Biggeri: «Serve una slow economy per un mercato più sicuro»
Il presidente di Banca Etica che punta sui valori sociali
Una Banca Etica, un ossimoro, eppure una realtà. Banca Etica da undici anni sfida la finanza tradizionale e aderisce a una nuova scala di valori: non più creazione di valore per gli azionisti, ma creazione di valore sociale.Tredici filiali, una rete di “banchieri ambulanti”, 34mila soci per creare un punto d’incontro tra i cittadini che condividono l’esigenza di una gestione del denaro responsabile e le iniziative economiche che si ispirano ai principi di un modello di sviluppo sostenibile. A capo dell’istituzione bancaria Ugo Biggeri, un fisico esperto di sostenibilità, fermamente convinto che «non ci possa essere neutralità della finanza rispetto alle conseguenze sociali ed ambientali del suo agire».
Presidente, lei ha dichiarato: «Pensare alla finanza
in modo slow è un modo per affrontare le crisi del nostro tempo». Come si fa a
rallentare la finanza?
È dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 che si parla
di dare nuove regole alla finanza. Per ora abbiamo visto scarsi risultati
concreti. Il nostro compito è stato quello di spiegare a molti risparmiatori
che non si possono volere allo stesso tempo rendimenti a due cifre e la
sicurezza dell’investimento. Per questo parliamo di slow economy e di investimenti “pazienti”. Noi, come Banca Etica, auspichiamo la
creazione di un sistema di regole che penalizzi la finanza speculativa, quella
orientata a ottenere il massimo profitto nel brevissimo periodo e che invece
incentivi la finanza sana; quella di chi investe sui mercati in un’ottica di
medio-lungo periodo. Questi investitori “slow” perseguono naturalmente la
giusta remunerazione dell’investimento, ma allo stesso tempo finanziano
l’economia reale. Tra i tanti strumenti allo studio per ottenere questo
risultato ci siamo impegnati nella Campagna 005 che – in collegamento con le
reti internazionali della società civile - chiede l’adozione di una mini
imposta (dell’0,05% appunto) su ogni transazione finanziaria. Questa tassa ha
un importo così contenuto da non scoraggiare gli investitori sani che comprano
e vendono titoli un numero limitato di volte nel corso dell’anno, mentre
sarebbe un forte disincentivo per gli speculatori che comprano e vendono lo
stesso titolo migliaia di volte in un solo giorno per guadagnare sulle piccole
oscillazioni del prezzo. E inoltre la tassa sulle transazioni finanziarie
sarebbe in grado di produrre un gettito stimato sui 655 miliardi di dollari
l’anno su scala mondiale: una cifra importante da utilizzare per ridare
ossigeno alle politiche sociali degli Stati messi in seria difficoltà dalla
crisi e per finanziare politiche di cooperazione allo sviluppo e di lotta ai
cambiamenti climatici.
Da recenti ricerche pare che spesso i fondi etici
investano in società discutibili. Cosa occorre fare per non intaccare la
credibilità del settore?
Un recente rapporto di Eurosif ha evidenziato un +85% negli
ultimi due anni in capitali investiti secondo criteri di responsabilità sociale
e ambientale. Ora il punto è che non esiste una precisa normativa che definisca
cosa è un investimento etico e cosa non lo è. Alcuni fondi di investimento si
attribuiscono la patente etica solo perché non includono nei fondi i titoli di
aziende che producono armi. D’altra parte Finmeccanica (il 5° produttore di
armi al mondo) è recentemente entrata nel Dow
Jones sustainability index. La nostra società di gestione del risparmio,
Etica sgr, inserisce nei propri fondi comuni di investimento, chiamati valori
responsabili, solo aziende che non si limitano a non produrre merci palesemente
nocive o controverse (armi, petrolio, pornografia, etc) ma che spiccano per una
particolare attenzione al controllo delle emissioni, al rispetto dell’ambiente,
al rispetto dei diritti dei dipendenti e delle comunità interessate, alla
trasparenza della governance interna. Inoltre Etica sgr è pioniera in
Italia dell’azionariato attivo: essere azionisti significa partecipare e
contribuire ad indirizzare l’operato dell’azienda in questione, andando in
assemblea e proponendo se necessario mozioni che qualifichino sempre più
l’azienda come socialmente responsabile.
Per dare più trasparenza al settore, pensa sia più
efficace l’auto-regolamentazione o l’intervento di un soggetto pubblico?
Credo che sia ormai dimostrato che l’etica non può essere
affidata esclusivamente alla buona volontà delle persone che fanno impresa o
che fanno banca. Un sistema stringente di controlli e una legislazione che
premi chi fa impresa in modo etico sono assolutamente necessari. È comunque di
grande utilità ed efficacia un ruolo attivo dei cittadini e risparmiatori che
pratichino la democrazia economica sia con la critica puntuale ai comportamenti
scorretti, sia andando scegliere nel mercato in base a criteri etici e di
responsabilità.
Banca Etica è nata da un meccanismo partecipativo dal
basso. Oggi si parla molto di finanza partecipata e “denaro 2.0”. Qual è la situazione nel
nostro paese? Quali regolamentazioni sarebbero necessarie?
Qualunque esperienza partecipata non può prescindere da una
meditata attenzione alle regole di vigilanza, ma indubbiamente lo spazio da
colmare nel riempire di valori relazionali la finanza è molto grande. Il
terreno è delicato perché i meccanismi finanziari mescolano risorse economiche,
fiducia e propensione al rischio in un equilibrio di cui a volte non si è
consapevoli. La nascita di Banca Etica da questo punto di vista è stata
considerata una buona pratica a livello europeo. In prospettiva un terreno
interessante su cui creare delle facilitazioni normative potrebbe essere dato
dal welfare partecipato. Facilitare forme di garanzia e promozione del
microcredito, modalità di capitalizzazione delle imprese sociali e delle realtà
del terzo settore, potrebbe dare un importante impulso a forme di finanza
partecipata che potrebbe svilupparsi anche con meccanismi interattivi peer to
peer tipici del web 2.0. La situazione al momento non è molto favorevole nel
nostro paese, ma occorre riconoscere che finora probabilmente non era
sufficientemente matura una consapevolezza di tali potenzialità soprattutto da
parte del mondo che potrebbe esserne interessato. Dalla nostra esperienza con
il social network http://www.zoes.it/
(zona equosostenibile) ,ci pare di poter dire che anche nel web 2.0 la fiducia
e la sincerità giochino un ruolo fondamentale. Da questo punto di vista mal si
concilia, con l'idea di denaro 2.0, una regolamentazione che non copra i
mercati finanziari più speculativi come quello dei derivati Otc (over
the counter), che consente l'uso di società in paradisi fiscali
e di differenti forme di tassazione all'interno della stessa UE. Una
regolamentazione che, per quel riguarda l'Italia, depenalizza il falso in
bilancio e propone strumenti quali lo scudo fiscale.
http://www.ffwebmagazine.it 7 dicembre 2010

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