C’era una volta il Dams
Oggi i Dams sono una delle più attive fabbriche di disoccupati o precari.
Il primo Dams, la cui sigla sta per Discipline delle Arti,
della Musica e dello Spettacolo, nacque quarant’anni fa quasi esatti a Bologna
nel 1970, all’inizio di un decennio molto tormentato. Subito dopo il ’68 e
prima del ’77. Fu uno dei frutti del ’68, uno dei tentativi – riuscito – di far
ri-amare dai giovani dei luoghi generalmente mortiferi come le università,
grazie a iniezioni (un tantino drogate) di rapporti col presente più attraente.
Il Dams voleva essere la risposta a diffuse esigenze e inquietudini giovanili e
l’ideazione di nuovi campi degli studi universitari più moderni dei soliti e
antichi. Tra i teorizzatori più convinti c’erano l’urbanista Maldonado e il
critico e studioso e più tardi romanziere Eco, di cui ricordo un entusiasmo
quasi contagioso, ma anche la definizione che certi suoi studenti ne dettero
scrivendo sulle mura dell’Università bolognese nel ’77: «Umberto Eco coiffeur
pour Dams».
Scopo dei Dams era ed è, dicono i dépliant, da un lato la formazione di «nuove
figure operative richieste dal nostro presente» – cioè nuove categorie e
possibilità professionali per nuove generazioni di studenti – e, dall’altro,
più o meno, «indagare le sinergie tra le teorie e le pratiche delle arti».
Variamente coniugate, restano queste le basi dei Dams, diffusi in tutta Italia,
e perno delle malaugurate “scienze della comunicazione”, sorelle delle
altrettanto discutibili “scienze della formazione”. Il grande successo del Dams
bolognese stimolò la concorrenza e oggi, sui soliti dépliant, si leggono inviti
del tipo: «Approfittate delle incredibili offerte del nostro Dams», migliori di
quelle di tutti gli altri.
Come è accaduto che, nonostante la buona fede e l’energia dei pionieri e di
tanti degni insegnanti e artisti-insegnanti, queste scuole si siano rivelate
col tempo un bluff? Il loro fallimento mi pare indubbio sul piano delle
possibilità professionali: oggi i Dams sono una delle più attive fabbriche di
disoccupati o precari. Le possibilità di occupazione post-laurea in una società
ricca in cui la comunicazione contava più della produzione sembrarono per un
certo tempo infinite, ma con la crisi e in particolare dopo il 2009, l’euforia
è scemata, e la formazione che i Dams hanno dato ai loro studenti si è rivelata
superflua nella drastica diminuizione dei posti di lavoro, soprattutto in campo
culturale e artistico. Berlusconi-Bondi-Tremonti tagliano i fondi al necessario
e anche all’indispensabile, figuriamo al superfluo. Tanto più che per loro, da
sempre, la cultura, se non è televisione e finanza, è una parolaccia, è il
superfluo per eccellenza. Cosa ne è e cosa ne sarà delle migliaia e migliaia di
sventurati che si sono laureati nei Dams, soprattutto negli ultimi anni?
Conosco genitori e studenti che malediscono le loro scelte.
Ma c’è un secondo aspetto della questione: che tipo di cultura hanno diffuso e
prodotto i Dams?
Lo confesso: ho una forte idiosincrasia nei confronti dei laureati dai Dams, e
occupandomi di cultura e spettacolo sono stato obbligato a conoscerne tanti.
Faccio un esempio: al festival di Venezia il pubblico dominante sono loro, e
ridono quando c’è da piangere e viceversa, battono le mani quando c’è da
fischiare e viceversa. Schiavi delle ultime mode, hanno gusti “barbarici” che
non vanno oltre la superficie del vistoso e del finto-nuovo. Una sottocultura
imbarazzante e deprimente, di cui ritengo sia responsabile un ceto pedagogico
che ha semplicemente sostituito alle pedanteria dei vecchi professori di
estetica una involuta ma “artistica” allegria cresciuta su se stessa, figlia di
quei teorici dei Settanta che esaltavano il nuovo e si avvoltolavano fuori
sincrono nelle proprie chiacchiere. Un copiacciaticcio imbarazzante che
riscosse il massimo successo sulle pagine dei giornali letti dagli intellettualini
ahimé “di sinistra”. Ahiloro, le mode passano, e il nuovo si fa vecchio in un
lampo, e i guru di allora sembrano dei personaggi preistorici. D’accordo, il
mondo ha girato in un’altra direzione, ma se il mondo li ha fregati loro hanno
dato un bel contributo a fregare (senza sforzo) tanti altri. Su questo,
nessun’autocritica mai, nessun ripensamento, nessun convegno che prenda di
petto le cose e rifletta su ieri oggi domani, nessun libro-inchiesta dei tanti
giornalisti che saltano su tutto. Ci si dovrebbe guardare in faccia, e non
sarebbe una bella vista.
http://www.unita.it 17 ottobre 2010

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