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Bamboccioni

Quei giovanotti che si limitano a descrivere la sfiga metafisica, invece, restano i pedissequi cantori di una realtà che è talmente noiosa di per sé, da non meritare proprio di essere letta sulle pagine di un libro.

 

 

 



“Sentivo il cuore diventare duro e solitario come uno scoglio…”. Ahi, come sono pietrose le prose dei giovani sfortunati che raccontano vite un po’ vuote e senza senso. Certo, non è colpa loro, se il mondo non gli offre niente, se possono solo rimuginare la loro assenza di prospettive. Ma “mi aveva letteralmente rubato il cuore sciogliendo il blocco di ghiaccio nel qual l’avevo rinchiuso”, come ci racconta Jacopo Reali in Fuori di qui, e/o, a poche righe dallo scoglio iniziale, sinceramente è un po’ troppo. E aggiungerei che non è nemmeno colpa soltanto del giovane scrittore, quanto dell’editore, che non gli ha spiegato nemmeno che un cuore-scoglio e un cuore-ghiaccio, nella stessa pagina, non ci possono stare.

“Ho sempre creduto, fin da piccolo, che non mi sarebbe mai potuto accadere niente di bello” è già meglio, come descrizione della sfiga metafisica giovanile; è Fabrizio Buratto, Curriculum atipico, Marsilio, che scrive. E “la casa, la famiglia, le ferie , la mutua, la tredicesima… sono da considerarsi privilegi di cui godono sempre meno lavoratori” è un’osservazione più che legittima. Ma non basta perché, come recita la quarta di copertina, si possa dire che si tratta “dell’ironico portavoce di una generazione senza più né santi né eroi”. L’Ironia prevede qualcosa di più e, al di là del gioco di presentare la straziante biografia del protagonista come curriculum, e l’elenco degli insuccessi di chi si scontra con un mercato del lavoro asfittico, santi ed eroi esclusi, non mi pare riesca diventare letteratura.

Insomma, il filone del racconto delle sfortunate vite dei giovani d’oggi si arricchisce in continuazione, e Dio sa se ce n’era bisogno.

Tommaso Padoa Schioppa non si sarebbe mai aspettato che la sua definizione di “bamboccioni”, per i vitelloni mammodipendenti di oggi, avrebbe avuto tanta popolarità, al di là delle polemiche di qualche tenero genitore che ha protestato perché nessun giovane si può permettere un appartamento di lusso, al giorno d’oggi (e vaglielo a dire agli emigranti). Non solo viene utilizzata per pubblicizzare divani, ma i bamboccioni sono diventati anche i protagonisti di un libro.

E’ un racconto lungo (o romanzo breve, non si sa mai come dire), quello di Marco Bosonetto, Requiem per un’adolescenza prolungata, Meridiano Zero, e parte da un’ipotesi fantascientifica, ma non troppo. In un prossimo 2015, la nazione è esasperata per l’allargarsi della fascia di giovani adulti che non ne vogliono sapere di trovarsi un lavoro ed andarsene di casa. Il Parlamento, così, vara una Campagna per lo Sradicamento dell’Adolescenza Prolungata: un’apposita polizia si occuperà di cacciare di casa, dopo aver cambiato le serrature, i bamboccioni impenitenti, che saranno così costretti a trovarsi un’occupazione e a procurarsi un tetto per conto loro.
Non sto qui a raccontare la storia del protagonista, bamboccione soddisfatto di una inutilizzata laurea in filosofia, che si crogiola nel suo status di intellettuale disoccupato e nemico della tecnologia, fino all’arrivo degli sradicatori dell’adolescenza. Forse i riferimenti colti e le larghe citazioni di Bulgakov sono un po’ tirate per i capelli e potranno disturbare qualcuno. Ma la storia è raccontata con un registro lieve e canzonatorio, decisamente surreale, con un tono caustico nei confronti delle contraddizioni del nostro tempo.

Che dire? Gli sfigati, i diligenti allievi delle scuole di scrittura creativa, i cantori di una gioventù vuota e contenta di esserlo e qualche critico severo diranno che è pura fantasia, scrittura astratta e slegata dal reale; fantascienza, insomma.
Ma c’è qualcosa da imparare, invece. Per esempio, che si può scrivere della sfiga giovanile con ironia e fantasia. Perché non basta raccontare la sfiga così com’è. La letteratura, appunto, è invenzione, trasfigurazione, fantasia e irrealtà. Coraggio di rompere gli schemi.Bosonetto non è Bulgakov, ma almeno ci prova. Ha la sfacciataggine di costruire un racconto del tutto astratto, con personaggi fin troppo inventati, una storia fragile ma fortemente allegorica, nomi grossolanamente allusivi, e perfino un lieto fine.

Quei giovanotti che si limitano a descrivere la sfiga metafisica, invece, restano i pedissequi cantori di una realtà che è talmente noiosa di per sé, da non meritare proprio di essere letta sulle pagine di un libro. Forse bisognerebbe fare una campagna per sradicare anche la loro adolescenza, fin troppo prolungata.

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lunedì 21 aprile 2008  http://www.docentinclasse.it

 

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