Bravo Einstein, avevi ragione
Nuovi colpi di scena sullo spazio-tempo sono attesi dalla prossima missione dell’Asi: perché l’universo accelera?
Sono passati 52 anni da quando alcuni ricercatori cominciarono a sognare sfere
perfette, con le quali verificare la correttezza della Relatività di Albert
Einstein. Juri Gagarin non era ancora andato nello spazio, Fidel Castro aveva
appena preso L'Avana e la
Barbie era una bambolina appena messa in commercio. Dopo
oltre mezzo secolo, la Nasa
ha annunciato che il sogno si è realizzato: i ricercatori hanno concluso
l'analisi dei dati dell'esperimento «Gravity Probe B» e le ipotesi di Einstein
risultano confermate. Missione compiuta, dunque, alla modica cifra di 760
milioni di dollari, i cui ultimi spiccioli si devono a una compagnia privata e
alla nuova università dell'Arabia Saudita. I risultati sono stati pubblicati
sulla rivista «Physical Review Letters».
In 52 anni, però, possono accadere molte cose, non solo
alle bamboline, ma anche agli interrogativi della fisica. Così le risposte
arrivate da «Gravity Probe B» hanno perso molto dello smalto che avrebbero
avuto 50 anni fa. Perché nel frattempo un piccolo Davide italiano ha battuto il
vetusto Golia con un esperimento a costo quasi zero, e perché le frontiere
della conoscenza si sono spostate più avanti, trascinando con loro alcuni dei
grandi interrogativi posti da Einstein. Così l'annuncio della Nasa non riesce a
far battere i cuori. Eppure, la storia di «Gravity Probe B» non manca di un
lato eroico, perché ci ricorda che la Grande Scienza è costellata di imprevisti e non
sempre tutto va come ci si aspetterebbe, ma questo non è un buon motivo per non
tentare...
Il cuore dell'esperimento sono quattro sfere perfette, grosse quanto palline da
ping pong e poste in orbita intorno alla Terra. Sono state pensate per essere
giroscopi estremamente precisi, in modo tale che, una volta messe in rotazione,
mantenessero inalterato il loro asse. Gli unici eventuali cambiamenti di
direzione avrebbero dovuto essere quelli dovuti agli effetti della teoria della
Relatività che si volevano verificare, in particolare quelli dati dalla
deformazione dello spaziotempo dovuta alla presenza della Terra (cioè di un
corpo dotato di massa) e dal fatto che questa gira su se stessa e ciò fa sì che
lo spazio-tempo subisca una minuscola torsione.
Una volta in orbita, «Gravity Probe B» ha preso dati per 17 mesi dal 20 aprile
2004. Si poteva sperare di avere i risultati in breve tempo, se non fosse sorto
un imprevisto: le sfere erano perfette dal punto di vista geometrico, ma
accumulavano sulla superficie cariche elettriche e questo rovinava le loro
prestazioni, introducendo nelle misure un errore tre volte più grande di ciò
che si voleva verificare. Come misurare la lunghezza di una formica con un
righello che porta segnati i centimetri invece che i millimetri. «Gravity Probe
B» è incorso insomma nella bestia nera degli esperimenti destinati a svolgersi
in orbita: un evento non calcolato, dovuto al fatto che non possono essere provati
qui sulla Terra e, quando arrivano lassù, è troppo tardi per eventuali
modifiche. I ricercatori quindi sono stati costretti a un laborioso lavoro di
«pulizia» dei dati che li ha tenuti impegnati fino ad oggi.
Nel 2004, però, il Davide italiano scoccava i micidiali tiri della sua fionda.
La quale era una sorgente di luce laser diretta verso due satelliti «Lageos»,
posti in orbita negli ultimi decenni del '900 per eseguire alcune misure sul
comportamento della crosta terrestre. I due satelliti hanno una superficie
riflettente e i ricercatori italiani, guidati da Ignazio Ciufolini
dell'Università di Lecce, hanno utilizzato la misura del tempo che la luce
laser impiega per tornare indietro in modo da localizzare con precisione la
loro posizione. Grazie a questa informazione hanno poi stimato la deformazione
dello spazio-tempo dovuta alla Terra in rotazione. È l’effetto
gravito-magnetico, proprio uno degli aspetti della Relatività che «Gravity
Probe B» si proponeva di verificare. «Le nostre conclusioni sono state poi
confermate da diverse analisi indipendenti dei dati orbitali dei “Lageos”,
grazie alla collaborazione di gruppi dell'Agenzia Spaziale Tedesca e delle
Università del Maryland e del Texas», spiega Ciufolini.
Oggi, quindi, i risultati di «Gravity Probe B» non fanno altro che confermare
qualcosa che già in larga parte conoscevamo. E nella scienza le conferme sono
fondamentali, ma non hanno l'impatto della prima scoperta. Nel frattempo i
ricercatori guardano avanti, verso analisi sempre più precise: «Entro pochi
mesi partirà la missione “Lares”, sotto la responsabilità dell'Agenzia Spaziale
Italiana, che consentirà di eseguire nuove e sempre più precise misure
dell'effetto gravito-magnetico», aggiunge Ciufolini. Perché, se nel corso dei
decenni la Relatività
ha trovato innumerevoli conferme, restano aperti molti grandi quesiti ai quali
non riusciamo a rispondere. Ad esempio perché l'Universo sembra accelerare la
sua espansione. Oppure come si concilia la teoria della Relatività con la
meccanica quantistica, che descrive ciò che accade nel mondo dell'infinitamente
piccolo.
Grandi domande la cui risposta potrebbe essere nascosta in impercettibili
pieghe dello spazio-tempo. Pieghe che forse non sfuggiranno al prossimo
esperimento.
La Stampa TuttoScienze 11.5.11

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