Cari prof, studenti, genitori essere valutati non è "umiliazione"
L'economista Tito Boeri ha scritto una analisi dei test Invalsi su Repubblica. E ha ricevuto molte reazioni, spesso dure, dal mondo della scuola.
Sapevo di toccare un nervo scoperto, ma non immaginavo di
suscitare reazioni così virulente difendendo i test Invalsi nella scuola
superiore con un mio precedente articolo . Sono peraltro a
conoscenza solo di una minima parte di queste risposte, presumibilmente quelle
più favorevoli perché affidate a messaggi di posta elettronica a me
indirizzati, a lettere alla posta di redazione di Repubblica o a blog
in qualche modo filtrati. Altre reazioni, presumibilmente più feroci, sono
contenute nei blog intrattenuti da docenti che dichiarano di avere postato e
vivisezionato il mio articolo. Alcuni docenti giungono fino a minacciare di
incatenarsi alla sede del mio giornale. Li prego davvero di non farlo perché 1)
il mio articolo non impegna certo Repubblica che ha una sua propria
linea editoriale, e 2) il sito che coordino, www.lavoce.info (forse è questo che si intende per il "mio giornale"),
ha solo una sede virtuale, cui difficilmente potrebbero incatenarsi.
Ringrazio comunque chi mi ha scritto per l'attenzione. Non riesco a rispondere
a tutti e alcune obiezioni sono ricorrenti. Dunque posso a loro
contro-obiettare in questa forma collettiva. Premetto che sono anche io
un docente e che mi sottometto periodicamente a valutazioni. Ci sono infatti
classifiche standardizzate che guardano alle mie pubblicazioni e al modo con
cui vengono citate. Esistono poi valutazioni degli studenti che seguono i miei
corsi e vengono raccolti dati sugli esiti di questi studenti in altri esami e
poi sul mercato del lavoro, valutando poi il valore aggiunto dei miei corsi. Certo
qualche volta non posso non avvertire un senso di fastidio nel leggere qualche
giudizio negativo di studenti o provare gelosia nel vedere che qualche collega
più bravo di me mi precede nei ranking, ma, al contrario di chi mi ha scritto,
non mi sento affatto "umiliato" da queste valutazioni. Mi sentirei
umiliato, sia come docente che come contribuente, se non ci fossero perché
vorrebbe dire che molti miei colleghi possono ricevere uno stipendio rimanendo
inattivi senza che nessuno se ne accorga e che ogni mio sforzo per migliorare
la qualità della ricerca e della didattica non viene minimamente monitorato e
riconosciuto.
Alcuni docenti sostengono che i test Invalsi servono come strumento per
"propagandare surrettiziamente delle ideologie" nel corpo studentesco.
Non capisco di quale ideologia si tratterebbe dato che il metodo è lo stesso
dei test Pisa condotti in tutto il mondo. Si tratta di metodiche consolidate a
livello internazionale nella costruzione di test di competenza cognitiva.
Allego comunque qui sotto alcuni esempi di domande del test Invalsi affinché
tutti si rendano conto di cosa stiamo parlando. Dove sta l'ideologia, nelle
reazioni ai test o nei test? Ai lettori l'ardua sentenza.
Altri docenti si lamentano della natura fredda dei test che "minano con
quattro parole e poche crocette la professione docente", il che,
incidentalmente, conferma che non si tratta di test propagandistici. Propongono
allora valutazioni di ispettori ,"uomini che giudicano altri uomini"
(si tratterebbe per la verità spesso di donne che giudicano altre donne). Non
ho mai sostenuto che i test Invalsi debbano essere l'unico strumento di
valutazione e concordo che valutazioni che prescindano anche da rilievi
strettamente quantitativi siano utili. I test Invalsi sono solo uno degli
ingredienti del processo valutativo. Hanno il vantaggio di essere comparabili
tra scuole, regioni e addirittura paesi, a differenza delle valutazioni
"soft" che molti docenti sostengono di preferire e alle quali,
ripeto, non sono affatto contrario. Non vorrei solo che il "ci vuole ben
altro" per valutare sostenuto da molti sia solo un modo per non farsi
valutare del tutto, rendendo la valutazione talmente onerosa da non poter
essere effettuata.
Lo sport nazionale in Italia è riempirsi la bocca di termini come
"merito" e "meritocrazia", applicati sistematicamente agli
altri, per poi rifiutare qualsiasi metrica, qualsiasi misura della propria
produttività. Senza queste misure "merito" è un termine vuoto, perché
diventa del tutto arbitrario. E' lo stesso atteggiamento mostrato dai nostri
politici quando negano le statistiche ufficiali. Il Ministro Tremonti sostiene
spesso che le statistiche dell'Istat sono inaffidabili (guarda caso quando
documentano che durante il suo regno l'economia italiana non è cresciuta a
differenza che in tutti gli altri paesi Ocse). Non vorrei che un simile
atteggiamento affiorasse fra quei docenti che sostengono che i test
standardizzati applicati in tutto il mondo sono del tutto fuorvianti.
Mi si contesta ancora il fatto di voler usare i test per differenziare le
retribuzioni del corpo docente. A mio giudizio, allo stato attuale, i test
servono semplicemente a informare gli insegnanti, gli studenti e le loro
famiglie. Proprio per questo proponevo di fare i test in modo tale da poter
rendere pubblici i dati scuola per scuola. A proposito: c'è chi contesta la
possibilità di mandare ispettori a controllare che gli studenti non copino
(talvolta gli stessi che propongono di fare valutare tutti i docenti da
ispettori), sostenendo che non ci sono risorse per l'attività ispettiva. Ovvio
che si tratterebbe di controlli a campione soprattutto sulle scuole dove si ha
il sospetto che si siano riscontrati comportamenti volti a svilire il
significato dei test.
Ritengo che in prospettiva, quando i test e altri strumenti di valutazione
saranno consolidati, questi strumenti possano essere utilizzati anche per
allocare in modo più selettivo le poche risorse disponibili (talmente ridotte
che è in discussione la sopravvivenza stessa dell'Invalsi!). La valutazione
dell'istruzione è una premessa fondamentale per assegnare più risorse alla
scuola. Dato che le risorse sono limitate, occorre evitare in ogni modo di
disperderle dandole a istituti che dimostrano di non arricchire ( o di
arricchire troppo poco) le conoscenze degli studenti che si iscrivono in quelle
scuole. Questo significa che bisogna tenere conto del livello delle conoscenze
all'atto dell'iscrizione alla scuola. Premiando le scuole che operano in realtà
difficili, che hanno magari punteggi bassi nel test, ma sono in costante
miglioramento.
Le reazioni al mio intervento su Repubblica comunque dimostrano che
l'Invalsi (e il ministro che in questi mesi si è impegnata soprattutto a
difendere la condotta non solo diurna del nostro presidente del consiglio)
abbiano fatto di tutto per non informare gli insegnanti. Molte delle domande
che sono state poste al sottoscritto, andrebbero in effetti girate
all'Invalsi. Mi auguro che molti di coloro che mi hanno scritto, cambino
il destinatario e che l'Invalsi dedichi a queste richieste di chiarimento la
dovuta attenzione.
http://www.repubblica.it (30 maggio 2011)

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