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fuoco

Bisogna smettere di credere di poter domare la natura con la tecnica

E' venuto il momento di riconoscere i nostri limiti, di smettere di credere di poter domare la natura con la tecnica.

 

 

Wolfgang Kromp è molto sollecitato da quando c'è stato il sisma dell'11 marzo in Giappone. Il suo pessimismo sull'incidente dei reattori di Fukushima conforta la sensibilità antinucleare dell'Austria.

 

Gli avvenimenti in corso nelle centrali nucleari giapponesi erano inevitabili?

Globalmente no. Contro tali forze della natura, la tecnica umana era impotente, e lo resterà. Ma lo svolgimento dell'incidente di Fukushima sarebbe certamente stato meno drammatico se si fosse già rinunciato ad usare degli impianti così vecchi. Eppure, anche con delle centrali molto più sofisticate, era irresponsabile ricorrere all'industria nucleare in una regione tanto esposta al rischio sismico come il Giappone. L'epicentro del terremoto avrebbe anche potuto situarsi nelle immediate vicinanze di un impianto nucleare, e non si può escludere una simile eventualità per il futuro.

 

È a conoscenza di situazioni analoghe in altri paesi?

Indipendentemente dalle centrali nucleari installate sulle coste marittime che possono essere colpite da sismi, come in Giappone, se ne sono costruite molte anche lungo i fiumi, per poter disporre d'acqua per il raffreddamento del combustibile. Ora, i fiumi spesso seguono delle linee di rottura tettonica, che sono un fattore di rischio sismico. Il fatto che quei pericoli non siano stati identificati come tali può essere spiegato con gli intervalli molto lunghi tra due terremoti, che non hanno lasciato traccia nella memoria umana.

 

Che lezione possiamo trarre dalla catastrofe giapponese?

In tutti i luoghi in cui il pericolo di ricorrenza di terremoti è più o meno lo stesso della durata di vita

di una centrale nucleare, non bisognerebbe assolutamente più costruirne, o fermare immediatamente quelle che esistono. Non c'è alcun bisogno in quei luoghi di fare dispendiosi studi di valutazione: basta basarsi sulle fonti che riferiscono di questi avvenimenti nel passato, ad esempio le cronache tenute dai religiosi. Dove tali fonti non fossero disponibili, ma dove esiste il sospetto di un rischio a causa della presenza di linee di frattura sotterranee, si può  ricorrere ai metodi della “paleosismologia” sviluppata negli Stati Uniti. Con l'aiuto di prelevamenti nel suolo vicino alle linee di frattura, che vengono poi datati al carbonio, è possibile precisare la frequenza dei tali avvenimenti sismici, quindi di valutare il rischio.

Nel caso delle centrali di Mochovce, in Slovacchia, o di Temelin, nella Repubblica Ceca – contro le quali l'opinione pubblica austriaca si è spesso mobilitata a causa della loro prossimità geografica -, non ci sono ricordi storici di sismi, e i promotori di quei progetti assicurano che quelle faglie sotterranee sono “inattive”. Noi pensiamo che la questione meriti un esame più approfondito. In ogni caso, è venuto il momento di riconoscere i nostri limiti, di smettere di credere di poter domare la natura con la tecnica. Gli avvertimenti si accumulano, dal naufragio del Titanic fino alla catastrofe petrolifera del golfo del Messico, passando per quella della fabbrica chimica di Bhopal, senza dimenticare il riscaldamento climatico. Un mondo più sicuro non può essere che un mondo che rispetta di più la natura, e incoraggia la sobrietà piuttosto che la soddisfazione di esigenze materiali smisurate.

(traduzione: www.finesettimana.org)

intervista di Joëlle Stolz

 

Le Monde  15 marzo 2011

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