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Berlusconi e la Rete: un'impegno importante se non presuntuoso

In Rete funziona ciò che è condiviso e partecipato, ciò che è imposto viene aggirato.

 Stimolato dalla visita al Polo tecnologico di Poste italiane all'Eur di Roma, Berlusconi ha preso un importante impegno per una iniziativa italiana durante il prossimo G8, che si terrà in Italia.  Berlusconi si Impegna ad avanzare una"proposta di regolamentazione di internet in tutto il mondo, essendo internet un forum aperto a tutto il mondo"una proposta fatta con una "prospettiva internazionale, in cui l'Italia possa essere avanguardia. Queste tecnologie sono il futuro per tutto il mondo" .

Questa intenzione fa ben sperare tutti coloro che in questi anni si sono adoperati per avviare un processo aperto ed inclusivo per un Internet Bill of Rights capace di armonizzare in modo evolutivo i diritti condivisi, a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dalle Nazioni Unite 60 anni fa, con la natura interattiva, senza confini e senza condizione di scarsità costituita da Internet.

Pur usando un termine improprio per la netiquette libertaria della Rete come "regolamentazone", quella del Presidente del Consiglio sembra una coerente continuità di azione del nostro Paese partita con il Ministro Stanca che raccolse la mia proposta bipartisan e proseguita con il Ministro Nicolais e il Sottosegretario Magnolfi. Un'azione che ha favorito la nascita di una Dynamic Coalition, con ONG, Imprese, Governi, all'interno dell'IGF-ONU e ha trovato ampio interesse e sostegno nel corso dei due Dialogue Forum on Internet Rights promossi dall'Italia, il secondo a Cagliari lo scorso Ottobre.

La questione dei diritti nell'era digitale e di una Carta dei Diritti e dei Doveri per Internet posta per la prima volta al WSIS-ONU (Summit della Società dell'Informazione) a Tunisi, ha conosciuto un rapido sviluppo nei successivi Internet Governance Forum ONU che annualmente, in modo aperto alle ONG, alle imprese, Governi e associazioni, si confrontano intorno alla governance di una realtà interattiva, orizzontale, che non conosce confini e scarsità. Dopo Atene, 2006, a Rio, 2007, l'Italia firmò con il Governo Brasiliano una Dichiarazione per un processo aperto, capace di comprendere i diversi livelli istituzionali e le reti della sussidiarietà sociale e imprenditoriale. Il Parlamento Europeo lo scorso Gennaio ha sollecitato tutti i propri stati membri a promuovere IGF locali per sviluppare i temi dell'accesso, della sicurezza, della condivisione, della multiculturalità e dei diritti della Rete.

L'uscita di Berlusconi avrebbe tutt'altro senso laddove fosse generata dalle proposte letteralmente oscurantiste di Sarcozy nei confronti dello cambio p2p di contenuti senza fini commerciali, proposte bocciate sonoramente dal Parlamento Europeo, ma che vedono anche Spagna e Gran Bretagna interessate. Del resto l'Italia è stata un'avanguardia (sic!) con la legge Urbani che, al contrario della Direttiva Europea, equipara il p2p alla contraffazione e ne fa un illecito di natura penale.
La dichiarazione di Berlusconi avviene all'apertura dell'IGF-Internet Governance  Forum dell'ONU 2008 che si tiene a Hyderabad in India, dove diversi workshop  trattano la questione dei diritti umani in Rete e dell'Internet Bill of Rights come  piattaforma di raccordo.

Il fatto che Berlusconi inserisca la questione nel tavolo G8, allargato a G20, perché  "rappresenterà l'80% dell'economia mondiale e il 72% della popolazione mondiale" mentre le Nazioni Unite sono "pletoriche" rischia di sollevare equivoci che possono compromettere il ruolo dell'Italia nel processo avviato.

In Rete funziona ciò che è condiviso e partecipato, ciò che è imposto viene aggirato. Proprio la natura aperta "multistakeholder" dell'IGF ha dato un significato cogente alle Nazioni Unite, capaci di aver proposto un luogo aperto e itinerante di dialogo oggi unico al mondo. G8 e G20 dispongono di prerogative evidenti e preziose per un Internet Bill of Rights a condizione che non abbiano la pretesa di esclusività e concorrendo, invece, alla definizione aperta e partecipata di Internet, lo "spazio pubblico" più grande che l'umanità abbia fino ad ora conosciuto e quindi da considerare un "bene comune", come l'acqua, l'aria, il clima e i diritti universali. Sarebbe un bene che il Parlamento, come in passato, si confrontasse sulla questione e sulle proposte in campo per fare uscire positivamente l'Italia da una   condizione schizoide che da diversi anni la vede protagonista, nell'ambito intenazionale, nell'innovazione dei contenuti e dei processi dell'ICT e sui diritti connessi a partire dalla privacy, mentre sul piano interno si è distinta per proposte tese a reintrodurre la scarsità della condivisione e dell'accesso per via normativa.

Come se il sistema digitale interattivo e pervasivo costituisse una virtualità fastidiosa e non fosse invece una estensione inedita delle relazioni sociali.

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