Berlusconi, il «Grande Altro» e il Sessantotto
Premesso che bisogna guardare a Berlusconi “più come sintomo che come attore” di una società distorta, questa è colpa anche del Sessantotto?
Luigi Cavallaro
«C'era una volta la Repubblica, la Costituzione, lo
Stato: era l'epoca della politica moderna. Poi venne il Cavaliere postmoderno e
cominciò l'opera di smontaggio»: così ha scritto Ida Dominijanni («Il Medioevo
prossimo venturo») sul manifesto del 26 febbraio scorso. C'è molto di
vero, ma manca l'essenziale. Facendo carico a Berlusconi dello smontaggio
dell'immaginario e del linguaggio istituzionale del moderno si rischia infatti
di scambiare l'effetto con la causa: esattamente come la storiografia ispirata
dal «culto della personalità» ha finito per imputare alla malvagità di un
despota le convulsioni dell'Urss all'epoca della collettivizzazione e del
Grande Terrore.
Qualche mese fa, commentando il film di Erik Gandini «Videocracy», perfino
Enrico Franceschini si accorse che il film raccontava di un sovvertimento
trentennale nella gerarchia dei valori.. «La società in cui viviamo - diceva -
ha sposato totalmente i principi del libero mercato e predica competizione a
tutti i costi. Ma non è una competizione in cui vince il migliore. Vince il più
spregiudicato. E questo non è soltanto un disastro morale e culturale. È un
danno economico», perché «viene trasmessa l'idea che studiare e sacrificarsi sia
inutile. Anziché puntare su studio e lavoro, molti cercano la scorciatoia di un
mondo dello spettacolo dove non vale più la regola del talento ma quella della
spregiudicatezza. Oppure si affidano alle reti di protezione sindacali,
familiari, politiche».
Ora, è certo difficile sottrarsi all'idea che il «grande Altro» di questo mondo
si sia «soggettivato» in Silvio Berlusconi, come Franceschini avrebbe aggiunto
se solo conoscesse Jacques Lacan. Ma il punto è proprio questo: esattamente
come gli oppositori di Stalin, gli oppositori di Berlusconi condividono le
premesse del suo discorso. Condividono, cioè, che non la politica ma il mercato
debba provvedere all'allocazione delle risorse. Che l'individuo debba essere
lasciato libero di «partire da sé» e da sé fabbricarsi la propria strada, in
una libera competizione con gli altri. Che la costrizione delle regole possa
arrecar danno alle potenzialità espressive di una soggettività che si vuole
libera «per natura». Che rispetto alla crisi lo Stato non sia la soluzione ma -
come disse Reagan - il problema.
Si tratta di un ordine simbolico che può essere racchiuso nella più celebre
delle parole d'ordine che trionfarono nella rivoluzione mondiale del '68:
«Vietato vietare!». E di cui Berlusconi mostra l'unica possibilità
d'inveramento in un'economia periferica quanto alla struttura produttiva, in
cui le tanto glorificate «piccole imprese» possono campare solo grazie
all'evasione fiscale e contributiva. In cui i lavoratori, divisi fra precari e
garantiti, cercano di spuntare salario con tutti i mezzi possibili. E in cui le
rendite prosperano grazie alla speculazione edilizia e finanziaria, mentre lo
Stato ha cessato ogni velleità di pianificazione o programmazione per farsi
distributore di sussidi e prebende.
Esagero? Ma via, chi mai oggi all'opposizione vorrebbe proporre il ritorno
dello Stato nell'economia e nella società? Siamo sinceri: a offuscare le
velleità normative e pianificatrici dello Stato i movimenti degli anni '70
hanno concorso non meno di Friedman e Hayek. Berlusconi si limita a trarre le
logiche conseguenze da premesse che costituiscono un patrimonio comune a tutta
la generazione del baby boom e ad applicarle in una società in cui abbiamo la
metà dei laureati rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna, in cui metà
della popolazione non legge nemmeno un libro all'anno e perfino i lettori di un
«quotidiano comunista» si adombrano se non gli parli facile facile o se un
articolo è troppo lungo (come questo). E per questo gli oppositori di
Berlusconi sono di fatto impotenti: esattamente come gli avversari di Stalin,
essi sono presi in trappola da un «odio» che non è riuscito a spegnere
l'«amore» per l'ordine del discorso del «grande Altro» che in lui
s'impersonifica, ma l'ha solo respinto nell'inconscio, dove di fatto continua a
vivere e ad accrescersi.
Si capisce allora che la riesumazione «del vocabolario della Morale alla testa
del Bene contro il Male e dell'Amore contro l'Odio», che Dominijanni
giustamente individua come un portato non secondario dello smontaggio della
modernità, non è affatto casuale: quel vocabolario è anzi l'unico che possa
realmente raccontare i termini dell'impasse odierna, perché attinge alle
pulsioni più profonde della nostra società - quelle stricto sensu «indicibili».
E si capisce come mai il «pensiero» di organizzare un'opposizione capace di
scalzare il Cavaliere ha finito per tener luogo di un'azione politicamente
idonea allo scopo: la verità è che nessun'altra azione è possibile sulla scorta
di quelle premesse. Chi ne dubitasse, può andarsi a rileggere il comma 1198
dell'art. 1 della finanziaria Prodi del 2006, poco dopo il rogo della Thyssen:
non solo previde un condono per le imprese scoperte a evadere i contributi, ma
promise a quelle che aderivano che per 6 mesi non avrebbero avuto visite dagli
ispettori per la sicurezza del lavoro.
Ma si capisce pure perché nell'immaginario berlusconiano i magistrati siano
indefettibilmente «comunisti». Il comunismo novecentesco non è scindibile dallo
Stato, e Stato significa «piano», «norma», «divieto», «vincolo»: cose che
appunto fanno a pugni con un immaginario che ormai traduce correntemente
«vietato vietare» nel francese «laissez faire». E i magistrati, custodi di una
legalità che tutti ormai avvertono come inadeguata rispetto alle pretese
liberalizzatici dell'economia e della società da «lacci e lacciuoli», non
possono che apparire come gli alfieri di un ordine vecchio e condannato dalla
Storia. Un ordine ormai ipocrita, visto che vale solo per quei pochi sfortunati
che non riescono a farla franca, ma di cui ancora si percepisce viva la
minaccia: non si spiega altrimenti il consenso popolare verso tutte le
iniziative legislative che si propongono di ostacolare o impedire la
celebrazione dei processi. Chi le chiama «leggi ad personam» non capisce che
non è il popolo ad essere ottenebrato dal Principe, ma questi a rispecchiare
nel profondo le più intime pulsioni della sua gente.
Questa, piaccia o meno, è la situazione. Pensare di eluderla immaginando che la
società civile sia migliore della società politica non porta a nulla. Nemmeno a
vendere una copia in più di questo pessimo ma amatissimo giornale.
Ida Dominijanni
Ringrazio Luigi Cavallaro della sua attenzione e gli replico volentieri, perché
il suo intervento esplicita un'idea che circola, spesso in modo meno esplicito,
a destra e a sinistra, e sulla quale vale la pena a mio avviso di tentare di
fare chiarezza. L'idea è questa, che la concezione individual-liberista della
libertà berlusconiana affondi le sue radici nella rivoluzione libertaria del
Sessantotto e seguenti, e che dunque la rivoluzione libertaria del Sessantotto
bebba farsi - colpevolmente - carico di questo suo nefasto esito, con -
immagino - conseguente abiura. Cavallaro stabilisce questo nesso sul terreno
della concezione del mercato e dello Stato, altri l'hanno fatto nei mesi scorsi
sul terreno della sessualità: da opposte sponde - «Il Foglio» e «Gli Altri»,
tanto per non fare nomi - c'è chi ha interpretato il «libertinismo» sessuale di
Berlusconi come l'inveramento - uso lo stesso termine di Cavallaro - della
libertà sessuale predicata e praticata da sessantottini e femministe (i baby
boomers di Cavallaro). E se è così, perché e da quale pulpito contestarlo? Chi
di libertà ferisce, di libertà perisce.
A me pare un ragionamento sbagliato, sul piano concettuale e sul piano storico.
Sul piano concettuale, perché si sa che la libertà è uno dei termini del
lessico politico che più si piega a significati diversi e perfino opposti, e
infatti, sul piano storico, la libertà e il «vietato vietare» del '68 non
possono essere messi in continuità con il liberismo economico, la libera
competizione e il laissez-faire berlusconiani: là c'era libertà politica,
individualità in relazione con la dimensione collettiva, lotta contro la
repressione, liberazione del desiderio, critica della merce e ricerca del
comune; qua c'è libertà di mercato e di consumo, individualismo competitivo,
affrancamento dalla legge dei forti e uso della legge contro i deboli,
mercificazione del desiderio, religione della proprietà. Si tratta dunque non
di inveramento, ma di rovesciamento del Sessantotto. Naturalmente, e in questo
sono d'accordo con Cavallaro, su un terreno disegnato anche dal Sessantotto: il
che però dovrebbe indurre non ad attribuire a quella stagione gli esiti di
questa, ma viceversa a ragionare su quali possano essere i rovesciamenti
reazionari cui possono andare incontro le rivoluzioni lasciate senza risposta e
senza sbocco. Fra le cose lasciate senza risposta io ci metto, a differenza di
Cavallaro, anche un'idea di comunismo senza stato, e forse perfino un'idea di
stato (sociale) non riducibile solo a funzioni repressive, normative o di veto.
Per il resto, concordo del tutto con Cavallaro sulla necessità di non scambiare
l'effetto per la causa, o, per dirlo in altri termini, di leggere Berlusconi
più come sintomo che come attore di un ordine simbolico che lo travalica e che
impronta largamente anche il discorso, le azioni (o non-azioni) e l'inconscio
dei suoi oppositori, nonché della società che lui rispecchia e che in lui si
rispecchia. Con l'avvertenza però che in questo ordine simbolico precipitano
processi storici complessi, che il discorso lacaniano sul «Grande Altro»
talvolta illumina, talvolta semplifica. Fra i quali, detto per inciso, il
tramonto dell'autorità paterna e del patriarcato, che sulle vicende della legge
e del «vietato vietare» spiega forse più del tramonto dello stato sovietico. Ci
sarà certo modo di riparlarne.
http://www.ilmanifesto.it 02.03.2010

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