Cari colleghi, è inutile cercare la prova dell´esistenza di Dio
La grande e stupefacente diversità dei viventi è stata creata dalla vita stessa. Non c´è alcun bisogno di ipotizzare l´intervento "esterno" di un creatore
La ricerca contemporanea ha rovesciato questo punto di vista, mostrando come un
organismo vivente sia al tempo stesso un orologio e un orologiaio. È una delle
scoperte che più hanno rivoluzionato il modo di pensare negli ultimi
centocinquant´anni. Si è capito che la grande diversità dei viventi è stata
prodotta dalla vita stessa, attraverso meccanismi che ormai sono ben noti,
grazie alla capacità di ogni organismo di autoriprodursi generando una copia
pressoché perfetta di se stesso. Non vi è bisogno di ipotizzare un creatore
esterno, per cui non troverete un libro di scienza che inizi dicendo: «In
principio Dio creò il cielo e la terra», e nemmeno: «In principio Dio creò il
Big Bang».
La scienza non è nuova a scoperte "controintuitive", che smentiscono
le impressioni più superficiali. Oggi quasi tutti sappiamo che un corpo più
pesante non cade più veloce di uno più leggero, come insegnava Aristotele, né
il Sole gira intorno alla Terra, benché sembri farlo ogni giorno. Toccò proprio
a Darwin, grande ammiratore di Paley, accorgersi per primo che gli organismi
evolvono per proprio conto, non per mano di un progettista nascosto dietro le
quinte. Queste osservazioni inaugurarono un lungo e doloroso travaglio
interiore, che lo portò negli anni ad abbandonare la fede, con grande
turbamento della moglie che temeva che il marito pregiudicasse il suo futuro
ultraterreno.
I fisici si erano accorti ben prima dei biologi che il funzionamento del mondo
si può spiegare senza bisogno di ipotizzare l´esistenza di un Dio. Già oggi,
del resto, forse nemmeno i teologi pensano che Dio abbia creato le singole
specie viventi, casomai che abbia creato l´antenato a tutte comune. Se in
questo secolo, come è assai probabile, si riuscirà a generare la vita in
laboratorio da materia non vivente, l´"ipotesi di Dio" dovrà fare un
nuovo passo indietro. Certo, chi vuole credere all´esistenza di un Creatore
supremo potrà dire che Dio vuole restare dietro le quinte per non interferire
con la libertà dell´uomo. «La natura ama nascondersi», diceva Eraclito: ecco
un´affermazione che l´uomo di scienza e l´uomo di religione possono
interpretare in modi diametralmente opposti.
Non ci risulta che l´esistenza o meno di Dio possa essere provata logicamente.
Anche fra gli scienziati si trovano persone di fede religiosa. Per la nostra
parte, il fatto che dalla materia possa essere nata la vita e che la vita abbia
dato forma a se stessa in centinaia di milioni di forme diverse nel corso della
sua lunghissima storia, è non solo ragione di meraviglia, di ammirazione e
stupore, ma ci suscita una curiosità inesauribile e la grandissima
soddisfazione di esserne parte. Se ragioniamo sulla nostra specie, troviamo
entusiasmante il fatto che ogni comportamento, ogni etica, ogni filosofia e
scienza, ogni politica, sia una semplice creazione umana, sempre più così nel
corso dei circa 100.000 anni di evoluzione dell´uomo moderno. E che non vi sia
un parametro divino su cui misurarsi, né alcuna verità assoluta, solo la
certezza di nascita e morte. Questo investe di responsabilità ogni nostro
gesto. Delle sue azioni l´uomo ha da rispondere solo a se stesso, agli altri
uomini e alla natura. Dipende da noi esseri umani fare della vita un paradiso o
un inferno, del pianeta un giardino o un deserto. La personale responsabilità di
ciascuno davanti a tutto e a tutti è la radice di una moralità vera, che ci
apre la possibilità di sviluppare i migliori potenziali umani. Di dare, per
così dire, forme nuove a noi stessi. Sarebbe così se fossimo stati formati con
un "progetto" che ci precede?
Che vi sia o non vi sia un Dio, l´umanità ha mostrato di averne bisogno, per lo
più, almeno nel corso degli ultimi millenni. L´incertezza del futuro, la paura
del dolore e della morte, condizioni miserabili di vita, il trionfo perenne
della violenza e dell´ingiustizia: proiettiamo la speranza di un riscatto al di
fuori di noi e al di là delle schifezze della vita, quindi al di là della vita
stessa, se questa non ha altro da offrire. La fede religiosa si può così
rivelare un vantaggio, dal punto di vista evolutivo, perché la speranza di una
vita migliore nell´aldilà attenua il terrore della morte e dà forza per andare
avanti a vivere, per dura che sia, e la speranza di un giudizio divino che si
abbatterà sui colpevoli conforta chi non spera più nella giustizia umana.
Se non aiutassero a sopravvivere e riprodursi, del resto, le religioni
sarebbero scomparse da un pezzo dalla faccia della Terra. Soddisfano il bisogno
di un padre e di una madre, di una guida per vivere, di sperare che la sorte ci
riservi qualcosa di meglio e di speciale. Fantasie, che per millenni sono state
quasi una necessità ma di cui il mondo moderno tende a fare progressivamente a
meno. La moralità laica, di chi sa di dover render conto solo a se stesso e
agli altri, ci sembra di gran lunga preferibile e più avanzata della moralità
di chi agisce in base a criteri fissati da enti esterni, o magari per timore di
punizioni post mortem.
Se vogliamo, la vera prova dell´inesistenza di Dio non viene dalla logica, ma
dalla storia: è negli orrori, negli eccidi, nelle iniquità senza fine di cui si
sono rese responsabili le religioni, le confessioni, le chiese. L´idea di Dio è
naufragata nella marea di infamie compiute in suo nome, spesso promosse dai
suoi sommi sacerdoti. «Gli uni lo chiamano Ram; gli altri lo chiamano Rahim;
poi si ammazzano l´uno con l´altro». Così diceva Kabir, mistico indiano vissuto
nel Quattrocento, dei musulmani e degli indù suoi contemporanei. In lingue
diverse, sia "ram" sia "rahim" significano "amore".
di Francesco e Luca Cavalli Sforza
Repubblica 18.9.10

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