Che cosa resta di Herr Doktor nella Capitale dell’inconscio
Per il Maestro tutto era sesso, perfino le irritazioni delle mucose nasali. La psicoanalisi fu anche il frutto proibito della società mitteleuropea perbenista e in ebollizione?
Altro che Austria Felix il mondo del Doktor Freud era popolato di padri incestuosi e stupratori; pasticcieri pedofili; puttanieri insaziabili; feroci masturbatori; bambine e ragazzini, domestiche e kellerine che subivano sigillandosi nell’omertà della colpa, mariti per i quali l’orgasmo si risolveva in un unico assalto sbrigativo e violento o che, nella ripulsa del contraccettivo, si snervavano col coitus interruptus fino a dar fuori di matto. Le donne, intanto, somatizzavano possentemente, i loro (melo)drammi libidici: eruzioni cutanee, incontinenze urinarie, paralisi motorie, disturbi visivi, cefalee monumentali, soprattutto irritazioni nasali. Nelle conversazioni con il collega Willhelm Fliess, Sigmund Freud si interrogava sul rapporto tra utero e naso sino a concludere che certe infiammazioni del secondo erano sintomi nevrotici di repressioni o anomalie sessuali.
Alla fine, tutte le strade portavano al sesso. Che, sotto mordacchia, costituiva ancora una dimensione utopica, segreta promessa di felicità. E’ qui, forse, che si misura l’abisso tra la nostra idolatria del corpo spettacolarizzato, egotico, impersonale, iper-erotizzato, sessuato fino alla asessuazione, e l’antica, sofferente cultura viennese del Lust, del piacere come fine, orizzonte tragico, enfatico, totalizzante.
Sussurri e grida, illusioni liriche di quello che Stefan Zweig chiamava Il mondo di ieri. Archeologia.
Ormai a Vienna gli alberghi a ore ve li segnala la Lonely Placet. Prendete l’Hotel Orient : non ha nulla di sordido. Casomai il contrario. E’ una bomboniera liberty. A due passi dall’Hofburg, il palazzo imperiale. Tutt’intorno sedi diplomatiche, I’istituto culturale polacco, una chiesa. Dentro,
orpellose stanze a tema: Mille e una notte, Antica Roma, Kaiser Suite...
«Qui non si viene per pernottare - cosa possibile solo nei week end – ma per trascorrere qualche ora in piacevole compagnia» spiega la guida. Tariffe: dai 54 ai 95 euro; 180 il fine settimana - champagne incluso. Astenersi single. «L’albergo prospera sulle liaisons à deux e fornisce un rifugio a chi ama atmosfere schiettamente erotiche. Vi hanno girato alcune scene del Terzo Uomo». Un cinéphile in fregola potrebbe chiedere di meglio?
Chissà che ne avrebbe pensato il vecchio Sigmund. Magari niente. Avrebbe preso appunti. «L’uomo che inventò il Sesso? No, l’uomo che scoprì la sessualità infantile. Ai tempi, il bambino era ritenuto creatura asessuata», dice la signora lnge Scholz-Strasser, direttrice del Freud Museum. E mi illustra bellissimi disegni di Klimt e Schiele raffiguranti ragazzini. Pezzi forti della mostra Eros & Thanatos (fino al 13 ottobre).
Per entrare neII’appartamento dove il Dottore visse e lavorò dal 1891 al 1938. bisogna ancora premere il campanello. Solo che ad aprirvi non è più la domestica, ma giovani addette che sull’eziologia delle nevrosi o la Traumdeutung sanno raccontarvi cose davvero fiabesche. Di cimeli non resta quasi più niente. Eppure tutto è rimasto come allora. Parquet cigolanti, finestre su cortile, stanze tuffate nell’insondabile penombra borghese che avvolgeva gli scatti di Edmund Engelman: fu l’unico fotografo a catturare gli intérieurs al civi co 19 della Berggasse (via della Montagna, perché lievemente in pendìo). Il re portage venne realizzato, poche settimane che Herr Professor e famiglia emigrassero a Londra - biglietto solo andata suIl’Orient Express.
Come noto, lo studio del pur misuratissimo Doktor Freud assomigliava più a un antro stregone sco che a un ambulatorio. Calda atmosfera fantasmagorica, tra fumeria d’oppio e tenda tuareg, ginecei di Ingres ed esotismo alla Pierre Loti - oggi persino il mago di Arcella l’avrebbe trovata eccessiva. Tappeti ovunque. Anche sul leggendario lettino che adesso si trova nel museo londinese.
Sdraiandosi, i pazienti avevano i piedi confortati dal calore di un’alta stufa in maiolica. Appesa alla parete di fronte una foto della sfinge di Giza. Attraverso la finestra vedevano sciamare gli ippocastani del giardino interno, ora semioscurati da una plumbea scala antincendio.
Fumando fino a venti sigari al giorno - marca Trabuccos - Freud sedeva dietro, in poltrona. Anche per questo, un detrattore scrisse: «La psicoanalisi è l’arte di vivere alle spalle d’un malato». L’uso del divano proveniva dai primi tempi della terapia ipnotica. Il dottore lo conservò spiegando: «Non sopporto che mi si guardi per otto o più ore al giorno». E aggiungeva: «Dato che nel corso delle sedute mi abbandono ai m iei pensieri inconsci, non vorrei che l’espressione del mio volto fornisse al paziente indicazioni che potrebbero influire sulle sue parole». Le sedute duravano 55 minuti, invece degli attuali 45. Ma le analisi erano generalmente più brevi. Freud seguiva i pazienti per qualche settimana, massimo alcuni mesi. Nel 1921, all’americano Abiram Kardiner, chiedeva un onorario «di 10 dollari l’ora, circa 250 al mese. Voglia pagarmi in contanti e non con assegni, perché ho difficoltà a cambiarli», Da lì in poi la venalità degli psicanalisti sarebbe diventata barzelletta, clichè di patente derivazione antisemita.
Ma chi erano i «malati» del Dottor Freud? I più famosi - come è stato scritto - formano ormai un’epopea dell’anima, una saga tipo quella proustiana dei Guermantes, Anna O. (al secolo Bertha Pappenheim), Dora (Ida Bauer), Emmy von N. (Fanny Moser). O il Piccolo Hans (Herberth Graf), e L’Uomo dei ratti (Ernst Lanzer, l’Uomo dei lupi (Sergei Pankejeff)... E gli altri?
Spariti nelI’anonimato, da cui erano sbucati. Guariti? Qualcuno. Tutti borghesoni complessati? Non sempre. Complessati d’ogni estrazione. Le signore? Molto più interessanti degli uomini, vere psico-eroine, icone erotiche d’un secolo, anzi due. I rapporti di Freud con le donne? Inge Scholz-Strasser sorride, cordialmente scocciata: «Da vent’anni non c’è giornalista che non mi faccia questa domanda. Comunque era un marito felice, sei figli in nove anni. Si è molto congetturato su un’ipotetica relazione con la cognata Minna, che viveva con la famiglia. Ma nessuna prova.
E oggi l’Austria come guarda all’ex reprobo, prima emarginato tra antisemitismo e ostilità accademiche, poi costretto alla fuga? «È un monumento. E come tutti i monumenti insensato solo a parole. Finanziamenti niente».
A fine estate Vienna è bellissima: solo afa, solitudine di viali alberati e sospiri di eco-tram. Risaliamo la Berggasse fino ai sereni giardini della Votivkirche, dove l’abitudinario Freud amava passeggiare e che gli sono stati intitolati. Da un lato la facoltà di Medicina, dall’altro l’elegante
Hotel Regina, nel quale scendevano i pazienti arrivati dall’estero. Pellegrini dell’analisi. Malgrado
gli ostracismi in patria, il Professore sapeva bene che il suo fan club internazionale s’andava infoltendo. E sulla fama di guaritore all’avanguardia ironizzava. lncontrando per la prima volta una paziente, la scrutò in volto: «Ho giù indovinato qualcosa di lei». E quella: «Ah sì? E cosa?». «Lei ha sicuramente avuto un padre e una madre».
Nonostante Freud, la società austriaca oggi non è più psicoanalizzata di tante altre. Ci sono più lettini a Buenos Aires o Rio de Janeiro. «Il freudismo è volato via come una moda. L’analisi, e più in generale le psicoterapie, restano roba da individui rnetropolitani» dice Hans Haider scrittore e per anni responsabile della cultura al quotidiano Die Presse. Nessuna parentela con l’altro Haider; Jorg, il leader xenofobo populista morto lo scorso ottobre in un incidente d’auto. Venne fuori che era gay, fu il suo amante a raccontarlo.
«Ma lo sapevano già tutti. E non ci trovavano nulla di imbarazzante. Una certa cultura dell’ordine convive da sempre con l’omosessualità. In fondo siamo un Paese tollerante. O diciamo abituato alla doppia morale. Nella tradizionalista Carinzia di Haider oltre metà dei bambini nascono da madri non sposate». Nemmeno la telenovela rosa dell’ex presidente conservatore Thomas Klestil scosse l’opinione pubblica più di tanto: «Se la faceva con la segretaria. Non è forse un classico? Un topos immortale?».
Maggiore trambusto provocò, sempre l’anno scorso, la storiaccia nera di Josef Fritzl, l’uomo che per 24 anni tenne segregata la figlia in cantina, violentandola e mettendola incinta sette volte. S’è beccato l’ergastolo. All’epoca il Times di Londra pubblicò un disegno con la cartina dell’Austria sdraiata sul divano di Freud. Qualche commentatore dipinse l’orco come il nuovo Moosbrugger, l’assassino di prostitute del quale tutta Vienna parla nell’Uomo senza qualità di Musil. Ulrich, il protagonista del romanzo, finisce per appassionarsi alla vicenda del killer. Snidando nella sua rigorosa follia una specie d’interfaccia della civiltà: «Aveva ammazzato una donna, una prostituta di infimo grado, in modo raccapricciante (...). I cronisti avevano descritto minutamente una ferita al collo che andava dalla gola alla nuca, due coltellate al petto che attraversavano il cuore, due al lato sinistro del dorso, e la recisione delle mammelle che erano quasi staccate; essi esprimevano sì tutta la loro esecrazione, ma non rinunziavano a elencare anche le trentacinque trafitture nel ventre e il taglio che si estendeva dall’ombelico fino alla colonna vertebrale (...). La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà».
La vecchia cultura viennese psicanalizzò il giornalismo come nessun’altra. Anche su questo ha ancora qualcosa da insegnare.
da “il venerdì” di Repubblica 4-10-2009 - http://www.repubblica.it

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