Benvenuti nell'era del familismo senza testa
Un vizio italico, certo. Eppure la cultura della combriccola pare peggiorata
C’è un filo rosso che mette insieme i pezzi sparsi della cronaca politica italiana. Consiste in un atteggiamento mentale, in una tendenza a ragionare sempre per gruppi, per nuclei familiari nei quali il legame non è più dovuto alla parentela, all’affettività, all’appartenenza, ma semplicemente alla condivisione di un interesse materiale comune.
C’è, ad esempio, un reato concreto da imputare alla fantomatica P3, che già nel nome da romanzo cyber-punk desta dubbi di serietà? Forse no, ma di certo c’è un costume, un modo di fare affari e di relazionarsi, basato sulla logica del “semo tra amici”. La stessa che alimenta la prassi giornalistica dei “trattamenti Boffo” e la cultura da tifoseria politica per cui da una parte c’è il noi, sempre buono, sempre protetto, sempre giusto, e dall’altra il voi, sempre cattivo, sempre sbagliato, da nascondere come vecchie pudenda raggrinzite.
Un classico: la solita logica del gruppetto che ha come obiettivo, persino in una legge elettorale rigida e poco propensa al cambiamento, il mantenimento e addirittura il rafforzamento di se stesso e del presente. Insomma, la cronaca politica lascia poco spazio alla fantasia e rivela il più classico dei (de)meriti italici: la cultura della combriccola. Per dirla con una frase: benvenuti nell’estate 2010 a.f. Anno familias.
Perché il concetto della relazione breve e fruttuosa, la centralità della famiglia come soggetto di promozione professionale e ascensore sociale non è una novità. Anzi. Il familismo amorale è una regola di condotta semplice e nota secondo la quale una comunità obbedisce a una norma: massimizzare il profitto materiale e immediato della propria famiglia nucleare. Il sociologo Edward C. Banfield ci ha scritto un libro sopra, dopo aver passato qualche anno nel Meridione per studiare le miracolose e a tratti artistiche meccaniche di un Sud distante anni luce da quegli Usa a cui lo compara in Le basi morali di una società arretrata, quella, appunto, in cui l’ethos non è mai pubblico, ma sempre privato. Scompare, quindi, il bene comune, emerge quello non tanto individuale e personale, quanto familiare.
Non c’è, però, solo da scandalizzarsi come pie mammoline: da un certo punto di vista la cultura del gruppo, del nucleo, è foriera persino di una tendenza nobile, fortemente solidale, grazie alla quale si sono espresse con successo nel tessuto italiano le forme associative e cooperative. Insomma, il classico “damose na mano”, “volemose bene”, in fondo è un tratto culturale che non va guardato con l’occhio moralista da Savonarola dei costumi. Ma, come ogni altra tendenza sociale, deve o dovrebbe evolvere col passare del tempo, affinarsi in un certo senso.
Paul Ginsborg, storico della società civile, in L’Italia del tempo presente sostiene che ci sono stati momenti critici, passaggi bruschi, come, ad esempio, Tangentopoli, che hanno rappresentato occasioni proficue, in un certo senso, adatte per segnare una cesura storica che poi, nei fatti, invece, non è mai avvenuta, non s’è mai completata. Qualcosa, però, è comunque mutato e, alla luce dei fatti di cronaca politica citati, emerge un dato: il familismo si è evoluto peggiorando, perché ha perso in affettività.
Nella vicenda P3, nelle aggressioni mediatiche, nel
linguaggio da ultras, c’è un elemento caratterizzante e preoccupante: la
scomparsa di una qualunque ispirazione. Non c’è più, infatti, né il richiamo ad
un principio, né il legame con un territorio, né la forza autorevole di un
padre nobile capace di guidare e che pensa, magari, persino, in grande. Il
gruppo c’è, il familismo esiste, ma non ha più nemmeno la testa. Insomma, per
dirla tutta: benvenuti nell’estate 2010 anno familias, certo, ma senza più
pater.
http://www.ffwebmagazine.it 18 agosto 2010

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