Biancaneve
Storie d’oggi
Non sa perché le compagne l’abbiano soprannominata Biancaneve e nemmeno ci tiene a saperlo. Intanto lei cuce quel bellissimo grembiulino che la Ministra ha commissionato loro. Il marchio San Vittore è diventato famoso e i loro prezzi sono convenienti per il Ministero dell’Istruzione , così avevano ricevuto quell’importante commessa per i bambini di una scuola dell’hinterland milanese. Anche lei era stata bambina, non molto tempo fa. Una bella bambina in quella terra assolata di Sicilia, in un tipico paese perso nel caldo, tra le case chiare e le donne, gli uomini scuri nei loro abiti. Silenziosi...le case, le donne, gli uomini. Mancava il fiato. Si poteva sentire il loro respiro,qualche grido nei campi e poi di nuovo il silenzio del caldo opprimente e del passo indifferente della gente in tutte le stagioni.
Lei viveva lì, lei viveva così.
Per noia, forse, allevava i piccoli topi del grano, li salvava dalle trappole dello zio. Toglieva di nascosto il pezzo di formaggio al veleno e portava gli animaletti al sicuro, in una gabbietta, nascosta in un rudere nel campo vicino. Avevano bisogno di poco per vivere e lei passava un po’ del suo tempo. Raccontava loro le sue pesanti confidenze, quelle che nemmeno la nonna voleva sentire, voleva credere. Quasi che fosse tutta colpa sua. E allora lei raccontava per sciogliere la paura di quelle mani nodose, così scure sul bianco, di quel respiro che mancava, di quel suo grido nel campo.
Trascorrevano gli anni e non trovava pace nella sua adolescenza che passava. Fino a che pensò di farla finita. Si decise, prese la scatola in cucina, andò nel rudere per vedere morire ad uno ad uno quei topolini che proteggeva e non sapeva neanche perché, se poi nessuno si prendeva la stessa cura per lei. Né la nonna, né la gente silenziosa.
Guardò con la stessa indifferenza gli animali storcersi, raggomitolarsi, squittire e poi tacere. Riprese la scatola e la ripose nella credenza di casa.
Quella notte lo zio mise ancora su di lei le sue mani nodose.
La mattina, ricorda mentre termina l’orlo di quel profumato grembiule, estrasse la scatola .
La guardò spesso fino a mezzogiorno, poi prelevò un po’ di veleno, un bel po’ di veleno e lo mescolò nel sorbetto al limone. In quell’estate calda lo zio lo gustò, si storse, si raggomitolò, squittì e poi tacque.
Quando i carabinieri trovarono la scatola non riposta, sulla credenza, capirono immediatamente lo svolgersi dei fatti, ma a lei non importava ormai.
Il giudice la condannò con le attenuanti, la misero in una gabbietta per un po’, ma poi finalmente arrivarono le donne della Cooperativa a insegnarle il mestiere. Le piace fare la sarta, soprattutto questi grembiulini.
Le compagne le dicono sempre che ha fatto bene.
Forse intendono che è stata brava ad avvelenare la strega, quell’uomo ingordo dalle mani nodose.

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