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Cambiare la finanza senza prendere il potere

La finanza può e deve essere uno strumento per contribuire al benessere delle persone e non rappresentarne al contrario uno dei principali problemi.

 

 

Nel 2010 il sistema bancario ha svolto attività di intermediazione per 13mila miliardi di dollari. Il totale corrispondente per il «sistema bancario ombra», costituito da imprese registrate in massima parte nei paradisi fiscali, che svolgono operazioni analoghe a quelle degli istituti di credito ma che operano in al di fuori di qualunque regola e controllo, è pari a 16mila miliardi di dollari.
Diverse analisi segnalano che è «tornata la finanza tossica» fatta di prodotti strutturati incomprensibili quanto rischiosi. Il mercato dei derivati segna nuovi record, gli hedge fund e altri attori speculativi sono ripartiti a pieno ritmo, i banchieri si gratificano con bonus miliardari, come se nulla fosse successo.

Tre anni fa si parlava della necessità di una «nuova Bretton Woods», ricordando la conferenza che nel 1944 fissò le basi del sistema finanziario internazionale, e per sottolineare come la finanza andasse ricostruita dalle fondamenta. Oggi non sembra esserci un accordo nemmeno per provare ad aumentare la trasparenza dei derivati negoziati fuori dalle borse valori o per introdurre una piccola tassa sulle transazioni finanziarie al fine di frenare le attività speculative.

Il G20 che si terrà in Francia a inizio novembre sarà il sesto in tre anni. Se i primi vertici hanno probabilmente contribuito a evitare il completo collasso della finanza globale, negli ultimi due anni il focus si è spostato sulla necessità di riscrivere le regole del gioco. Riguardo questa «fase due» si può affermare che l’ampiezza dell’agenda è pari alla pochezza dei risultati raggiunti. Il G20 ha forse funzionato per salvare le banche, non per le persone o l’economia. Di fronte a questa situazione, è urgente aumentare la pressione sui decisori politici per chiedere una riforma radicale dei mercati e degli organismi di controllo della finanza. Nuove regole sono però solo una faccia della medaglia.

E’ necessario rendersi conto che in massima parte sono i capitali dei correntisti, dei piccoli risparmiatori, dei lavoratori spinti a investire in borsa la propria pensione ad alimentare il moloch finanziario. Chi è in posizione di forza sui mercati, avendo a disposizione maggiori informazioni ed esperienza, può sfruttare i piccoli risparmiatori tanto per alimentare il mercato quanto per scaricare perdite e rischi. Dai bond argentini ai mutui subprime passando dalla Parmalat a molti altri casi, le fasce più deboli della popolazione sono invariabilmente quelle che, pur non essendo organiche al grande circo della finanza, ne pagano il prezzo maggiore. E’ una finanza apparentemente democratica, dove chiunque può partecipare, ma dove in realtà solo in pochi riescono a uscire vincitori. Una gigantesca «catena di Sant Antonio», nella quale il grande pubblico è chiamato inconsapevolmente a sostenere un sistema del quale è vittima.

Prima ancora di un nuovo sistema di regole è quindi indispensabile un cambiamento culturale e di mentalità. Negli ultimi anni milioni di donne e uomini in tutto il mondo sono passati ad un tipo di consumo più critico e responsabile, consapevoli del potere che sono in grado di esercitare indirizzando i propri consumi. Possiamo scegliere i prodotti di alcune aziende e non di altre a seconda della loro condotta. Un percorso iniziato alcuni decenni fa e che continua ancora oggi.
Un analogo cambiamento culturale deve ora verificarsi nel settore finanziario. Quanti presterebbero denaro a qualcuno che intendesse usarlo per un traffico di mine antiuomo, per quanto remunerativo, o a chi volesse giocarselo al casinò? Eppure, quanti di noi chiedono alla propria banca, fondo pensione o di investimento come viene usato il nostro denaro?

Che cosa fa la mia banca con i miei soldi? Quanto partecipa al grande circo della speculazione? Ha delle filiali in qualche paradiso fiscale? Che parte dei suoi profitti proviene dalla tradizionale attività creditizia, e quanta invece dal giocare con prodotti derivati e strutturati e dal sistema bancario ombra? Rispondere a queste domande non è semplice, in primo luogo a causa della mancanza di trasparenza e della difficoltà nel comprendere il mondo bancario e finanziario. Nello stesso momento, si tratta di questioni di fondamentale importanza. La finanza etica è nata per rispondere alla mancanza di trasparenza delle banche tradizionali, per evitare di finanziare attività con impatti sociali e ambientali negativi e per garantire l’accesso al credito alle fasce più deboli della popolazione e ai cosiddetti «non-bancabili». Di fronte alla crisi che stiamo vivendo, oggi il compito è ancora più importante. E’ indispensabile mostrare concretamente che la finanza può e deve essere uno strumento per contribuire al benessere delle persone e non rappresentarne al contrario uno dei principali problemi.

Assieme a delle nuove regole e a una nuova architettura finanziaria internazionale è quindi necessaria una straordinaria spinta dal basso per riportare la finanza alla sua funzione originaria. Non un fine in sé stesso per produrre denaro dal denaro nel più breve tempo possibile ma un mezzo al servizio della società, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e nella quale la trasparenza è un valore fondamentale. E’ questa la migliore risposta che possiamo dare a chi chiede ai cittadini, per l’ennesima volta, di pagare il conto della crisi economica, finanziaria e sociale causata dalla speculazione e dall’avidità di pochi attori finanziari. Un percorso che si sta sviluppando grazie alla partecipazione e il contributo dal basso di migliaia di persone che si rifiutano di giocare nel grande casinò finanziario globale per costruire una finanza eticamente orientata, intesa come bene comune al servizio dell’ambiente e dell’insieme dell’umanità.

[Andrea Baranes, Crbm/Fondazione culturale responsabilità etica, autore di «Per qualche dollaro in più», Datanews]

http://www.carta.org 9/05/2011

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