Barboni.
Storie di vita vissuta : Firenze 2000
Alcuni anni fa andai con mio marito a Firenze per un weekend.
Stavamo in crisi già da un bel po’ di tempo e credevamo che
un fine settimana passato lontano dal palcoscenico quotidiano della nostra vita
potesse aiutarci a ritrovare la voglia di comunicare, oppure forse ci
illudevamo soltanto, ormai poco importa. Il weekend non andò come avremmo
voluto e io, in un momento di rabbia, presi le mie cose e lasciai l’albergo.
Non fu un gesto molto sensato, erano già passate le undici di sera, speravo
tuttavia di trovare un treno per Napoli così, andai alla stazione. Lì scoprii
con un certo sgomento non solo che il primo treno per il sud sarebbe partito il
mattino seguente, ma che la stazione sarebbe rimasta chiusa per tutta la notte.
Iniziai a passeggiare nelle viuzze vicine. Tutto mi sembrava così assurdo, irreale
- io sola, di notte, in una città poco conosciuta-
Ero triste e confusa. Poi, sulle scale della stazione vidi
un gruppo di barboni, 3 uomini e una donna. Stavano seduti su grossi cartoni.
Non parlavano, però si capiva che formavano una comunità affiatata. Mi fermai
poco distante e li fissai con un pizzico di invidia, o affascinazione, non saprei
dirlo.
Uno di loro, un uomo sulla sessantina con capelli bianchi legati in una grossa
ed unta coda mi guardò infastidito:
- Cosa vuole?
Mi sentì rimproverata e mi vergognai un po’, quando gli risposi:
- Sono sola…molto sola...- e iniziai a piangere.
Lo sguardo dell’uomo si addolcì:
- Venga, vuole sedersi?
La situazione era grottesca, nonostante fossi vestita da signora borghese, mi
sentivo un derelitto umano ed ero grata dell’accoglienza. Mi avvicinai. La
donna si scostò dal vecchio lasciandomi il posto tra loro due. Mi avvicinai.
Puzzavano. Il loro odore acro, misto di sudore e rancido mi colpì le narici. Il
vecchio mi guardò divertito.
- Allora, ciha ripensato? Non vuole più sedersi?
- Sì…grazie.
- Dunque, lei dice di essere sola? – disse il vecchio - ma cara signora mia
tutti siamo soli. Lei affronta i problemi da un’ottica errata. Perché non dice
- sono libera - anziché quest’espressione di autocommiserazione gratuita del
“sono sola”? Allora, solo allora, potrà capire la potenzialità della
solitudine e poi farfugliò una frase che non capì bene, qualcosa come: “beata
solitudo, sola fortitudo”….Capisce il latino?
- No…
- Grave…Il latino signora mia ha la capacità di sintetizzare. Questa è una
frase che i monaci scrivevano nelle loro celle - Solo la solitudine fortifica
gli animi -
Aveva una birra aperta ai suoi piedi, alzò la bottiglia e stava per
porgermela…poi il gesto si fermò a metà. Forse si rese conto che avrei avuto
difficoltà sia ad accettarla che a rifiutarla.
Bevve un sorso, poi fece un cenno ad un giovane che stava
seduto con la testa bassa, un po’ scostato da noi. Gli disse qualcosa
nell’orecchio. Quello, visibilmente irritato si alzò e se ne andò. Aveva uno
strano modo di camminare, un po’ barcollante.
Cominciando a sentirmi meglio, smisi di piangere. Il vecchio cominciò a
parlare:
- La solitudine…è forza…è libertà. Diogene, cara signora…Diogene insegna. Lui
andava in giro per i mercati per rendersi conto di quante cose poteva farne di
meno… Ah Diogene! Oggi sarebbe ancor più potente!
Gli altri si strinsero a noi. La donna senza dir niente, mi abbracciò le spalle
e mi coprì con la metà di una grossa sciarpa di lana dal colore indefinibile.
L’aria era pungente…dovevano essere le tre di notte. Una macchina della polizia
rallentò avanti a noi e l’agente mi guardò incuriosito. Dovevano però conoscere
questi barboni perché bastò un cenno del vecchio come per dire, andate, è tutto a
posto.
Rimanemmo in silenzio per un po’ poi il vecchio si mise a raccontare. Non sono
in grado di rievocare il suo racconto, le parole entravano nella mia anima
senza passare per l’intelletto. Era una fiaba frammista di filosofia. Una
ninnananna per bambini adulti impauriti. Non sentivo più il loro odore acre,
così diverso dal mio. Faceva sempre più freddo, però; ad un certo punto aprii la valigetta che avevo con me e tolsi un grosso scialle di lana nera,
elegantissimo, con gingilli dorati alle estremità. Bastava per coprire le
spalle di noi tre. L’altro uomo, quello seduto all’esterno, sorrise:
- La prossima volta porti la coperta…io rimango sempre fregato!
Poi tornò il giovane, quello con l’andatura strana.
Nelle mani stringeva una tazza di plastica con un cappuccino caldo, fumante. Me
lo porse con fare nervoso, ma i suoi occhi brillavano di contentezza:
- Eh già…una signora è sempre una signora…alla Carolina invece c’è questo – e dalla
tasca del giaccone tirò fuori una bottiglia.
La donna la prese con le mani tremanti, la aprì e con gli occhi chiusi bevve
lunghi sorsi….quasi non respirava tanto era la voglia di bere. Dall’odore si
capiva che era grappa o qualcosa di simile. Il vecchio la lasciò fare senza
dire niente, ma ad un certo punto la fermò con lo sguardo.
La donna fece un respiro profondo e scosse la testa. Ma si staccò dalla
bottiglia. Me ne versò un dito nel cappuccino e mi sorrise. Aveva un sorriso
disarmante e triste…le mancavano i denti avanti.
Il calore che mi travolse assomigliava all’amore…
All’alba partii per Napoli.
Quella notte mi cambiò di più che non mesi di analisi.

Precedente: Varcando la linea d'ombra

