segna la fine del
patrimonialismo liberando la funzione pubblica dal possesso; segna
l´emancipazione del potere di fare le leggi da tutti i poteri parziali.
Pubblico denota allora generalità, legge eguale per tutti; il suo opposto è
parzialità, decreto d´arbitrio della volontà di qualcuno o di una parte. Esso è
naturalmente identificabile con democratico. Infatti, nella democrazia, l´agire
politico è pubblico in due sensi dei quali il secondo è peculiare solo a questa
forma di governo: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o
indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso
pubblico o giustificato e aperto al pubblico, esposto sempre al giudizio dei
cittadini, ai quali spettano due poteri, quello di autorizzare con il voto e
quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato. Per
ripetere le parole di Norberto Bobbio, quello democratico è un "governo
pubblico in pubblico".
Nella coppia/distinzione "pubblico e privato" si riflette dunque la
rivoluzione democratica e liberale nella sua interezza: il rovesciamento della
piramide del potere; e il principio della giustificazione e della pubblicità
del potere. Storicamente, questa rivoluzione ha iniziato il suo cammino
nell´Europa dell´età della Riforma, con le guerre di religione e le lotte che
accompagnarono il processo di emancipazione del potere temporale da quello
spirituale. Da quelle vicende sanguinose emersero due grandi principi di
libertà: quello di religione e quello di coscienza. Con il primo, si giunse a
delimitare uno spazio esterno nel quale i fedeli potevano esercitare il loro
culto (tolleranza di religioni diverse da quella riconosciuta dal sovrano); con
il secondo, si affermò il principio di non interferenza da parte di nessuna
autorità – religiosa o politica – nella scelta di fede degli individui (libertà
di coscienza). Se la prima fu un´azione volta a preservare la pace sociale, la
seconda fu invece una dichiarazione di sovranità della coscienza, un fatto che
avrebbe avuto effetti straordinari sulla natura e i limiti del potere, non
soltanto religioso e non soltanto in relazione alla questione religiosa.
La trasformazione che i diritti civili hanno portato nella politica non può
essere appieno compresa se non si tiene contro del fatto che i diritti hanno
umanizzato la politica perché l´hanno costretta a fare i conti con la
dimensione morale (che è tra l´altro una dimensione di giudizio peculiarmente
privata). La politica come nascondimento, come manipolazione o come menzogna è
un fatto che non può ricevere giustificazione normativa in un universo che ha
il suo centro nei diritti individuali e nell´ingiunzione al potere di rendere
pubblici i suoi atti. Una prima importante conseguenza di questa
interpretazione è che nella società democratica c´è una comunicazione continua
e sempre aperta fra il momento politico e quello morale. Quando i liberali
classici avanzarono la distinzione tra le sfere di vita –quella economica e
politica, quella privata e pubblica, quella religiosa e civile, quella morale e
legale – presumevano che alla base di questa distinzione ci fosse una
sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di un codice
di comportamento che viveva nel quotidiano e nel senso comune e che contemplava
il rispetto e la dignità della persona.
Per tanto, la distinzione tra pubblico e privato non consiste in un dualismo
schizofrenico e non contempla individui doppi come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde (un
fenomeno che si manifesta semmai quando c´è corruzione o doppiezza, due
condizioni che confliggono chiaramente con la sincerità e la pubblicità).
Presume invece persone che sappiano valutare le conseguenze delle loro azioni;
e che coloro che per libera scelta competono per le funzioni pubbliche siano
trattati dalla legge come individui pubblici, non privati, affinché i loro atti
restino visibili ai cittadini, oltre che soggetti alla legge. L´esercizio del
potere quando il potere è pubblico e democratico non genera privilegio, ma
semmai comporta più dovere e responsabilità. Chi esercita più potere non ha
dunque più libertà privata; ne ha meno – non è un caso che la partecipazione
alla vita pubblica nelle democrazia sia volontaria.
la Repubblica, 7 luglio 2010

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