Caccia al voto piccante
La rappresentanza non conta più nulla. Ciò che conta é la caccia al voto per un uomo
Quando i partiti politici non erano ancora macchine pubblicitarie, i candidati facevano la campagna elettorale insieme agli iscritti e ai simpatizzanti: un' azione corale nella quale le individualità raramente spiccavo. Del resto, l' indicazione di voto era prima di tutto al partito. Anzi, per evitare che gli elettori sbagliassero a votare, si indicava esplicitamente di non esprimere preferenze. Poi, con le riforme del sistema elettorale, i candidati si sono a poco a poco impossessati dello spazio lasciato vuoto dai partiti. Le nostre città si sono riempite di manifesti con facce e faccione di candidati. E la personalizzazione della politica si é imposta prepotentemente: sia perché un uomo politico stava cambiando la faccia del paese con la sua persona, sia perché il rapporto con gli elettori era ormai mediato da candidati prima o invece che dai partiti. Le nostre campagne elettorali cominciarono a somigliare a quelle americane: con cene elettorali e comitati elettorali che aprivano sedi nei quartieri. Ora che i partiti (nel frattempo diventati macchine pubblicitarie) sono tornati a dominare la composizione delle liste, la personalità del candidato sembra meno importante (a dimostrarlo è la scelta di signorine candidate dall' improbabile passione politica ma cacciatrici di voti come un dentifricio di compratori). La lista del partito di maggioranza riempie gli spazi elettorali con una sola e sempre la stessa faccia (onnipresente anche sugli schermi che riempiono le stazioni ferroviarie). La rappresentanza non conta più nulla. Ciò che conta é la caccia al voto per un uomo. Si parla spesso di americanizzazione. La personalizzazione della campagna elettorale é certo fortissima negli Stati Uniti, dove il partito politico, sempre importante e per nulla in crisi, lancia i candidati a partire dalle primarie e conta su di loro per conquistare consensi. Ma una parte ampia di elettorato vota per fedeltà di bandiera: molti miei amici non voterebbero mai per il partito avverso anche a costo di votare per candidati che non apprezzano. E anche quando, come nel caso del rinnovo del Senato e del Congresso, la campagna é più centrata sul partito, il candidato é comunque cruciale tanto che tutti i cittadini conoscono il nome del proprio rappresentante o senatore il quale, una volta eletto, resta un punto di riferimento costante per tutti (non solo per quelli del suo partito), che si rivolgono a lui continuamente per chiedere conto di quel che fa o non fa.
La personalizzazione della politica ha i suoi rischi perché il partito avversario farà ovviamente di tutto per scoprire ombre nella vita privata e pubblica del candidato antagonista. Il lavoro di detective fa parte della campagna elettorale. Nonostante in Italia si continui a sparlare sulla divisione tra vita privata e vita pubblica, quando la politica é cucita sulla persona del candidato é impossibile mantenere questa separazione. Impossibile e ipocrita, perché chi accetta di entrare in politica (nessuno é costretto a farlo) sa che la sua vita privata diventerà necessariamente parte del gioco. Anzi é il candidato stesso a spingere in questa direzione quando mette in pubblico moglie e figli, case e vacanze. La vita privata (il candidato lo sa) é anzi la parte più appetitosa della campagna pubblicitaria perché riempie l' immaginario della maggioranza, spesso meno attenta alle solide questioni pubbliche che alle cose piccanti private. La videopolitica fa la differenza. E chi l' ha inventata deve accettarne le conseguenze.

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