Cari keynesiani, sporcatevi le mani
Come in tutte le scienze sociali, non vi sarà mai certezza. Ma occorre cercare di capire il funzionamento dell'economia moderna usando tutti gli strumenti a disposizione.
Alcuni anni fa, al mio ritorno in Italia, presentai in una delle maggiori
università un'analisi empirica degli effetti macroeconomici della spesa
pubblica, scritta con Olivier Blanchard, oggi direttore del centro di ricerca
dell'Fmi. Nel mezzo della presentazione un professore alzò la mano e disse:
«Questi risultati sono di destra». Fu la mia epifania accademica: non avevo mai
pensato in vita mia che un'analisi statistica dei dati potesse essere
etichettata come di destra o di sinistra (ironicamente, Olivier Blanchard è il
maestro degli economisti keynesiani, e uomo tutt'altro che di destra; e il
lavoro in questione è da allora spesso citato a supporto delle tesi
keynesiane).
In questi giorni numerosi interventi su queste pagine hanno proposto l'ennesima
caratterizzazione di una supposta scuola "neo-liberista".
Semplificando, ma non troppo, la rappresentazione tipica che si dà di questa
scuola è la seguente: gli individui agiscono sulla base di complicati processi
matematici di ottimizzazione delle proprie azioni; in un contesto in cui tutti
i mercati (dei beni, del credito, del lavoro) operano perfettamente; ne
consegue che gli economisti "neo-liberisti" sarebbero contrari a
qualsiasi forma di intervento statale, e uniformemente avversi a qualsiasi
forma di spesa pubblica.
Questa non è una caratterizzazione dei "neo-liberisti", ma una
caricatura, spesso utilizzata per concludere trionfalmente che degli economisti
così ottusi non avrebbero mai potuto prevedere né capire la crisi, e sono oggi
inutili e screditati. Eppure, vi sono intere biblioteche di lavori scientifici
in cui economisti ragionevoli cercano di investigare senza prevenzioni e con
modelli spesso semplicissimi cosa succede se uno o più di decine di mercati non
funzionano perfettamente, e quale sia l'intervento ottimale dello stato in
questi casi. Perché vengono sistematicamente ignorati? In parte perché i
critici dei "neo-liberisti" non sono al corrente degli sviluppi della
disciplina negli ultimi trenta anni. Se qualsiasi lavoro dei
"neo-liberisti" è sempre e solo un diabolico piano reazionario di
subdoli economisti servi del padrone e votati allo smantellamento del welfare
state, allora non c'è nessuno motivo per andare oltre il mondo della General
Theory di Keynes e tentare di fornirsi degli strumenti per comprendere gli
sviluppi recenti della ricerca.
Propensi come sono ad attribuire sempre una motivazione
politica o ideologica ai propri avversari, questi critici dei
"neo-liberisti" non comprendono che la differenza fra le
"scuole" è in gran parte una questione di metodologia, non di
ideologia. Prendiamo un caso concreto: il dibattito recente sulla spesa
pubblica, e l'opportunità o meno di tagliare il disavanzo e la spesa. C'è
un'infinità di teorie al riguardo, ma continuare a parlarne, invocando di volta
in volta l'autorità di Keynes o Friedman, di Blair o Reagan, non serve a molto.
Un passo in avanti è cercare di corroborare o falsificare le teorie con
un'analisi dei dati.
Purtroppo non è così semplice: se per esempio le due serie storiche di spesa
pubblica e Pil si muovono insieme (crescono e scendono insieme) non si può
concludere che un aumento della spesa pubblica causi un aumento del Pil; una
spiegazione ugualmente plausibile, ma con causalità invertita, è per esempio
che quando il Pil sale, le entrate fiscali salgono e ciò permette allo stato di
spendere di più. Per distinguere tra queste due spiegazioni è necessaria
un'analisi statistica un po' più sofisticata che guardare al grafico delle due
serie.
È qui che diventa evidente il ruolo della metodologia, ed è questa metodologia
che a mio avviso caratterizza gran parte dell'approccio
"neo-liberista" ben più dei supposti ideologismi pro-mercato. Primo,
è necessario individuare gli "shocks" alla spesa pubblica e al Pil;
ma poiché essi non sono osservabili nei dati grezzi, è necessaria una teoria
che li definisca esattamente. Questa teoria, formale o meno, è anche necessaria
per accertare che le proprie affermazioni siano internamente coerenti. Secondo,
l'indagine econometrica desume dai dati grezzi gli shocks così definiti, e ne
studia poi gli effetti sul Pil. Potremmo così concludere che uno shock alla
spesa pubblica causi una diminuzione del Pil. È la fine della discussione? No,
perché un altro approccio e altre assunzioni possono condurre a shock diversi e
conclusioni opposte.
Come in tutte le scienze sociali, non vi sarà mai certezza. Ma una differenza
fondamentale tra molti "neo-liberisti" e i loro critici è che i primi
si sporcano le mani con i dati; il dibattito viene quindi spostato
dall'ideologia e dal principio di autorità al terreno forse un po' arido ma ben
più costruttivo di ipotesi econometriche, shocks e tecniche statistiche. Questo
è il vero, grande progresso della scienza economica degli ultimi trenta anni.
Mentre mi sento di affermare con una certa sicurezza che la stragrande
maggioranza dei loro critici non si è mai sporcata le mani con i dati, e le
poche eccezioni mostrano una conoscenza spesso rudimentale delle metodologie
necessarie per un'analisi statistica non banale.
Questa scarsa attenzione allo studio dei dati è in parte dovuta a mancanza di
strumenti, ma in parte anche a una prevenzione di fondo. Per i critici dei
"neo-liberisti" molto spesso gli sviluppi dell'economia e della
finanza moderna sono solo la sovrastruttura di un mondo marcio, che non vale la
pena di studiare e comprendere perché essi vanno comunque pesantemente regolati
se non soppressi.
È sulla base di questa visione del mondo che la Grande Recessione
viene spiegata in riferimento a grandi categorie filosofiche («l'avidità intrinseca
nel sistema capitalistico», «il fallimento del mercato»), invece che cercare di
capire il funzionamento dell'economia moderna usando una metodologia
disprezzata anche se mal compresa.
http://www.ilsole24ore.com 18 luglio 2010

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