Strumenti personali
arabesco4

C'è sempre una prima volta

Un rito che si rinnova Anche nella memoria troviamo una nuova vita

 




Il tema della «prima volta» riguarda tutti. Ciascuno di noi ha conosciuto una prima volta nella sua vita affettiva, professionale o intellettuale. Una prima volta di cui ha conservato il ricordo perché questa sembrava aprire il tempo, creare un inizio, e che questa sensazione era così forte e folgorante da sopravvivere all'usura del tempo, alle delusioni della vita, alla rinuncia o alla rassegnazione. L'etnologo è doppiamente sensibile a questo tema: prima di tutto conserva sempre un ricordo vivo del suo «primo terreno», esperienza iniziatica in cui ha imparato dagli altri ma anche da se stesso, e a cui egli ritorna di continuo per rigenerare le proprie analisi e riflessioni; in secondo luogo, egli è uno specialista dell'attività rituale. Però noi sappiamo che il rito è ancorato al passato, che ha le sue regole fissate dalla tradizione. Ma bisogna anche prestare attenzione al fatto che, poiché è compiuto, esso rende l'avvenire possibile. Dare a chi celebra e a chi assiste il sentimento di una riapertura del tempo è la condizione e l'espressione della sua riuscita. L'inizio è la finalità del rito. L'inizio non è la ripetizione. Si dice a volte: «Ecco che ricomincia» per fare intendere che niente cambia. Ma il verbo viene usato in un'accezione debole. Nel verbo ricominciare è cominciare che è importante. Ri-cominciare è vivere un nuovo inizio, una nascita. Quando il «Don Juan» di Molière si dice sensibile al fascino delle «inclinazioni nascenti», egli si situa fuori d'ogni calcolo e d'ogni strategia, nella verità dell'istante che traduce l'espressione francese «tomber amoureux» (cadere innamorato). La ripetizione interviene nel momento del disinnamoramento, quando lo scenario abituale, appare nella verità banale del suo epilogo ricorrente. Ma allo stesso tempo, immediatamente, non si percepisce che la poesia stessa legata a ogni inizio, agli antipodi del ritornello e della ripetizione.
Don Juan è insaziabile e non smette di correre dopo il turbamento iniziale. Per lui è sempre la prima volta. Egli è l'eroe dell'incontro e dell'istante. Per il resto, taglia corto, incapace di vivere una storia d'amore nella sua durata. In tutte le esperienze della vita collettiva e della vita politica così come nella vita sentimentale individuale, noi siamo sensibili ai fenomeni d'usura che imputiamo a volte a cause esterne ma che a una certa distanza ci appaiono (e questo forse è ancora più grave) come irrimediabilmente legati alla semplice azione del tempo, a una forma d'erosione storica o di vecchiaia quasi biologica che suscita una grande nostalgia.
L'anno 1789, la Comune di Parigi, il 1936, la Liberazione, il Maggio '68 sono celebrati e osannati quando hanno perduto la loro forza iniziale. E la storia vista da questo punto di osservazione non è che uno sforzo perpetuo per ritrovare un equivalente di queste «prime volte» mancate o incompiute.
Al cinema mi piace rivedere i film vecchi. Essi agiscono in maniera incomparabile con il passato e il ricordo. Le immagini che noi preserviamo dal passato lontano e che sono pertanto le più tenaci, si modificano sotto l'azione combinata della memoria e dell'oblio e di questo noi siamo coscienti. Rivedere un film molto tempo dopo averlo visto per la prima volta è dunque un'esperienza straniante poiché ci mette a confronto con delle immagini del passato che non sono cambiate. A volte, esse ci sorprendono, e anche se si tratta di un film che abbiamo spesso rivisto, capita di ritrovare dei dettagli dimenticati o, più esattamente, trasformati dalla memoria che, malgrado la rievocazione delle immagini girate un tempo, ha continuato il suo lavoro di ricreazione. E poi ci lasciamo ogni volta di nuovo prendere dal ritmo della narrazione come se quella fosse inedita. Rivedere un film vecchio è provare simultaneamente i piaceri dell'attesa e del ricordo, esperienza di cui la vita quotidiana non ci offre mai l'occasione.
Avevo dodici anni quando ho visto per la prima volta il film di Curtiz «Casablanca». Non era il mio primo film ma è la prima esperienza del tempo, dell'oblio, della fedeltà e del ricordo indotta da un'opera di finzione. Le scene più importanti narravano di temi come la minaccia, la fuga, l'attesa che avevano segnato la mia infanzia. Questo film l'ho scoperto da ragazzino alla fine della guerra e di colpo ha rappresentato per me il ricordo di un'emozione iniziale. È diventato ai miei occhi una specie di mito che mi sbalza da un tempo all'altro, allorché il titolo «Casablanca» mi salta agli occhi nel programma di un giornale mentre percorro una strada del Quartiere latino e celebro ritualmente questa «prima volta» sempre ricominciata.

 

Corriere della Sera 19.9.11

Azioni sul documento