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Cara Europa risvegliati dal letargo

Più Europa, dunque, al fondo di questo ragionamento partito da Toronto? Sì, e non per utopia, ma per realismo, se tutti, Germania inclusa, sapremo essere realisti...

 

 

I paesi del G-8 e poi quelli del G-20 si sono presentati a Toronto assumendo ciascuno la responsabilità di fare la propria parte per correggere i profondi squilibri dell'economia globale e consentirle così di crescere in una cornice di politiche coordinate e coerenti. Sani propositi condivisi da tutti e dalla stessa Cina, che si è voluta togliere dalla posizione d'imputato permanente, arrivando con un cambio rivalutato e con un vasto programma d'investimenti interni, atti a ridurre il suo gigantesco surplus.

Per parte sua l'Europa ha esibito le sue usuali, sagge credenziali, all'insegna del consolidamento dei bilanci pubblici come premessa ineludibile della crescita. Ma questa volta la saggezza europea ha destato più preoccupazione che consenso, una preoccupazione sotto la quale c'è un profondo disagio per le posizioni e le scelte della Germania, che sono temute come una camicia di forza imposta al nostro continente e come una strada alla fine della quale ciò che rimane immutato, con scarso beneficio per l'Europa e per il mondo, è proprio il surplus della stessa Germania.

Si dirà che una critica del genere è accolta con gioia da chi in Europa è insofferente verso i vincoli di bilancio ed è più che felice di coprire il proprio lassismo con le ragioni della crescita. Ma le cose non sono così semplici. Il 23 giugno scorso, parlando proprio a Berlino alla Humboldt University, George Soros è stato molto crudamente severo ed è con i suoi argomenti che Angela Merkel e l'Europa intera devono fare i conti. È giusto tener conto delle profonde motivazioni che ispirano le posizioni tedesche e quindi della volontà della Germania non certo di danneggiare il resto d'Europa, ma di mantenere la propria competitività e di non diventare la pronta cassa dei vicini più spendaccioni.

C erto è - ha osservato Soros - che adottando politiche pro-cicliche (la manovra da 80 miliardi) e imponendole agli altri europei, la Germania si comporta come Procuste e il letto a cui lega i paesi dell'eurozona si chiama deflazione. Ne può venire una lunga stagnazione, così come accadde con la grande depressione degli anni 30, dalla quale tuttavia i tedeschi pensano di restare immuni. La loro economia, infatti, compensa ampiamente gli effetti interni della manovra di bilancio con la crescita delle esportazioni, che sono il loro tradizionale motore e che l'euro indebolito potrà ulteriormente favorire.

 

Può darsi che Soros abbia esagerato con le tinte forti. Può darsi, più concretamente, che abbia sottovalutato le capacità di reazione di altri paesi, e in primis l'Italia, caratterizzati anch'essi da una forte propensione a esportare e non a caso già ora avviati verso un recupero di Pil superiore alle attese. E tuttavia il problema che egli ha posto esiste. Si può affrontare una fase come questa con politiche soltanto restrittive, affidando la crescita alla sola capacità di esportare di chi la possiede? Noi europei lo sappiamo che non è così e ce lo dice da solo il basso tasso di sviluppo su cui ci attestiamo da anni, anche quando su quel versante le cose vanno bene.

Ma allora la soluzione qual è, togliere i freni alle politiche di bilancio e girarle in chiave espansiva? Evitiamo i semplicismi. La domanda è legittima per la Germania, che poteva risparmiarsi, e risparmiarci, una manovra volutamente presentata come particolarmente severa (e non a caso i tedeschi si adoperano ora a dimostrare che lo è meno di quanto sembra). Ma non potevano invece risparmiarsela la maggior parte degli altri paesi, Italia inclusa, con forti debiti pubblici. Qui, piaccia o non piaccia, un prezzo lo dobbiamo pagare alla fragilità politica delle istituzioni europee su cui poggia l'euro. L'euro è uno, ma i debiti pubblici sono tanti quanti sono i paesi che lo hanno adottato. E questa, da sola, è già una differenza sufficiente a rendere il debito pubblico degli Stati Uniti più affidabile dei nostri. Se vogliamo allora che i nostri titoli pubblici continuino a trovare collocazione, lasciamo che i bilanci nazionali curino se stessi.

Stando così le cose, però, cerchiamo altre strade per promuovere la crescita, tanto più che queste strade ci sono e partono tutte da Bruxelles, dove davvero possiamo fare tutti insieme qualcosa di utile a ciascuno. Possiamo mettere in moto programmi comuni d'investimento facendo raccogliere alle istituzioni finanziarie comuni le risorse private di cui il mercato abbonda. Possiamo spingere l'integrazione del mercato unico più avanti di quanto abbiamo fatto sinora, come ha suggerito Mario Monti, e ampliare così la gamma dei servizi liberalizzati oltre quelli della tormentata direttiva Bolkestein, creando nuova offerta e nuova domanda nei nostri paesi. Possiamo tagliare robustamente i costi dell'energia già con il solo completamento di una rete elettrica comune. E così via enumerando cose che abbiamo detto troppe volte senza mai impegnarci seriamente per farle.

Che cosa ci potrebbe dare questa volta la forza di farle? La necessità della maggioranza dei paesi europei di sottrarsi al letto di Procuste, senza togliere il freno ai bilanci interni, ma evitando ciò nondimeno di rinunciare allo sviluppo o di averlo senza occupazione. E la Germania? Hanno ragione Alberto Alesina e Roberto Perotti a scrivere che sarebbe un gravissimo errore isolarla (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Ma essa, che da sola non cambierebbe la sua politica interna, non potrebbe non essere partecipe di politiche europee, che farebbero tracimare entro i suoi confini liberalizzazioni comuni, forse ancora più utili ai tedeschi che agli altri. La loro, in fondo, è un'economia che funziona, ma funziona alla vecchia maniera e una stagione di modernizzazione dei loro servizi potrebbe forse stimolare quella domanda interna, che sul fronte dei beni non riesce a crescere più.

Al di là di ciò, lo sa anche la Germania che se i paesi europei più indebitati non crescono, alla lunga non bastano i bilanci rigorosi a fornire le risorse per ripagare il loro debito pubblico. E a quel punto - nota Soros - le mani al portafoglio i tedeschi dovranno metterle per salvare non gli altri europei, ma le loro stesse banche, che di titoli pubblici non nazionali ne hanno in pancia una quantità ragguardevole. Ci diranno qualcosa i preannunciati e sacrosanti "stress test" a cui saranno finalmente sottoposte le banche europee, anche se molte, e fra esse le Landesbanken tedesche, potrebbero restarne fuori. In ogni caso - conclude Soros - può darsi che la Germania, dopo aver contribuito con tanta sofferenza al Fondo di stabilizzazione europeo, cominci a vederlo in una luce diversa, se i soldi di esso dovessero essere usati proprio per ricapitalizzare le sue banche.
Più Europa, dunque, al fondo di questo ragionamento partito da Toronto? Sì, e non per utopia, ma per realismo, se tutti, Germania inclusa, sapremo essere realisti...

 

da Il Sole 24 Ore   27 giugno 2010

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