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Caccia al tesoretto nella foresta di Tremonti

La crisi greca costerà all’Italia nel 2010 poco meno di sei miliardi di euro

 

 

La crisi greca costerà all’Italia nel 2010 poco meno di sei miliardi di euro; poco più di sette ne costerà alla Francia e poco più di otto alla Germania. Si tratta di prestiti, la data del rimborso non è nota ma è noto invece che nel 2011 i membri dell'Unione europea dovranno erogare una seconda "tranche" ad Atene per far fronte alle scadenze del suo debito.
Si poteva far fallire la Grecia? Tecnicamente sì, si poteva. Politicamente avrebbe significato una perdita di prestigio dell'Unione europea (che già ne ha ben poco), ma anche della Banca centrale e della moneta unica, nonché perdite delle banche europee che hanno sottoscritto obbligazioni greche. Insomma uno sconquasso, per evitare il quale anche la cancelliera Angela Merkel ha dovuto inghiottire il rospo dopo aver traccheggiato fin che ha potuto, lasciando spazio alla speculazione e danneggiando i mercati. Sarkozy e Tremonti sono stati i soli a veder giusto, insieme a Trichet e al direttivo della Bce. Gliene va dato atto.
Per quanto ci riguarda, in prima battuta quei cinque e rotti miliardi di euro che verseremo nei prossimi giorni alla Grecia, il Tesoro li prenderà dalla sua provvista di cassa che dovrà però essere reintegrata nei mesi successivi. Il ministro dell'Economia non ha ancora detto come, ma è facile prevedere che lo farà con operazioni di pura cassa poiché, trattandosi di un prestito, non modificherà le poste del bilancio e neppure lo stock del debito pubblico. Tremonti è maestro di movimenti di cassa: compenserà il credito fatto ad Atene con qualche debito di pari importo e scommetto che spunterà tassi vantaggiosi con un saldo positivo per noi. L'uomo è sagace e l'ha più volte dimostrato. Dove non è altrettanto capace è in tutto ciò che riguarda la crescita, l'occupazione, il sostegno dei redditi di lavoro. Non è che non sappia che cosa fare, ma è che non può farlo. Solo che, al punto in cui siamo giunti, la sua impotenza politica rischia d'avere ripercussioni molto serie sulla coesione sociale. Bisogna dunque aprirlo questo dossier sulla crescita, sull'occupazione e sul fisco, perché è diventato assai scottante. Tra qualche mese sarà probabilmente immaneggevole, "immanageable" come dicono gli americani.

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Se il nostro debito pubblico fosse in condizioni meno disastrate delle attuali potremmo adottare - per stimolare la crescita del Pil - la politica keynesiana del "deficit spending", ma al livello del 115 per cento in cui ci troviamo, per di più in marcia verso il 117 se non oltre, quest'ipotesi è del tutto irrealistica.
Le alternative possibili per costruire una copertura alternativa con la quale finanziare gli stimoli alla crescita e all'aumento della produttività, sono le seguenti: una riduzione della spesa improduttiva e/o un recupero dell'evasione fiscale e contributiva e/o una riforma tributaria che sposti il prelievo dal lavoro e dalle imprese al patrimonio. La vendita di alcuni settori del patrimonio pubblico potrebbe fiancheggiare queste politiche soltanto se destinata a ridurre lo stock di debito pubblico; altre destinazioni sono a nostro avviso da escludere perché finirebbero col trasformare cespiti patrimoniali in spese correnti, con effetti di declassamento del bilancio nazionale.

Quanto all'innalzamento dell'età pensionabile, esso è certamente un obiettivo da perseguire per adeguare l'età anagrafica alle nuove aspettative di vita, ma i suoi effetti sul gettito tributario si realizzerebbero con uno o due anni di ritardo rispetto al momento della decisione legislativa e quindi non utilizzabili per una politica della crescita che abbia effetti rapidi. Il taglio delle spese improduttive è almeno in parte già avvenuto con la Finanziaria in corso. Si è trattato di un taglio orizzontale: un 10 per cento a ciascuno di tutti i ministeri e i centri di spesa pubblica; quindi un taglio nient'affatto selettivo e per queste ragioni criticato da varie parti e non soltanto dall'opposizione. Sono stati colpiti allo stesso modo settori la cui spesa avrebbe dovuto essere incrementata anziché ridotta e settori che avrebbero potuto sopportare tagli ben più drastici.
Comunque spese improduttive ce ne sono ancora nei bilanci delle pubbliche amministrazioni. Le principali sono annidate soprattutto nei bilanci delle Regioni, nella pletora del personale dipendente e delle consulenze allegramente distribuite con criteri quasi sempre clientelari. Ma qui si entra nell'inesplorata foresta del federalismo, nei trasferimenti dalla finanza centrale a quella periferica, nella costruzione dei costi standard: una foresta della quale nulla ancora si sa e che sarà probabilmente un terreno di accesi contrasti politici nei prossimi mesi. Chi volesse entrare in quella foresta con il solo intento di cercare in essa il tesoretto per finanziare una politica di crescita economica, non ne uscirebbe vivo. Soltanto il ministro Tremonti da un lato e lo staff leghista dall'altro stanno prendendo le misure contabili di questa avventura esplorativa. Azzardare che i conti, da valutarsi poi politicamente in sede parlamentare, saranno pronti nella primavera del 2011, cioè tra un anno, è già un'ipotesi assai spericolata.
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Resta dunque, come terreno più solido sul quale muoversi, quello d'uno spostamento del carico tributario dal lavoro ad alcuni cespiti patrimoniali e contemporaneamente una ripresa in grande stile della lotta all'evasione. Si può dire una scomoda verità, e cioè che la politica di Vincenzo Visco fu in questo campo molto più efficace di quella fin qui perseguita dal suo successore? Esiste un'economia sommersa e un lavoro sommerso che sfuggono parzialmente e perfino totalmente agli oneri fiscali e contributivi. Ci sono vari modi per scoprirne le tracce, tra i quali segnalo l'incrocio dei dati tra la consistenza patrimoniale e il reddito dichiarato. La dinamica della consistenza patrimoniale (a valori costanti) confrontata con il livello del reddito rappresenta una traccia estremamente eloquente per addentrarsi nel territorio del sommerso. È vero che anche in questo campo esiste un tempo tecnico per coglierne i frutti; ragione di più per porvi immediatamente mano.

In realtà di strumenti rapidamente disponibili non c'è che lo spostamento di una parte dell'onere tributario (e contributivo) dai redditi di lavoro ad alcuni cespiti patrimoniali al di sopra di un certo livello di consistenza. Anche qui esiste un intervallo di tempo tecnico che tuttavia si riduce di molto considerando che le ritenute d'acconto sul lavoro dipendente (che rappresenta il grosso dell'imposizione sul lavoro) hanno scadenza mensile. Per di più una decisione legislativa di questa natura creerebbe aspettative positive sui consumi e sull'offerta dei medesimi che influenzerebbero rapidamente il mercato, le decisioni relative alle scorte e agli investimenti. Su questa via hanno già fatto da apripista Bersani ed Enrico Letta con proposte politiche, Carlo De Benedetti con proposte tecnicamente incisive e, sulla stessa scia, imprenditori, economisti, operatori.
So bene che Tremonti tiene molto all'autoreferenzialità, ma se volesse applicarsi su questi suggerimenti sono certo che arriverebbe a risultati apprezzabili. È stato un creativo discutibile in passato; adesso è un esperto galleggiatore. Nulla vieta che decida di nuotare animato da realistica fantasia. Noi gli batteremmo le mani se lo facesse.
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Non lo applaudiamo, viceversa, per le sue troppo frequenti interferenze sul sistema bancario: un campo delicatissimo, sempre molto adocchiato dai partiti e sempre, almeno fino all'era berlusconiano-leghista, tenacemente difeso dalla cultura liberale e dalle poche forze che vi si richiamano. Il caso che abbiamo sotto gli occhi riguarda Banca Intesa, il primo istituto italiano nato sulle ceneri del vecchio Banco Ambrosiano di sinistra memoria (Calvi, lo Ior, la banda della Magliana, la mafia) e portato da Bazoli e dai suoi collaboratori al successo attuale. Banca Intesa ha come base azionaria, insieme ad un consistente apporto di piccoli azionisti, un gruppo di banche locali e di potenti Casse di risparmio e Fondazioni, tra le quali eccellono la Compagnia Sanpaolo di Torino e la Cariplo di Milano. La sua clientela è addensata nel Nord dove operano le entità locali raccolte nel nucleo duro del suo azionariato; ma le dimensioni dell'Istituto l'hanno da tempo proiettato su tutto il territorio nazionale e internazionale. Partecipa in misura elevata all'azionariato di Telecom ed è presente nel finanziamento dei maggiori gruppi italiani e di molti internazionali.

In questa situazione si è delineata qualche mese fa una "pelosa" (direbbe il Manzoni) attenzione del potere politico sulla Compagnia Sanpaolo cui spetta il diritto - a termini di statuto - di indicare al consiglio di sorveglianza i due rappresentanti della Compagnia nel consiglio di gestione dell'Istituto. Tremonti da un lato (come "persuasore non occulto") e il sindaco di Torino dall'altro come elettore importante della Compagnia, segnalarono l'ex ministro del Tesoro, Siniscalco al presidente della Sanpaolo e questi lo segnalò al consiglio di sorveglianza. Gioì il Cota leghista, per una volta sulla stessa lunghezza d'onda di Chiamparino: due poteri forti della politica alleati con il potere fortissimo del ministro dell'Economia: il programma era di localizzare il credito a Torino, nel Piemonte, in Padania, utilizzando anche la dimensione nazionale e internazionale di Banca Intesa per scopi politico-politichesi. Si varcava cioè la soglia ambita da almeno sessant'anni. Ebbene, questa soglia è stata efficacemente difesa da Bazoli ed ha portato infine al ritiro di Siniscalco dalla competizione. Personalmente ho stima di lui per le prove di eccellenza che la sua biografia professionale contiene.
L'errore suo è stato di accettare sponsorizzazioni politiche che in un settore delicatissimo come quello del credito non sono accettabili. Per questa ragione riteniamo che in questo caso il buon senso abbia vinto il che, con i tempi che corrono, avviene molto di rado.

http://www.repubblica.it  01 maggio 2010

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