C’è un rischio anche nel voto
La stabilità è sempre, in momenti di tensione, la maggiore assicurazione sulla vita di un Paese
Il mondo politico italiano è di nuovo in preda alla frenesia delle urne.
L’ombra del voto viene agitata o invocata alternativamente – ed è già più volte
successo in questi ultimi due anni - come spauracchio o come minaccia a fasi
alterne, magari dagli stessi soggetti politici. Ma sotto l’orgia (letterale) di
volti e parole, c’è una sola domanda che val la pena porsi: possiamo davvero
andare a votare? E’ possible, è credibile, ed è, soprattutto, utile andare a
votare? In altre parole: ogni elezione anticipata in quanto ratifica di una
crisi, ha un suo prezzo - noi possiamo pagare quello che è attaccato a questa
eventuale nuova precipitazione verso le urne?
La risposta non è da cercare nelle alchimie dentro le coalizioni e negli
scontri politici di queste ore. La soluzione a questo dilemma, qualunque sia la
nostra opinione politica, non è più solo nelle mani di noi italiani: i limiti
di agibilità politica del nostro Paese sono ormai da tempo stati ridisegnati
dal contesto internazionale, dagli obblighi e dai doveri che questa
collocazione ci pone. Ce lo ha ricordato proprio ieri la Bce, la Banca Centrale
Europea, con un comunicato che ci riporta con i piedi per terra – ed è tipico
della deformazione del nostro dibattito pubblico nazionale che questo
comunicato sia finito nella zona «economia» invece di esplodere con tutta la
sua forza nell’universo politico.
Cosa ci manda a dire la Bce?
Nel suo bollettino di gennaio, l’istituto di Francoforte ci dice che la ripresa
dell’economia dell’eurozona per il quarto trimestre del 2010, è rimasto
dominato da un livello di «incertezza persistentemente elevato» e con rischi
«lievemente orientati al ribasso». E aggiunge che a dicembre e agli inizi di
gennaio le tensioni sul debito sovrano non si sono manifestate solo in Grecia,
Irlanda e Portogallo, ma «anche in altri Paesi dell’area dell’euro quali
Spagna, Italia e Belgio». In parole più semplici, la crisi del debito che pochi
mesi fa ha attraversato come una tempesta l’Europa non è finita, e l’Italia
rimane lì, tra i Paesi su cui l’ombra della destabilizzazione continua ad
allungarsi. Robe tecniche, robe da economisti, robe troppo lontane da Ruby? Non
proprio. Andate indietro con la memoria: ricordate il calare della crisi del
default dei vari Paesi superindebitati d’Europa? Ricordate che impatto ha avuto
questo eccesso di debito sui cittadini della Grecia, sulle strutture
dell’Europa, ricordate le tensioni fra Paesi virtuosi e Paesi indebitati,
l’ultimatum della Germania, il ricorso a montagne di denaro per salvare
l’Irlanda, la disunità politica, il crollo dell’euro? Ricordate la bruttura di
quel neologismo per indicare i Paesi indebitati, «pigs», che sta per Portogallo
Irlanda Grecia Spagna, ma si legge come «porci»? Il legame che tiene insieme
l’Europa, la sicurezza che ce ne viene, ma anche gli obblighi, si sono tradotti
chiaramente in quella crisi in tutto il loro impatto sulle società in cui
viviamo. Quella turbolenza, quella incertezza non sono mai davvero finite,
portando con sé scenari che non sono rassicuranti: è da novembre che in sede
internazionale economisti di grande autorevolezza, come il premio Nobel Paul
Krugman, si chiedono «può salvarsi l’Europa?» (è proprio questo il titolo
dell’articolo scritto da Krugman sul New York Times). Ed è da allora che
circola intorno all’Italia il dubbio che il prossimo Paese a rischio potrebbe
essere il nostro. Non roba da poco: l’Italia rimane una delle maggiori economie
dell’Eurozona.
Cose da far tremare le vene nei polsi e che però non trovano mai davvero un
modo per inserirsi nel dibattito nazionale, che rimane profondamente richiuso
su se stesso, che si frantuma allegramente, che preferisce i propri interessi
particolari a quello pubblico generale. Per capire quanto priva di senso sia la
classe dirigente che guida il nostro Paese, basta confrontare le date dello
scandalo Ruby con quelle delle tensioni internazionali – nel loro quasi
perfetto sovrapporsi c’è tutto il senso dello smemorato e allegro disimpegno del
nostro premier.
E’ così del tutto a proposito che la
Bce ieri ci abbia ricordato la durezza delle condizioni in
cui navighiamo. L’Italia, dice il bollettino, è ancora nella lista a rischio. La Bce ritorna a chiedere ai
Paesi dell’area dell’euro di fare presto, di attuare «con tempestività riforme
strutturali consistenti e di ampia portata a integrazione del risanamento dei
conti pubblici per migliorare le prospettive di una maggiore crescita
sostenibile». E l’Italia si cita nell’invito: «Profonde riforme risultano
particolarmente necessarie nei Paesi che in passato hanno subito una perdita di
competitività». E anche per l’Italia suona certo l’avvertimento: «Per quanto
riguarda i conti pubblici, vista la perdurante vulnerabilità alle reazioni
avverse del mercato, i Paesi devono impegnarsi al massimo al fine di conseguire
i propri obiettivi di disavanzo e condurre saldamente il rapporto debito
pubblico/Pil verso un percorso discendente», Ma se questo è il punto in cui
siamo, possiamo davvero permetterci una nuova campagna elettorale? Non
rischiamo di aprire, con una lunga battaglia intorno alle urne, quel varco in
cui si infilano speculazioni internazionali, destabilizzazione, e mancanza di
fiducia? La stabilità è sempre, in momenti di tensione, la maggiore assicurazione
sulla vita di un Paese – e tuttavia la mancanza di stabilità è proprio la
malattia che da sempre ha penalizzato l’Italia. Aver mancato di riportarci in
questa zona di sicurezza, è forse il prezzo maggiore che la seconda Repubblica
ci ha fatto pagare. Una responsabilità che va accollata anche ai governi di
centro sinistra, ma che di sicuro è una delle maggiori sconfitte dell’attuale
premier entrato sulla scena politica con la promessa proprio di cambiare e
stabilizzare il Paese.
La risposta alla domanda iniziale può dunque essere una seconda domanda: come
si difende la stabilità italiana? Forse non andando alle elezioni? O forse
proprio scegliendole? Qualunque sia l’opzione, ora che siamo di nuovo davanti a
una drammatica scelta della vita pubblica, abbiamo il diritto di avere dalla
nostra classe dirigente una opinione chiara non sul sesso con Ruby ma sul
prezzo che in ciascuno dei due casi pagheremo.
La Stampa 21.1.11

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