Cervello
Perché Oriente e Occidente pensano diversamente
Le differenze geografiche e culturali determinano quali aree del cervello si
attivano nel parlare e nel contare Lo sostiene un team di neuroscienziati dopo
alcuni esperimenti: le loro teorie hanno già provocato molti dibattiti
Quando diciamo a qualcuno "La pensi diversamente da me", non
immaginiamo quanto, effettivamente, il cervello di ognuno di noi possa
funzionare in maniera differente a seconda di dove siamo cresciuti. La battuta
dovrebbe insomma essere riveduta e corretta alla luce della nuova, futuribile
"neuroscienza culturale". Attraverso complessi esperimenti, tra i
quali la risonanza magnetica della corteccia cerebrale in attività, questa
nuova branca scientifica vuole dimostrare che il contesto culturale nel quale
viviamo segna il nostro cervello.
Provate per esempio a pensare a vostra madre, poi a voi stessi, infine a un
politico famoso. Se siete nati a Milano o New York, il vostro cervello si
attiverà in maniera diversa per ognuno di questi pensieri. Se invece vivete a
Tokyo o Delhi, tenderete a unire le tre cose, mettendo insieme la percezione
dell´Io, della famiglia e della società. Da qui, scaturisce una prima
osservazione. Secondo alcuni neuroscienziati, l´individualismo degli
occidentali o lo spirito collettivo degli orientali è visibile nei processi
cognitivi. Uno scarto simile si riscontra mostrando l´immagine di un uomo con
la testa china e quella di uno con le braccia incrociate. Nell´esperimento, il
giapponese aumenterà l´attività cerebrale di fronte alla persona in posizione
sottomessa, mentre l´americano si riconoscerà in quella apparentemente più
forte, assertiva. Anche in questo caso, si può concludere che esiste un diversa
propensione al rispetto dell´autorità.
Lo choc tra culture potrebbe insomma essere anche una questione di sinapsi e
neuroni. "West Brain, East Brain", ha scritto Newsweek, citando gli
ultimi studi in questo campo. Sono ricerche ancora recenti, sviluppate grazie
alle tecniche di neuroimmagine che per la prima volta nella storia dell´uomo
permettono di osservare i funzionamenti del cervello umano dal vivo. E´ bene
ricordare che alcune di queste teorie sono controverse e oggetto di accesi
dibattiti, e che la catalogazione tra orientali e occidentali, in un mondo
sempre più globalizzato, appare discutibile.
Ma le scoperte dei neuroscienziati possono comunque essere affascinanti, come
dimostra l´attenzione del settimanale statunitense. E´ stato dimostrato così
che per parlare, i cinesi attivano aree corticali diverse rispetto agli
anglosassoni, a causa della differenza tra ideogrammi e alfabeto. Persino
nell´aritmetica i processi cognitivi non sono gli stessi, nonostante ci siano
in comune i numeri arabi. Durante un´addizione, gli orientali useranno la parte
del cervello adibita all´astrazione e ai simboli, gli occidentali quella del
linguaggio. In una stanza, gli occidentali scrutano ogni singola cosa, gli
orientali osservano il contesto. Nel primo caso c´è una maggiore capacità analitica,
con una propensione a prendere in considerazione le caratteristiche
individuali, nel secondo ci sarebbe una filosofia "olistica", basata
cioè sulla complessità delle relazioni tra cose e persone.
Salvatore Maria Aglioti ne è certo. «E´ possibile rintracciare tracce cerebrali
di fenomeni o comportamenti sociali». Il neuroscienziato cognitivo, che insegna
all´università La Sapienza
di Roma e alla Santa Lucia Foundation, sostiene che le differenze culturali tra
i popoli avrebbero un effetto "plastico" sul nostro cervello. «So che
c´è chi dice che è tutta una mistificazione ma non sono d´accordo» racconta
Aglioti che il 15 marzo ha organizzato a Roma una conferenza dedicata proprio
alla "Neurocultura". «Non dobbiamo credere che questo tipo di studio
voglia creare una discriminazione tra popoli». Il professore romano nega che
questi esperimenti possano alimentare sottili pregiudizi o far credere che
l´integrazione sia difficile per ragioni biologiche. «Vogliamo solo dimostrare
che il complesso di norme che ci circonda segna il nostro cervello. Ma la
plasticità della corteccia cerebrale - conclude Aglioti - è in evoluzione e può
adattarsi a nuovi contesti sociali». Per fortuna.
http://www.repubblica.it 23.2.10

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