Cattaneo, Bobbio e gli svarioni della Lega
A unità avvenuta, il moderato Cattaneo impiegò l’idea federalista per proporre e teorizzare una politica di autonomie centrata sui comuni
Parliamo di «Stati uniti d’Italia - Scritti sul federalismo democratico »
di Carlo Cattaneo e Norberto Bobbio (pref. di Nadia Urbinati, pp 150 euro
17.50, Donzelli): le idee sul federalismo democratico e riformatore di uno
dei padri del nostro Risorgimento, riprese e commentate da Norberto Bobbio
all’indomani della Resistenza. Una lezione che rischia di essere tradita da
chi accampa oggi la bandiera del federalismo - Carlo Cattaneo (1801-1869) Le
sue idee di rinnovamento scientifico, sociale e politico furono propugnate
attraverso«Il Politecnico», la rivista da lui fondata, e poi in una lunga
attività pubblicistica. Sostenitore dell’autonomia locale e della democrazia
diretta, si dichiarò contrario alla forma di Unità realizzatasi nel 1861.
Fatta l’Unità, Cattaneo ribadì nel 1862 che la «federazione è la sola unità
possibile in Italia»; eppure cominciò a lavorare a un programma di autonomia
legislativa e amministrativa, non di federalismo. La sua risposta al
piemontesismo accentratore, a unità avvenuta, era dunque una larga autonomia
regionalistica - un’idea che, lo abbiamo accennato, altri politici italiani
coltivarono in quegli anni,come Zanardelli e Minghetti, e che risultò
purtroppo sconfitta e sconfessata dal riordino amministrativo del 1865,
disegnato sul modello francese delle prefetture e arcignamente centralistico
perché volutamente anti-democratico. A unità avvenuta, il moderato Cattaneo
impiegò l’idea federalista per proporre e teorizzare una politica di
autonomie centrata sui comuni («i comuni sono la nazione; sono la nazione nel
suo intimo asilo alla libertà»). Dall’unità centralistica all’autonomia
locale più larga: nell’Italia unita, fu questa la proposta pratica che
Cattaneo derivò dal suo federalismo teorico, non un federalismo a tutti i
costi. La sua fu una proposta consapevolmente moderata perché egli era,
appunto, un liberale e non un giacobino; moderata nel senso che voleva operare
per via di riforme in un contesto specifico, non in astratto o per soddisfare
ragioni dottrinarie. In questa caratterizzazione di Cattaneo federalista
emoderato traspare tutta l’ammirazione di Bobbio, per il quale l’essere
moderato e non giacobino voleva dire essere liberali, avere cioè una
concezione della libertà che riposa sull’arte della limitazione. Tradotta in
diritti e leggi, governata da una pratica di contrappesi e di controlli
costituzionali, la libertà dei moderni non poteva che essere moderata. A
partire da questa stessa premessa squisitamente liberale, la proposta di
Cattaneo per l’Italia post-unitaria non poteva che essere protesa verso un
ordinamento di larghe autonomie centrato sul comune.
Le istituzioni politiche contribuiscono a costruire una nazione non meno
della lingua, della religione e delle tradizioni. Un popolo che come l’Italia
ha vissuto per numerose generazioni in uno stato unitario è, dopo tutto, un
popolo senza memorie di federalismo. Questo fatto elementare fu ammesso da uno
dei fondatori della Lega Nord, Gianfranco Miglio, il quale dovette
riconoscere già nel 1994 che non era facile «costruire una federazione in un
paese che non ha una “cultura federale”». A distanza di vent’anni e con un
federalismo mai studiato seriamente ma prima propagandato come un’arma di
attacco per giungere al potere nazionale, e poi costruito a colpi di decreti
e di leggi strappati da una minoranza numerica in cambio della stabilità di
coalizioni governative, sembra essersi fatto strada un fenomeno che è in se
stesso illogico e aberrante: un federalismo giacobino, decretato e voluto dal
governo centrale, generatore di una politica che più che allentare il
centralismo sembra allentare il senso dello stato senza rivitalizzare il
sentimento di unione e di fiducia, quel senso di simpatia che, per i
pensatori liberali e federalisti di tutti i tempi, è essenziale al foedus
perché agevola la comunicazione fra le parti di un paese e impedisce che si
innalzino barriere tra le regioni. David Hume pensava che la simpatia fosse
la più peculiare «qualità della natura umana» perché rende possibile la
comunicazione tra gli individui, per quanto differenti siano nelle opinioni,
negli interessi e nel carattere. A questa qualità Hume attribuiva il potere
di rendere i popoli capaci di vivere insieme pur nella diversità e di rendere
gli individui propensi a condividere esperienze in comune. Indubbiamente, la
simpatia che i cittadini sentono per il loro popolo è più forte di quella che
sentono per gli altri popoli.
Ma, come pensavano anche i fondatori della Comunità europea, è possibile
educare la simpatia. John Stuart Mill esemplificava la simpatia come quel
sentimento che porta, nel caso estremo di una guerra, a «combattere dalla
stessa parte» e quindi indicava due precondizioni perché la federazione
funzionasse: un «sentimento di identità di interesse politico » e un
sentimento di simpatia. Il primo sentimento avrebbe sostenuto la vita delle
istituzioni liberali, mentre il secondo avrebbe sostenuto l’unità della nazione.
Alla radice del sentimento di «mutua simpatia» e reciprocità vi è la
convinzione di origine repubblicana secondo la quale la piccola patria può
servire a rafforzare il sentimento di appartenenza alla più larga patria. Si
tratta di sentimenti, e, come accade con tutti i sentimenti, essi crescono
con la pratica. Uno stato centralizzato tende a raffreddare la simpatia
civica dei cittadini nella misura in cui li abitua a pensare alle istituzioni
come entità distanti e il cui funzionamento non dipende da loro. Questo è
l’argomento più forte a favore dell’auto- governo locale e del federalismo:
un argomento di civismo democratico. Esso è stato condiviso da tutti i
repubblicani, quelli unitari come quelli federalisti, e da alcuni liberali.
Mazzini sognava sì una Repubblica unitaria, ma non negava affatto
l’importanza del governo comunale. Federalisti liberali come Cattaneo
pensavano che la federazione potesse incoraggiare l’unione perché avrebbe
rafforzato la simpatia tra le parti di un largo territorio. Il principio alla
base di queste visioni è che si impara a rispettare l’umanità rispettando i
propri vicini. Nel Vangelo, i doveri verso l’umanità sono resicome doveri
verso il prossimo: diliges proximum tuum.
L’IMPORTANZA DELLA SIMPATIA
Se la simpatia è così importante per la federazione, essa è il test, la
prova, del fatto che una federazione funzioni e duri nel tempo. Il Belgio si
costituì nel 1830comeuno stato centralizzato, che però ha gradualmente
adottato il bilinguismo e poi creato una vera e propria autonomia
federal-cantonale. Ma questa traiettoria centrifuga non ha ancora messo fine
al Belgio, non ha generato due stati separati come è avvenuto nel caso della
Cecoslovacchia con la fine del Patto di Varsavia. Se l’unione nonviene
confusa con un’unità accentrata, la federalizzazione di uno stato unitario
può diventare la strada verso una nuova rinascita di simpatia nazionale,
anziché verso la secessione. Contrariamente ai nazionalisti, i federalisti
cercano di unire, benché non vogliano unificare. Il loro lavoro, ha scritto
Michael Burgess nel suo studio sul processo a un tempo di unione e di
federalizzazione, che ha dato vita alla riunificazione della Germania dopo la
guerra fredda, è molto più impegnativo e delicato di quello dei centralisti,
perché contrariamente a questi ultimi essi si propongono di sostenere un
movimento «in una direzione unitaria senza volere uno stato unitario».
Una federazione è quindi una delicata combinazione di due forze egualmente
forti: una centrifuga e una centripeta. La disputa nel nostro paese sul
federalismo è una disputa in effetti su come governare queste due forze: se
al fine di rivitalizzare l’unità o invece per raffreddare l’unità e magari
agevolare un processo di secessione. Questo è il rischio al quale è soggetto
il nostro paese nell’uso spesso superficiale e molte volte strumentale
dell’argomento del federalismo in chiave anti-unitaria. Dove fermare il
movimento centrifugo e quindi come fare della simpatia il sentimento
ispiratore del federalismo è il problema che sta di fronte al nostro paese,
oggi.
L’Unità, 2 ottobre 2010

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