Capitalismo della Rete e duopolio globale
La politica e la società civile riportino a galla i principi democratici di uno Stato di diritto.
La Rete è
definitivamente "scesa in campo" non solo nel mondo a lei congeniale
del capitalismo finanziario, dove ha reso e rende possibili ogni sorta di
manipolazioni, bensì anche direttamente e pesantemente nella politica.
Con quali devastanti effetti è difficile prevedere, ma i pericoli per le
democrazie sono assolutamente evidenti.
Che finora il cyberspazio e le reti elettroniche si siano sviluppati, operando
in territori virtuali privi di confine, è risaputo, come altrettanto noto è il
peso che nella politica mondiale hanno già avuto. Mi basterà qui ricordare i
rapporti fra Google e il Governo cinese, che fece oscurare sulla Rete i blog
degli oppositori al regime, piuttosto che gli accordi del 2007 fra Usa e Unione
europea, per poter utilizzare il centro dei dati finanziari di trasferimenti di
denaro raccolti in Europa dal programma Swift per finalità antiterrorismo,
oppure i più recenti scandali del gruppo Murdoch in Gran Bretagna. Così come è
provato che le rivolte nei Paesi arabi e altre sommosse sono state largamente
facilitate dall'uso della Rete.
Che la tecnologia avesse poi frantumato uno dei diritti più antichi e
inalienabili, la proprietà intellettuale, dal diritto d'autore a quello dei
brevetti, al diritto alla privacy, come le numerose controversie spesso
ambiguamente decise nei vari Paesi, hanno dimostrato, è cosa ben risaputa.
Ma che oggi possano essere le stesse società tecnologiche a voler determinare
direttamente l'avvenire politico ed economico, al centro e nelle periferie del
mondo è inquietante novità. Superata appare anche la tesi di Marshall McLuhan
che "il medium è il messaggio" e che il pericolo di un uso acritico
dei media sia deteriore per l'identità culturale e sociale dell'uomo. Se finora
era il diritto a tentare di disciplinare la Rete, sarà d'ora in poi la Rete a imporre la propria
volontà e a governare direttamente il pianeta.
Il 26 settembre il New York Times ha riportato la sconcertante notizia che
Facebook ha per la prima volta formato un Pac (Political Action Committee) che
userà per distribuire denaro ai candidati nelle prossime elezioni presidenziali
americane. Naturalmente l'attuale decisione di Facebook, di crearsi una sua
rete lobbystica è facilitata dalla qui altra volta da me ricordata sentenza
della Corte Suprema che ha concesso massima libertà ai finanziamenti
elettorali. Il movente potrebbe essere facilmente rintracciato nella
complessità dei dibattiti legali riguardanti l'antitrust, i brevetti, le
posizioni monopolistiche e i diritti alla privacy. Ma in campo sono scese anche
altre società tecnologiche, come la più volte accusata di monopolio, Google, la
quale ha proprio la scorsa settimana sponsorizzato, guarda caso insieme con
Foxnews del magnate Murdoch, un dibattito dei repubblicani sulle prossime
elezioni presidenziali. Le spese di Google e di Facebook per l'attività
lobbystica sono di molto incrementate nel secondo quadrimestre di quest'anno
toccando esborsi di milioni di dollari.
La libertà culturale della Rete nel capitalismo finanziario globale si sta
forse trasformando nel nuovo Leviatano? Che il potere del Leviatano passi la
mano dal capitalismo finanziario al capitalismo della Rete, o che si vada
creando un duopolio globale?
Il potere finanziario peraltro, invece di essere domato dalla politica e dal
diritto, continua a imporre con arroganza le proprie volontà, non solo in
Europa. Proprio venerdì 29 settembre negli Stati Uniti l'autorevole Ispettore
generale per il Tarp (Troubled Asset Relief Program), ha pubblicato un rapporto
di ben 87 pagine indirizzato tra gli altri al ministro del Tesoro Timothy
Geithner e al presidente della Fed Ben Bernanke. Con il programma Tarp nel 2008
il Tesoro aveva salvato le banche mediante ampia iniezione di liquidità, per
circa 200 miliardi di dollari; in cambio aveva imposto loro l'assoggettamento a
regole rigorose di comportamento e la restituzione delle somme percepite dopo
un periodo di tre anni, alla condizione che per ogni due dollari di aiuto
rimborsato avessero aumentato il proprio capitale di un dollaro di nuove azioni
ordinarie. Nel rapporto si accusa il ministro del Tesoro e la Fed di aver favorito tre
banche e in particolare Bank of America, Wells Fargo, Citigroup, autorizzandole
in modo più o meno occulto a uscire dal programma e ripagare il Tesoro prima
del tempo, ma soprattutto senza aver compiuto l'aumento di capitale previsto.
Le accuse sono pesanti e circostanziate e rivelano la violazione delle norme da
parte dello stesso Governo e della Fed, per aver ceduto alla pressione delle
Banche, che rivendicavano in primo luogo l'imbarazzo reputazionale di essere
considerate ancora sotto la protezione del programma, in secondo luogo di non
essere sicure di poter raccogliere sul mercato il capitale richiesto e infine,
insistenza questa rivelatasi determinante, di non poter continuare a seguire le
restrizioni imposte dal programma agli stratosferici compensi per gli esecutivi
delle Banche. L'accusa al Governo - ancor più grave perché giunge dal suo
interno, trattandosi Sigtarp di un'agenzia pubblica - e alla Fed è quella di
aver elargito il denaro dei contribuenti a un sistema bancario inefficiente e
avido e che costituisce tuttora un grave pericolo per l'intero sistema
finanziario. Prima di concludere, un'amara suggestione democratica: la
differente espressione di trasparenza del Sigtarp americano messa a confronto
con l'opaca vicenda della lettera della Bce al Governo italiano.
È tempo, in conclusione, che la politica e la società civile, che dalla prima non è per sua natura diversa, si liberino dalla duplice schiavitù e riportino a galla dalle loro profonde radici culturali, rimbambite o, per dirla con McLuhan "massaggiate" dalla finanza e dal cyberspazio, i principi democratici di uno Stato di diritto.
http://www.ilsole24ore.com 02 ottobre 2011

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